Le mafie, tra realtà e rappresentazione (seconda parte)

Se la serie Romanzo criminale costituisce un punto di svolta ed un precedente nel panorama dell’offerta italiana ma anche nella rappresentazione del crimine e delle associazioni a delinquere, in pochi anni altre serie rivoluzioneranno il settore. Negli anni Duemila lo stile della produzione televisiva di qualità è cambiato, ma anche, e forse fin troppo, l’approccio ai generi, ed il crime è diventato genere di gran moda e grande seguito. Al cinema sono arrivati Gomorra di Matteo Garrone, ispirato all’omonimo successo letterario di Roberto Saviano, Anime nere, che vede protagonista la meno rappresentata delle associazioni mafiose, la ‘Ndrangheta, La paranza dei bambini, sempre da un testo di Saviano. In tutti i casi notevole è stato l’apprezzamento di pubblico e critica, anche nei festival internazionali. E in tutti i casi la prospettiva della narrazione è quella dei criminali.

Per quanto riguarda la televisione, nell’ultimo decennio sono state realizzate la serie Gomorra, che racconta la Camorra sviluppando autonomamente lo spunto del libro, Suburra, su mafie ed organizzazioni criminali attive nella capitale e Zero Zero Zero (tratto ancora da Saviano), sulla gestione dei traffici di stupefacenti da parte delle mafie nostrane ed internazionali.

Non a caso tutti prodotti trasmessi da canali privati, non dalla Rai, dalla quale si differenziano per stile, temi e target. Non dover parlare al pubblico generalista significa godere di una maggiore libertà, significa lasciarsi scegliere da un’audience meno ampia ma più attenta e motivata. Anche la regia ha un’impronta decisamente cinematografica, aspetto che ha favorito l’esportazione – ed il successo – delle serie all’estero, un risultato più che raro per le produzioni nostrane.

Se tutti i prodotti citati hanno avuto notevole risalto, è indubbio che la nuova grande svolta nella rappresentazione della mafia è arrivata nel 2014 con Gomorra. La serie, ormai celeberrima, è prodotta da Sky, Cattleya e Fandango ed è per ora giunta alla quarta stagione. Si tratta di una produzione record per Sky, con ascolti anche superiori al milione di spettatori – dati che vanno moltiplicati trattandosi di un prodotto fruibile in diversi momenti, per cui non valgono le regole della Tv lineare. Venduta in tutto il mondo, ha avuto un impatto non inferiore a quello dell’americana Narcos, ed è ormai assurta a modello per il genere.

Gomorra nasce con il preciso intento di intrattenere ma anche mostrare le atrocità messe in atto dalla Camorra. I suoi personaggi, come sottolineato esplicitamente dagli autori, sono tutti mostri, senza eccezioni. Diversamente dai ragazzi di Romanzo criminale, ci vengono mostrati già immersi nella mentalità e nello stile di vita mafioso, non in cerca di riscatto ma per via ereditaria o per contagio ambientale. In principio è effettivamente difficile trovare appeal, sia pure nero, nei protagonisti: un vigliacco viziato che beneficia del ruolo del padre, un boss spietato, un camorrista ambizioso pronto a manipolare il suo amico più stretto. Il male sembra avere poche sfumature, eppure di puntata in puntata i personaggi conquistano i favori del pubblico. È così per la moglie del boss, dura ma legata alla propria famiglia e determinata in ogni sua scelta, è così per il primo capo, capace di sacrificare persino chi non lo ha tradito, se lo ritiene utile, persino una bambina innocente, ma devoto alla moglie ed al clan, ed è così per i due personaggi più iconici, Ciro l’Immortale e Genny Savastano. Il primo uccide la propria moglie che voleva denunciarlo, tradisce chi gli era amico, eppure entra poco a poco nel cuore dei telespettatori, che ne chiedono la salvezza; il secondo fa assassinare il proprio stesso padre, fa arrestare a tradimento il suocero, colleziona omicidi efferati, e nonostante ciò piace, al punto da diventare testimonial pubblicitario e simbolo della serie.

Anche con Gomorra, dunque, la questione morale della rappresentazione mediatica della mafia si presenta problematica. Gli spettatori abituali, anziché auspicare l’arresto e la punizione dei protagonisti, sperano nella loro salvezza e si rammaricano per la loro morte. Ad un livello superficiale, si può paragonare questo atteggiamento con quello di coloro che negli anni Ottanta simpatizzavano con il perfido JR del serial Dallas. Da un’analisi più attenta emerge che, col dipanarsi delle vicende, anche questi terribili personaggi sono diventati umani e familiari, sono stati esplorati i loro dolori e le loro debolezze, sono state mostrate “imprese” ardite, spesso contro avversari più spregevoli di loro.

Raccontare una storia dal punto di vista del soggetto criminale favorisce inevitabilmente l’immedesimazione del pubblico, nei suoi sentimenti, nelle difficoltà e nelle vittorie, nelle scelte, nei dolori. Così è sempre accaduto, da Lolita di Nabokov al Raskolnikov di Dostoevskij.

