In Tunisia si gioca una partita ben più ampia

L’importanza della Tunisia

La Tunisia in apparenza potrebbe sembrare un paese poco rilevante, ma è quello dove, nell’arco di un decennio, è iniziata, e probabilmente si sta chiudendo, quella che convenzionalmente è stata conosciuta come “Primavera Araba”, e che alcuni hanno preferito declinare “Risveglio Islamico”.

A prescindere dalla sua matrice politica o religiosa, la rivolta contro il Presidente tunisino Ben Ali tra il dicembre 2010 e il gennaio 2011 e la sua successiva cacciata dal paese, avviarono un decennio di fermenti popolari innescati da frustrazione, ingiustizie sociale, oppressione e pessima governance che hanno successivamente finito per scuotere l’intero Medio Oriente.

La transizione tunisina

Alla relativamente pacifica “transizione” tunisina, hanno fatto seguito quelle ben più cruente in Egitto, Libia e Siria. Negli ultimi due casi ne sono scaturite delle vere e proprie guerre civili con un bilancio pesantissimo. Nel piccolo Emirato del Bahrein, invece, l’insurrezione della maggioranza sciita della popolazione venne sollecitamente repressa in breve tempo con l’aiuto “fraterno” della vicina Arabia Saudita.

Insieme al Libano, la Tunisia era, e probabilmente resta, il paese arabo con la società civile più avanzata, e questo potrebbe spiegare la transizione pacifica tra il regime autoritario del Presidente Ben Ali e i successivi governi espressione di libere elezioni, in cui il Partito Enhada, rappresentante della Fratellanza Musulmana, ha svolto un ruolo di rilievo.

Dalla Tunisia alla Libia

Naturalmente, la Tunisia era e resta importante per la sua posizione peculiare, a lungo un crocevia sostanzialmente laico tra Europa e Nord Africa e tra Mediterraneo occidentale e orientale ma, soprattutto, come osservatorio privilegiato sia per quanto accade nella turbolenta e confinante Libia, sia come importante termometro per l’evoluzione della complessa dinamica tra Islam politico e democrazia.

Pur con tutti i suoi limiti, e non pochi contraccolpi, la Tunisia è sembrata l’unica success story della Primavera Araba fino a quando, nel luglio scorso, Presidente della Repubblica, Kais Saied, ha effettuato un colpo di stato sciogliendo il parlamento ed assumendo poteri straordinari dopo mesi di crescenti tensioni per il malcontento economico e sociale con il governo del Premier Hichem Mechici e il Parlamento presieduto dal leader di Enhada, Rachid Gannouchi.

Saied, che è un docente di diritto costituzionale, ha giustificato la sua decisione invocando l’art. 80 della Costituzione tunisina, adottata nel 2014. Tuttavia, l’interpretazione ed applicazione del predetto articolo sembrerebbe andata, secondo l’opinione della maggioranza dei giuristi, ben oltre il suo dispositivo.

La tensione interna, peraltro, non accenna a placarsi. I pesanti effetti della pandemia e la crisi economica, aggravati da una debole performance di governo e parlamento, hanno offerto facili argomentazioni al Presidente Saied e ai suoi non pochi sostenitori nel paese. Si sono susseguite proteste tra questi ultimi e le forze politiche che sono strenuamente contrarie alle scelte del Presidente, mentre quest’ultimo, recentemente, non ha risparmiato né dichiarazioni incendiarie, né decisioni irritanti come la proroga, a tempo indeterminato, delle misure di emergenza, e nemmeno soluzioni potenzialmente polarizzanti, come il prospettato ricorso ad un referendum, sulla cui eventuale regolarità sarebbe lecito nutrire più di un dubbio.

Quelle che avrebbero dovuto essere delle reazioni sdegnate da parte della comunità internazionale, in particolare quella occidentale, che dovrebbe essere assai vocale in queste situazioni in ottemperanza ai suoi conclamati valori, si sono finora risolte in tenui condanne o, addirittura, imbarazzati silenzi.

Non è ancora chiaro se gli sviluppi in Tunisia debbano essere iscritti ad una degenerazione politica dovuta alle crescenti – ed oggettive – tensioni interne, o anche questi vadano invece ricondotti alla pluriennale contrapposizione che divide il mondo arabo-islamico e che vede Turchia e Qatar associati nel sostegno alla Fratellanza Musulmana ed Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto che vi si oppongono strenuamente; un confronto che ha finora trovato nel conflitto libico il principale terreno di scontro. La Tunisia potrebbe essere l’ultimo tassello di un regolamento dei conti che ha già visto la “normalizzazione” dell’Egitto con il colpo di stato del 2013 che ha rovesciato il governo del Presidente Mohamed Morsi, anch’esso espressione della Fratellanza Musulmana, nonché vincitore delle prime libere elezioni egiziane del 2012.

