Politica

La Democrazia Cristiana non si può rifare. Follini: «Serve recuperarne la misura”

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Ci sono racconti ben più fedeli e nitidi di una fotografia, perché riescono non solo a immortalare fatti, personaggi, situazioni, ma anche a farci sentire il profumo delle sfumature e a far percepire modi di essere, particolari, contesti, valori, angolature mai viste. Il saggio di Marco Follini dal titolo Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito (Sellerio editore) ci conduce per mano in una vicenda che definire soltanto “politica” sarebbe oltremodo riduttivo perché la Democrazia Cristiana ha rappresentato, nel bene e nel male, l’Italia per un cinquantennio e la sua storia, la sua evoluzione e la sua scomparsa, rapidissima, hanno caratterizzato la storia del Paese, delle sue Istituzioni, delle sue trasformazioni, delle sue fortune e delle sue speranze, in parte premiate e in parte disattese. L’Autore, democristiano doc, orgoglioso di esserlo ma senza nostalgie e compiacimenti, da politico navigato, da giornalista ed editorialista attento, ci porta per mano dentro quel mistero mai del tutto risolto che è stato la DC: molto più di una formazione politica, piuttosto un territorio vasto e multiforme, “un continente” per dirla con Leonardo Sciascia, un partito-Stato, centrale, accogliente, pervasivo e multiforme. Un partito bacchettone, impersonale, di potere; un partito mamma, diga, impolitico, incompiuto, misterioso. La DC dei compromessi, della ricostruzione, della prudenza e della mediazione elevate a sistema, dei suoi intrighi, del suo rapporto contrastato con la Chiesa, del suo impegno nel territorio, della sua lungimiranza, delle sue mille anime e dai mille volti.

La Democrazia Cristiana, è vero, non c’è più, ma i democristiani ci sono ancora. E, soprattutto negli ultimi tempi, ma non solo, riemergono periodicamente quelli che lei definisce “i fantasmi della Dc”. Qualcuno la chiama “voglia di Centro”, “o silenzioso partito dei moderati…” Esiste, secondo lei, una domanda di centro in cerca di una adeguata offerta politica?
Credo che certi comportamenti, che appartenevano ad un modo diverso di intendere e interpretare la politica e le Istituzioni, in una congiuntura come quella attuale, contraddistinta da eccessi e frenesie, possano essere rimpianti e additati come virtuosi ed esemplari. Probabilmente esiste una domanda politica che procede in tale direzione, ma serve il tempo affinché certe dinamiche possano svilupparsi.

La DC si può rifare?
No. È stata una esperienza unica che non può essere replicata in alcuna forma. Quello che può essere fatto è riconsiderare quell’enorme patrimonio culturale che è stato il pensiero politico della DC. È un percorso lungo e faticoso quello che può essere intrapreso, ma il punto di partenza, penso, debba essere questo e non altri. Tutto il resto viene dopo.

«Non ci siamo mai saputi raccontare, noi democristiani». Cosi lei scrive. Un grave difetto di comunicazione, che oggi risulta ancora più pesante, in una congiuntura politica dove la comunicazione, i social media, la stampa, dettano ritmi e priorità alla politica.
È proprio cosi: gli altri raccontavano male la DC e noi democristiani, evidenziando frammenti parziali e fuorvianti. È il terreno sul quale sono state costruite le demonizzazioni e le caricature sulla DC. La nostra narrazione era racchiusa nelle cose, nella politica del fare. L’egemonia culturale che abbiamo subito si faceva beffe di noi, e di questo ne abbiamo pagato il prezzo.

La mancanza di un leader, nella DC, di un uomo solo al comando – caratteristica che, come lei scrive, ha garantito longevità e pluralismo al partito – può avere contribuito alla rapidità della sua scomparsa? Può avere determinato la disunità degli ultimi tempi che ne hanno preceduto la fine?
No, non credo: la DC non ha mai voluto incoronare alcun sovrano. Era contro i suoi valori e contro la sua identità. Non avevamo il culto del leader. De Gasperi stesso, ad esempio, fu un leader e non un capo. Ogni gerarchia poteva essere scalfita e messa in discussione, sempre e comunque. C’era più merito a sbagliare insieme che ad avere ragione da soli. Di questo elemento, decisivo per il partito, si andava molto fieri.

Democrazia Cristiana: “un continente” – lei ricorda la definizione che ne diede Sciascia – vasto, pieno di ricchezze, ricco di diverse anime, con varie identità, correnti, sensibilità differenti. E i continenti esistono, stanno lì, si constatano e basta. Che ruolo e quale importanza ha avuto nella crescita economica e sociale del Paese e nel consolidamento della democrazia? Secondo lei, questa funzione è oggi riconosciuta o forse prevale una immagine negativa o poco esatta di quello che è stata la Democrazia Cristiana?
Che la DC abbia avuto grandi meriti nella crescita dell’Italia, nella rinascita economica, nella riduzione delle disuguaglianze sociali, nel rafforzamento della democrazia, non credo che nessuno possa negarlo. È un fatto storico. E comunque, altresì vero che nei confronti della DC è stato alimentato un sentimento critico e probabilmente molto severo.

