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Le fragilità sociali: bambini, anziani, diversamente abili

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Bambini, anziani, diversamente abili: il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, analizza le fragilità sociali e le criticità del welfare.

I bambini
La salvaguardia dei diritti dei bambini e degli adolescenti è stata presa in considerazione solo in epoca relativamente recente. Considerare un bambino come soggetto di diritti è una conquista sociale e culturale verso la quale la nostra società si sta avviando, con non poche difficoltà.
Tale obiettivo non può, infatti, prescindere da una cultura dell’infanzia che non solo tuteli e promuova i diritti dei minori, ma che “ripensi” ad un contesto sociale a misura di bambino, nel pieno riconoscimento dell’originalità della soggettività di ogni bambino, portatore di differenze individuali, psicologiche, fisiche, sessuali, culturali, religiose, etniche.
Oltre che da profondi cambiamenti che hanno investito la struttura familiare, la vita stessa dei bambini è stata, negli anni che stiamo vivendo, minacciata da nuovi rischi: la povertà e l’impoverimento, la violenza domestica ed urbana, l’abuso e il maltrattamento, lo sfruttamento del lavoro minorile, le conseguenze che derivano ai bambini dai disturbi psichici e fisici dei genitori.
Quando un bambino subisce abusi in casa o nella comunità in cui vive, diventa incapace di evocare qualsiasi immagine interiore sicura di un adulto. Il suo mondo interiore si svuota, o ancora peggio, si popola di immagini spaventose.
La cronaca ci racconta, anche in contesti di apparente normalità, drammatiche forme di maltrattamento nei confronti dell’infanzia. Deprivazione affettiva, conflittualità familiare – spesso esasperata da rotture coniugali – violenza domestica, casi di sopraffazione nei nidi e negli asili, bullismo.
Il disagio, la sofferenza, l’abuso trovano la loro maggiore espressione tra la disgregazione: sociale, familiare, relazionale, affettiva, interiore e quella dei valori.
Prendersi cura dell’infanzia significa, perciò, accettare anche la fragilità adulta, decifrare le condizioni intime, relazionali e sociali che inducono un genitore a non comprendere i bisogni e le esigenze dei propri figli.
Un altro nodo è quello della comunicazione e dell’informazione. Nei luoghi del bisogno, della fragilità e del dolore, spesso i media mostrano i propri limiti, la propria difficoltà a capire, ad interpretare e a trasmettere in modo corretto.
E anche quando le intenzioni sono proiettate nella giusta direzione, finiscono per disperdersi nel grande mare della comunicazione senza riuscire a produrre senso o corretta informazione a vantaggio dei minori e delle famiglie.
Il risultato finale è la spettacolarizzazione del dramma, la denuncia enfatica, le prese di posizione degli esperti, degli studiosi, degli esponenti politici, delle autorità morali, alle quali si sostituiscono nell’arco di poche settimane l’oblio, il silenzio, in attesa di un prossimo caso eclatante.

Gli anziani. L’impoverimento e lo spettro della non autosufficienza
Negli ultimi anni lo scenario demografico italiano si è caratterizzato, oltre che per un basso tasso di natalità, per l’innalzamento della vita media e il tendenziale invecchiamento della popolazione. Dall’inizio del nuovo Millennio l’indice di vecchiaia nel nostro Paese ha conosciuto una costante crescita. L’alto indice di vecchiaia si accompagna ad un alto valore dell’indice di dipendenza demografica che misura il rapporto tra la popolazione in età non attiva e quella in età attiva.

La proiezione per i prossimi decenni evidenzia che l’Italia conoscerà un ulteriore aumento dell’indice di dipendenza come effetto del maggior peso della componente anziana rispetto a quella giovane sulla popolazione complessiva.
L’invecchiamento della popolazione presenta al nostro Paese nuove richieste, per far fronte a nuove esigenze e crescenti fragilità: entrando nella quarta età, più cittadini sperimentano solitudine ed isolamento sociale, perdono l’autosufficienza in un processo continuo, che porta a vivere e superare diverse situazioni di potenziale crisi: un nuovo ambiente di vita, il pensionamento, la malattia, la perdita della persona amata, la dipendenza.

Gli anziani, insieme alle donne e ai giovani, sono inoltre fra le categorie di cittadini che più di altri hanno sofferto gli effetti della crisi economica. Hanno, infatti, hanno affrontato la crisi con una drastica riduzione dei consumi, ed un numero crescente di loro rischia di precipitare nell’indigenza, sotto la scure di una crisi che divora le pensioni e fa impazzire il costo della vita. La pressione fiscale che in Italia grava sulle pensioni è tra le più elevate d’Europa.

Come denunciato in passato anche dalla Società Nazionale di Gerontologia e Geriatria, un milione di anziani italiani presenta gravi carenze nutrizionali e sono a rischio di vera e propria malnutrizione per povertà. Né si può ignorare l’allarme abitativo che coinvolge anche molti pensionati, schiacciati da affitti e costi divenuti ingestibili.

Quando non si arriva a questi estremi, rimangono, persino più trascurati, i problemi legati all’autosufficienza e l’autonomia, alla solitudine, alla perdita di ruolo sociale, tutti affidati alle disponibilità – economiche, di tempo, di volontà – dei singoli nuclei famigliari.
Tutto questo a dispetto dell’immagine mediaticamente più diffusa, ed efficace, della terza età negli anni Duemila: quella di una giovinezza prolungata, ricercata, ritrovata.
Il welfare familiare che caratterizza la società italiana mostra tutta la sua fragilità quando gli anziani cessano di essere autosufficienti e necessitano di assistenza e cure a loro volta.