Un’involuzione autoritaria

A prescindere dalle disquisizioni costituzionali, dalle più o meno flebili reazioni al putsch, e dalle reali origini del golpe, la Tunisia merita attenzione poiché denota l’ennesima involuzione autoritaria in una regione che, la più recente esperienza storica insegna, generalmente si risolve – a medio-lungo termine – in crisi ancora più esplosive e, in prospettiva, difficili da gestire.

In una situazione internazionale altamente incerta come quella attuale, con la perduranza della pandemia, le nubi dell’inflazione e dell’eccesso di debito che si addensano sulle prospettive di un vigoroso rilancio della crescita economica mondiale, ed una preoccupante ripresa della competizione tra le grandi potenze dopo la trentennale era unipolare statunitense, potrebbe apparire comprensibile che anche le democrazie occidentali tendano a privilegiare – come nel caso tunisino (ma vale anche per quello egiziano ad esempio) – la stabilità rispetto alla strenua difesa dei propri valori. Si tratta di un errore. A lungo termine potrebbe risultare sempre più difficile operare, e soprattutto promuovere passivamente, una distinzione tra le dittature buone e quelle cattive sulla base della mera realpolitik.

Il ruolo dell’Italia e i possibili sviluppi

Per l’Italia poi, per ragioni facilmente intuibili, i fatti di Tunisi rappresentano un’ulteriore complicazione nella gestione della complessa partita libica, che si è ormai trasformata in uno snodo delicatissimo di un grande gioco nel Mediterraneo orientale: un crocevia di interessi conflittuali che coinvolgono il nostro Paese, la Francia, la Russia, l’Egitto, la Turchia e financo alcune monarchie del Golfo Persico, e che investe i temi della sicurezza, degli approvvigionamenti energetici e delle migrazioni, generate ormai, come noto, non solo da ragioni politiche ed economiche, ma anche e soprattutto climatiche.

Sarebbe a dir poco imprudente, nonché potenzialmente controproducente, immaginare di gestire la partita libica ignorando quanto sta accadendo nel suo vicino occidentale. Qualunque soluzione dovrebbe quindi essere comprensiva, e soprattutto poggiare, su un autentico impegno dell’Unione europea verso le minacce di vario tipo che si profilano nei suoi confini Sud-orientali.

In questo frangente storico l’Italia vanta la fortuna non solo di avere un leader come Mario Draghi, di altissima reputazione e credibilità internazionale, ma anche il fatto che in àmbito europeo – complici anche l’auto-esilio britannico con la Brexit, le incertezze del dopo-Merkel in Germania e le nubi che si addensano sul rinnovo di Macron in Francia la prossima primavera – egli possa vantare un prestigio che raramente ha contraddistinto i suoi predecessori nel suo attuale incarico. Il Presidente Draghi dovrebbe cogliere questa opportunità, che difficilmente potrebbe ripresentarsi in futuro, per promuovere un’iniziativa forte dell’Ue che potrebbe anche contare sulle crescenti distrazioni asiatiche degli Stati Uniti e, perché no, sull’orgoglio ferito della Francia dopo la vicenda, gestita pessimamente, dei sottomarini originariamente destinati all’Australia. Il Presidente Macron, già da tempo in campagna elettorale, è alla ricerca di un test concreto in cui rilanciare efficacemente il suo paese. L’ottima relazione che lega i due leader sembra un’eccellente base di partenza per un’iniziativa che avrebbe risvolti positivi per entrambi e di riflesso anche sull’Ue.

Una composizione del quadro tunisino che salvaguardi i risultati acquisiti della sollevazione di dieci anni fa sembrerebbe un prerequisito fondamentale per meglio affrontare la difficile partita libica e quella ben più ampia e fonte di crescenti preoccupazioni che riguarda il Sahel. Se poi tale eventuale iniziativa Ue sviluppasse anche un filone dedicato al Libano tanto meglio.

Nella misura in cui l’Ue fosse in grado di convergere su una chiara identificazione delle principali minacce esterne che incombono sui suoi membri, partendo dalla consapevolezza che queste sono assai più prossime, geograficamente, di quanto sostenuto dalla narrativa geopolitica prevalente, ecco che di riflesso ne potrebbe beneficiare anche la sua autonomia strategica. Quest’ultima ha inoltre tutto l’interesse a fare in modo che la dinamica tra Islam politico e democrazia consolidi il ricorso alle urne come naturale terreno di confronto.

La Tunisia offre questa duplice opportunità, confermandosi come qualcosa di molto più importante di un piccolo paese del Nord-Africa.

 

 

*Marco Carnelos è il CEO di MC Geopolicy ed Ex Inviato Speciale per il Medio Oriente

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