Nella politica di oggi prevalgono slogan, velocità, contrapposizioni, personalismi, semplificazioni, manicheismi. O di qua o di là. I tempi sono maturi per il ritorno alla mediazione, alla capacità di analisi della complessità del reale, alla necessità di un compromesso tra le parti?
Su questo non sono molto ottimista. L’analisi della situazione politica attuale mi porta a ritenere che oggi prevalga nettamente l’altro tipo di Italia, quella che pretende soluzioni semplici e veloci a problemi complessi. Non credo che le ragioni della mediazione, del dialogo e del confronto, della riflessione sulle misure da adottare siano oggi prevalenti.

La Democrazia Cristiana e la Chiesa: un rapporto mai facile, come lei spiega bene. Da un lato, la rivendicata autonomia del partito che alla dottrina sociale della Chiesa si ispirava e, dall’altra, le ingerenze del Vaticano. Chi ha abbandonato per prima l’altro? Esisteva una causa comune?
Va ricordato che la DC era nata sotto l’egida della Chiesa, che era stata a lungo politicamente appartata e minoritaria nelle vicende politiche nostrane. Esisteva tra la DC e la Chiesa una dialettica forte. Per la Chiesa la scommessa della DC era una sofferta necessità politica, mentre per la DC il legame con la Chiesa era una profonda necessità ideale. Va detto, comunque, che nessun democristiano avrebbe mai giurato sul Vangelo o sgranato il rosario dal palco di un incontro pubblico, o dato inizio ad una riunione politica recitando una preghiera. Uno stile diverso che nasceva da un modo differente di concepire il proprio ruolo e la propria missione politica, sebbene nel rispetto di princìpi e valori condivisi.

Lo spirito democristiano: il regno della misura. Un’attitudine, uno stile, un metodo. Tanti modi di essere, ma tutti ispirati all’equilibrio, alla prudenza. E poi, nel 1993, la fine della DC. La radicalizzazione della politica sopraggiungeva, i primi germi dell’antipolitica e del populismo odierno. È lecito affermare che la DC non ha saputo, all’ultimo, capire le trasformazioni della società e interpretarne il disagio, il malessere, il cambiamento?
Sì. Ci siamo ritrovati fuori dal tempo. Non abbiamo saputo capire le trasformazioni del Paese. Non abbiamo saputo cogliere alcuni segnali. Una sostanziale incapacità di ascolto: una risorsa che la DC aveva invece dimostrato di avere, accompagnando il Paese nel suo percorso di rinascita economica, sociale e culturale nel Dopoguerra e negli anni a seguire, promuovendo un dialogo con i corpi intermedi, avviando un confronto con gli avversari politici che, per noi democristiani, non sono mai stati nemici, bensì interlocutori.

De Gasperi, Moro, Fanfani, Cossiga, Andreotti, Donat Cattin, Zaccagnini, De Mita. Uomini della DC, democristiani, ma si fa fatica, oggi, a pensarli come esponenti di una parte politica. Prevale una loro immagine legata alle Istituzioni, allo Stato, ad una visione politica, a degli ideali comuni di riferimento. Perché oggi i leader politici sembrano parlare solo ai loro elettori e non al Paese? Cosa manca? È il trionfo degli steccati, di ciò che divide piuttosto di ciò che unisce.
Prevaleva una visione complessiva del Paese, il concetto di comunità nazionale, sia nei leader politici della DC sia in quelli degli altri partiti. Oggi, invece, assistiamo al conflitto permanente tra diverse partigianerie. Si è perso il senso dell’insieme, della politica come strumento di partecipazione e di coinvolgimento, nel rispetto delle differenze e delle diverse posizioni. È un male che riguarda molti partiti attuali.

Unità dei cattolici in politica. Un partito dei cattolici per contrastare i sovranismi con la sussidiarietà circolare e una riforma del welfare. Ne parla Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali. È questo il percorso?
L’unità politica dei cattolici non deve essere un dogma, una pregiudiziale o un traguardo. Da un approccio culturale di riscoperta dei valori politici che hanno ispirato l’azione della DC possono nascere le ragioni di un impegno, con uomini e donne che se ne facciano interpreti e testimoni, con proposte e programmi da sottoporre agli elettori.

Lei scrive che «(…) i capi democristiani avevano la consapevolezza che il Paese è diviso, che la democrazia è fragile, che lo Stato c’è e non c’é. Sanno di trovarsi in bilico tra le passioni troppo forti e le strutture troppo deboli (…) che il loro compito è quello di affacciarsi su questo scenario per adattarlo e modificarlo, sia pure con tutta la prudenza del caso. Cosa dobbiamo attenderci dopo che la sbornia dell’antipolitica, dell’odio sociale sarà passata? C’è qualcosa su cui puntare?
Sul valore della misura. La Democrazia Cristiana era essenzialmente il regno della misura. E fino a quando il senso della misura è stato considerato un valore, siamo stati il partito centrale. Sì, al nostro Paese serve riscoprire la forza della prudenza, della flessibilità, dei negoziati, delle ragioni dell’altro, dell’equilibrio.

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