Le necessità narrative dei prodotti televisivi e cinematografici fanno il resto. Un prodotto audiovisivo deve coinvolgere ed appassionare il pubblico, e per questo sono necessari protagonisti carismatici, vicende avventurose, che mettano costantemente alla prova e in pericolo, così che la salvezza risulti un sollievo. L’immedesimazione è un fondamentale strumento di presa sul pubblico, la vendetta e la vittoria su avversari abietti gratificano l’audience.

Se Tv e cinema avessero rappresentato soggetti semplicemente mediocri, immersi in una vuota ignoranza, privi di legami affettivi, estranei alle umane delusioni ed aspirazioni, probabilmente pochi spettatori avrebbero scelto di proseguire la visione. Ma, nel momento in cui i protagonisti sono i “cattivi”, il rischio di un rovesciamento di prospettiva è elevato.

D’altra parte, è evidente come per un pubblico consapevole la “simpatia” per Ciro l’Immortale e Genny Savastano, amplificata dai commenti sui Social, non implichi mitizzazione né desiderio di emulazione e, soprattutto, non distolga dalla presa di coscienza relativa all’universo criminale nel quale si muovono, cui corrisponde una tragica realtà. Né dalla consapevolezza del destino squallido e fatale di un’esistenza mafiosa, come la serie sempre mostra. È certamente con ironia che alcune citazioni dalla serie sono diventate veri tormentoni: “Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’”, “Stà senz pensier!”, “Bevilo! Tutto! Famme capi’ se me pozz’ fida’ e te!”. Sono invece gli spettatori che guardano Gomorra (come altri prodotti, del resto) senza la necessaria maturità, senza il filtro di una cultura civica, della legalità e del rispetto della vita, i più vulnerabili a suggestioni distorte.

La Camorra, da parte sua, trova alimento, per il proprio immaginario, anche in questi prodotti – o meglio negli aspetti più graditi e glamour di essi – come per anni ha fatto prendendo a modello, ad esempio, la villa kitsch di Tony Montana/Pacino in Scarface, perfetta espressione del suo potere e della sua arroganza. Oggi le moto, l’abbigliamento, i tagli di capelli e le frasi di Gomorra sono il moderno alimento per la vanità di una parte degli affiliati.

D’altra parte Gomorra, va sottolineato, descrive come mai era stato fatto prima l’intreccio tra crimine, economia, istituzioni, affari internazionali. Il cancro si ramifica inesorabile da Secondigliano a Roma, a Milano, al Sudamerica, ai paesi dell’Est, come a Londra e Berlino. Fanno parte del sistema ragazzini di quartiere, imprenditori, grandi trafficanti e colletti bianchi. La natura multiforme e vorace della Camorra e, in generale, della mafia contemporanea, viene raccontata mirabilmente.

E sebbene in molti abbiano criticato il fatto che la serie, con la sua notorietà nazionale ed internazionale, abbia veicolato in Italia ed all’estero l’immagine della parte peggiore di Napoli e del Paese, forse favorendo scorrette generalizzazioni, raramente tenere nascosti i problemi aiuta a risolverli.

Lo stesso discorso può essere applicato a Suburra, giunto alla seconda stagione; la prima serie televisiva italiana originale distribuita da Netflix, a partire dal 2017, liberamente tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini.

Con il consueto mix di azione, violenza, suspense e sentimenti, il telefilm intreccia le sorti di una potente famiglia criminale romana e quelli di una famiglia sinti emergente sulla scena criminale, con la politica corrotta e gli esponenti deviati del mondo ecclesiastico.

Anche in questa serie i personaggi, illuminati da ottimi interpreti, sono uomini e donne a tutto tondo, che si confrontano con le proprie frustrazioni, sognano una vita diversa, desiderano il potere, si innamorano, si sentono inadeguati, affrontano scelte fatali. Le diatribe familiari assumono le caratteristiche della tragedia greca e, anche in questo caso, il pubblico si sente direttamente partecipe ed arriva a sviluppare un legame con i personaggi.

Suburra esplora la Roma peggiore, eppure non si può pensare che la città sia soltanto la sua parte nascosta corrotta e deviante. Genera empatia, eppure mette in campo esistenze votate alla distruzione ed azioni spregevoli e lo fa in modo trasparente.

Neppure in questo caso sarebbe corretto demonizzare la scelta di una narrazione dal punto di vista criminale.

Sembra, piuttosto, legittimo interrogarsi sul futuro, a fronte di una rappresentazione mediatica delle mafie e del crimine che, in Italia come nel mondo, sembra vicina alla saturazione ed alla ripetitività. Forse, a questo punto, comincia a sentirsi il desiderio di assistere a prodotti altrettanto moderni ed accattivanti per linguaggio e stile, forti delle medesime eccellenze professionali, che abbiano però per protagonisti coloro che contrastano le organizzazioni criminali.

Leggi anche:

Le mafie, tra realtà e rappresentazione (prima parte)

 

 

 

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