L'opinione

Le agromafie avanzano e le spinge la retorica anti-migranti

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Le agromafie rischiano di allargarsi, contaminando il nostro sistema d’impresa. Non basta parlare di caporalato, di lavoro forzato o di sofisticazione alimentare; la piaga si estende grazie ai vuoti legislativi e alla capacità delle mafie, anche straniere, di condizionare la filiera produttiva locale e nazionale, penetrando nei grandi mercati ortofrutticoli, ma anche nelle contraddizioni della nostra Pubblica Amministrazione. Si agisce con la forza della corruzione, non soltanto con la violenza.

La diffusa e pericolosa retorica contro i migranti, oggi divenuta tratto identitario del nuovo Governo italiano, rischia di agire sui ricettori del sistema agromafioso finendo per legittimarlo. Una responsabilità che emerge in modo palese con l’omicidio del giovane bracciante maliano Soumaila Sacko avvenuto nella Piana di Gioia Tauro lo scorso 6 giugno. Soumalia aveva un regolare permesso di soggiorno ed era impegnato in attività sindacali. Lo hanno ucciso con un colpo di fucile sparato da un’auto. Se fosse stato un italiano nessuno avrebbe avuto timore nel denunciare il fatto come una “esecuzione mafiosa contro un innocente”. Una storia che ricorda quella di Jerry Masslo, anche lui bracciante, ma sudafricano, che nel 1989 muore a Villa Literno per mano mafiosa dopo aver protestato con altri suoi compagni contro le condizioni di lavoro e salariali imposte, già allora, dalla camorra.

Difficile immaginare, in questo quadro, la nascita di quelle necessarie riforme del sistema capaci di garantire giustizia e dignità a milioni di lavoratori e lavoratrici, sia italiani che migranti, entrambi vittime di caporalato e sfruttamento, che premierebbero anche tutte quelle aziende che, con impegno e competenza, ancora resistono nel mercato globale. Le premesse, alimentate da strali anti-immigrati, fanno pensare che il sistema di accoglienza nazionale ne uscirà impoverito, non rinforzato. Tutto a vantaggio delle agromafie che vedranno la trasformazione, ad esempio, di alcuni centri di accoglienza, malamente gestiti, in hub per il reclutamento di braccia dei richiedenti asilo.  E chissà che non fioriranno proposte parlamentari di cancellazione o riformulazione della legge 199/2016 contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo, con la scusa di sostenere la ripresa.
Il recente blitz delle Forze dell’ordine contro lo sfruttamento lavorativo continua a restituirci un quadro allarmante. Questo è scattato nelle province di Agrigento, Ragusa, Siracusa e in altre 12 città italiane, intervenendo in aziende impegnate nel settore della grande distribuzione pubblicitaria, dei magazzini stoccaggio merci (gestiti da imprenditori cinesi), delle confezioni tessile-abbigliamento e del settore agricolo. Nel corso dell’operazione è stata accertata l’inosservanza delle norme contributive, previdenziali e di sicurezza sui luoghi di lavoro, nonché, in alcuni casi, l’intermediazione illecita tra la domanda e l’offerta, compiuta dai cosiddetti «caporali».  Sono stati trovati braccianti agricoli che dormivano in giacigli e in baracche nutrendosi solo di scatolette e, talvolta, coabitavano con maiali e pecore, in condizioni igienico-sanitarie disumane. Sono state complessivamente controllate 615 persone e 82 aziende, accertandone l’irregolarità a carico di 30 di queste (in un caso si è proceduto al sequestro preventivo dei beni aziendali ed in altri 15 è stata sospesa l’attività). Sono state denunciate 32 persone, di cui 11 di origine straniera, mentre 3 sono state arrestate. Le sanzioni amministrative e le ammende elevate, inflitte ai responsabili, hanno riguardato un valore complessivo di oltre 450mila euro.
In particolare, in provincia di Agrigento sono stati arrestati un italiano e due rumeni, ritenuti responsabili di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, a danno di 32 braccianti agricoli (italiani, rumeni e pakistani), di cui due minorenni. In provincia di Ragusa sono state controllate 96 persone (di cui 6 deferite per favoreggiamento e sfruttamento di manodopera irregolare) e 6 aziende. In provincia di Siracusa, invece, sono state controllate 60 persone e 3 aziende (per 1 è stata sospesa l’attività), mentre in provincia di Trapani sono state indagate, in stato di libertà, due persone (il titolare e il collaboratore esterno di un’azienda agricola) per aver impiegato “in nero” e sfruttato 5 lavoratori in stato di bisogno.
Ora si attendono altri interventi, soprattutto in provincia di Latina, tristemente tornata alla ribalta mediatica nazionale per le condizioni di lavoro e di sfruttamento alle quali sono costretti migliaia di lavoratori e lavoratrici, soprattutto indiani. In un territorio a chiara vocazione agricola persistono, nonostante l’arresto già effettuato di alcuni datori di lavoro italiani e di caporali indiani, sacche di diffuso e sistemico sfruttamento, che fanno precipitare alcuni braccianti in condizioni para-schiavistiche. È assolutamente necessario concentrarsi sulla capacità delle mafie e, in particolare, della camorra, di riuscire a penetrare nel sistema agricolo locale e in quello della logistica mediante l’acquisizione di intere aziende, anche di grandi dimensioni. Ed occorre anche indagare sulle attività di alcuni indiani particolarmente facoltosi, che offrono alle aziende agricole gestite da italiani manodopera indiana a basso costo, spesso gestendo una tratta internazionale ben organizzata. Su questo versante c’è ancora molto da fare.
I Carabinieri, le forze di Polizia e la Guardia di Finanza stanno facendo un lavoro egregio, ma se la politica non si impegna per prima in una riforma del sistema agroindustriale italiano, al fine di preservare le eccellenze ed espellere gli imprenditori-sfruttatori e i truffatori, non se ne uscirà facilmente.  Legalità e rispetto è ciò che chiedono milioni di cittadini italiani e di lavoratori migranti. Due valori che rendono civile un Paese: non sia mai che il Governo volga lo sguardo da un’altra parte.

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