All’interno del Rapporto Italia 2018 dell’Eurispes si rileva come un terzo degli italiani (33,8%), all’interno della propria famiglia, ha un parente non del tutto autosufficiente.
La cura e l’assistenza nei confronti di un anziano non autosufficiente sono molto complesse e impegnative, a tratti sfibranti e logoranti, in particolare se affetto da demenza, Parkinson o Alzheimer.
Le strategie adottate dalle famiglie italiane in cui è presente una persona non autosufficiente sono eterogenee, con una prevalenza di soluzioni interne al nucleo familiare.

L’invecchiamento della popolazione ha fatto emergere due problemi principali a cui il sistema assistenziale italiano è chiamato con urgenza a far fronte: da un lato, è cresciuto il numero dei “grandi anziani” che vivono soli o per i quali la rete dei sostegni familiari si è indebolita; dall’altro, aumenta il numero di anziani esposti al rischio di perdere la loro autosufficienza fisica o psichica.
Il sistema sanitario nazionale, tuttavia, pur essendo tra i migliori al mondo, presenta uno dei propri punti deboli proprio nell’assistenza dei pazienti cronici e degli anziani non autosufficienti.

Più che mai si rende necessario, innanzitutto, che si intervenga in sede preventiva; prevenire in questo caso significa rallentare e ritardare l’instaurarsi di condizioni invalidanti, che hanno in comune un progressivo percorso verso la non-autosufficienza e quindi verso la necessità di interventi sociali e sanitari complessi e costosi.
Tenendo conto delle risorse umane e finanziarie disponibili, deve essere promosso, in linea generale, il consolidamento dei servizi esistenti e il loro sviluppo in modo da diffondere la cultura della domiciliarità, attraverso la “personalizzazione” degli interventi sociali e sanitari.

Tali finalità possono, ad esempio, essere perseguite sostenendo l’anziano nel proprio domicilio; sostenendo le famiglie nella cura al domicilio di anziani non autosufficienti; innovando e diversificando l’offerta di servizi ed interventi; riconoscendo il diritto dell’anziano a scegliere da chi farsi assistere.
La cronaca, infine, troppo spesso ci ricorda come sia fondamentale vigilare sull’assistenza fornita all’interno delle strutture che ospitano anziani non autosufficienti e lungodegenti, affinché venga loro garantito un trattamento rispettoso della dignità e della persona.

La disabilità
La disabilità investe nel nostro Paese una fascia di popolazione assai più estesa di quanto si possa immaginare. La disabilità grave, infatti, “non si vede”, non è presente nei flussi del mainstream della comunicazione. È tenuta, per così dire, “in un angolo”, racchiusa e compressa entro mura domestiche, l’unico luogo deputato alla gestione di una serie di rapporti affettivi, assistenziali e anche sanitari che accompagnano la precaria esistenza dei disabili gravi e delle loro famiglie.

La stragrande maggioranza dei portatori di handicap vive all’interno del nucleo familiare, ma risulta anch’essa “segregata in casa” assieme ai congiunti, a causa dell’assenza di supporti, di sostegni, di opportunità.
Il ruolo della famiglia nella gestione dell’handicap è preponderante in Italia e nei paesi mediterranei.

Come contraltare a questo “farsi carico” della disabilità grave da parte dei congiunti, l’investimento pubblico dei diversi paesi in termini di risorse per l’assistenza e la gestione dei soggetti portatori di handicap, appare inversamente proporzionale.

Il sostegno che si ottiene nei casi di grave disabilità è esclusivamente economico, e consiste nell’indennità di accompagnamento regolata dalla legge104/1992. Le associazioni che tutelano i diritti dei portatori di handicap lo ritengono assolutamente insufficiente e, oltretutto, di difficile ottenimento.

La prima forma di confronto con il mondo esterno, oltre la cerchia di genitori, famiglia e amici, il primo “ingresso in società” arriva con il raggiungimento dell’età scolare.
Per i bambini diversamente abili si rendono necessari tutta una serie di accorgimenti, servizi e attenzioni che devono essere necessariamente presenti all’interno degli istituti scolastici perché la scuola non sia vissuta come un trauma, ma come strumento di integrazione, crescita e conoscenza, di accettazione di se stessi in mezzo agli altri.
La scuola italiana, d’altra parte, stando alla condizione attuale, non gode di ottima salute e a peggiorare la situazione sono, infatti, le critiche condizioni in cui gli alunni diversamente abili sono costretti ad esercitare il proprio diritto allo studio.

Il 22 giugno 2016 ha rappresentato una data importante per decine di migliaia di nuclei familiari che accolgono al loro interno un congiunto portatore di grave handicap. Quel giorno, infatti, la Camera dei Deputati ha definitivamente varato la legge 112/2016, il cui titolo recita: “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”.

La legge è stata promossa dalle associazioni delle famiglie dei disabili che da lunghi anni sottoponevano al Parlamento la necessità di un intervento relativo al “dopo di noi”. Le buone leggi necessitano di una buona applicazione.

Sul tema della disabilità grave e del “dopo di noi” il Paese ha mandato quantomeno un segnale di vicinanza e di solidarietà verso concittadini che vivono una condizione che nessuna legge può sanare. Dopo tanti ritardi l’Italia si è dotata di uno strumento importante, la cui adeguatezza va, tuttavia, testata nei fatti.

Prima di ogni riflessione sulla normativa, tuttavia, occorre partire dalla necessità di intervenire sul piano educativo, per favorire la diffusione di una cultura dell’inclusione e del rispetto nei confronti dei portatori di qualunque tipo di fragilità. Perché è dalla presenza o, al contrario, dall’assenza di questa cultura rispettosa e solidale verso chi è più vulnerabile che si misura il livello di civiltà di un popolo.

Intervento del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, al convegno “Obiettivo bambino: un contributo al contrasto delle violenze sui bambini”

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