L'opinione

Lo stato dell’Unione secondo Ursula. Chi lo farà?

Un discorso ad ampio raggio quello pronunciato da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, del 16 davanti al Parlamento europeo. Ha parlato come un capo di stato o di una federazione, senza esserlo. Discorso in parte condivisibile, bello in apparenza, ma generico a una lettura più attenta.  Sono le scelte migliori? In base a quali criteri? Chi realizzerà tutto ciò di cui ha parlato? L’Unione al momento non ha gli strumenti per farlo. O meglio, li avrebbe, ma la Presidente e la Commissione avranno il coraggio e la forza di trasformare quanto detto in proposte concrete? Direttive, regolamenti, decisioni e quant’altro necessario per attuare quanto enunciato e mettere l’Unione in condizioni di agire, per esempio, anche in politica estera, come lei dice, uno dei punti deboli più gravi dell’Europa? La Commissione è l’unica istituzione che ha potere di iniziativa, ma avrà il coraggio di sfidare il Consiglio? Certo, il momento è propizio per le grandi scelte, una opportunità che si presenta inaspettata, dopo il ‘57. Ci si può arrivare. Ma il Consiglio, gli europei sono pronti alla sfida? Il Parlamento è pronto eventualmente allo scontro? Per la gravità del momento che stiamo vivendo, la cosa peggiore, da non fare, sarebbe quella di illudere cittadini e imprese con proclami aulici, che poi restano tali, come uno dei tanti appelli a cui abbiamo assistito sinora, in altre occasioni precedenti. Il Piano di rilancio (ripresa) può rappresentare una svolta, ma a condizione che seguano altre scelte coerenti. C’è da sperare, perciò, che quello di Ursula non resti un appello inascoltato, fine a sé stesso, solo per la soddisfazione degli addetti ai lavori.

Gran parte delle cose dette, comunque, erano già note o scontate: il Piano di rilancio (o Prossima generazione Eu), il programma Sure (prestiti) per sostenere la disoccupazione, gli interventi della Bce sulle banche, le altre forme di investimenti per le imprese, la sospensione del Patto di stabilità, la revisione di Schengen e dell’accordo di Dublino sull’immigrazione (una proposta modesta), ecc. Ha voluto richiamare il concetto di “stabilità”, come base per l’economia sociale. Ha proposto il salario minimo, ben sapendo che, prima di retribuirlo, il lavoro bisogna averlo, quindi va promosso con politiche coerenti. Il lavoro, la cui “dignità è sacra”, come ha voluto giustamente ricordare, sarà la vera emergenza dei prossimi mesi per cui occorrono risposte più adeguate. Tali convincimenti, condivisibili, richiederebbero altri provvedimenti in termini di politica sociale e di coesione da parte dell’Unione. Anche l’affermazione che “serve una Uem forte” è importante, ma lo sapevamo già da tempo. Che significa per lei e la Commissione? L’Eurozona è il cuore dell’Unione. Sull’euro si giocherà il suo futuro. Perciò su una questione così centrale e fondamentale per l’Europa sarebbe stato opportuno presentare un’idea, una proposta con l’impegno a riprendere l’iniziativa, da parte della Commissione, per superare i limiti ancora presenti nell’Uem. Limiti che continuano ad alimentare squilibri e distorsioni tra i paesi e tra i cittadini. Ha proposto invece un’unione della sanità. Un’ottima idea, una necessità, resa evidente da quanto accaduto e sta accedendo col coronavirus, ma per realizzarla non basta un’agenzia in più o una conferenza da fare in Italia l’anno prossimo. Lo stesso vale per l’unione dell’uguaglianza, l’unione sociale e per la politica estera. Una politica comune che manca nell’Unione, giustamente evocata nella parte finale del suo intervento, mettendo a nudo, senza pietà, i limiti europei su questo fronte, limiti ormai non più sopportabili di fronte a ciò che sta avvenendo da tempo sullo scacchiere mondiale, a cominciare da casa nostra, nel Mediterraneo. Per tutto questo serve molto di più. Serve una scelta su ciò che l’Unione dovrà o vorrà essere. Serve visione e coraggio. Serve l’unione politica. Una scelta che attendiamo dal 1957.

La Presidente non ha fornito altre indicazioni in campo economico. Ha ribadito, nonostante la gravità e le conseguenze della pandemia, le scelte che aveva presentato all’atto della sua nomina, un anno fa, puntando tutto su ambiente ed economia digitale, all’epoca politiche prive di finanziamenti, recuperati adesso dai fondi destinati al Piano di rilancio. Due settori sicuramente importanti, in particolare il secondo, dove l’Unione ha degli svantaggi difficilmente recuperabili senza una scelta politica drastica e comune, con fondi appositamente destinati, non con una partita di giro degli investimenti destinati al Piano. Non conosciamo le ragioni “scientifiche” e la logica che sottende la ripartizione di tali fondi, rispettivamente del 37% e 20%, ma sicuramente le priorità, nell’immediato, non sono le stesse per tutti i paesi, a meno di studi in corso da parte della Commissione, che attestino la validità delle scelte. Il rischio che corriamo nuovamente, come col piano Marshall del dopoguerra, è che tali indicazioni, alquanto improvvisate come quelle adoperate per dividere il Fondo per il rilancio (la ripresa), servano solo a dare delle indicazioni generiche agli stati, liberi di fare ciò che vogliono, senza una logica europea comune, quella che dovrebbe sottendere al Piano e alle altre politiche. Sarebbe invece opportuno che ci siano progetti europei coordinati, che sviluppino e tutelino interessi comuni nei settori strategici, come il digitale, l’ambiente, l’energia o altro. È un’occasione che non possiamo perdere. Inoltre si rischia così di lasciare fuori altri settori vitali per l’economia dell’Unione in questa fase di crisi, come quelli, ad esempio, legati al manifatturiero, al movimento di persone (turismo), alla cultura o alla ricerca.

Il futuro sarà ciò che creeremo. L’Europa sarà ciò che vogliamo che sia. Smettiamo di parlarne. Mettiamoci al lavoro”, ha detto la Presidente. È quello che pensiamo anche noi, da tempo. L’accordo di luglio scorso, molto importante, ha evitato la “caduta” dell’Unione, ma a condizione che sia la prima tappa di un nuovo percorso di cambiamento. Giusta quindi la raccomandazione di mettersi al lavoro concretamente. Ma la prima a doverlo fare è la Commissione, che ha il potere di iniziativa, col coinvolgimento concreto del Parlamento europeo, dei cittadini e del Consiglio, affinché questo, o parte di esso, si faccia carico di un adeguamento istituzionale dell’Unione. Noi siamo pronti. L’Italia è pronta. Cominciamo subito con progetti europei e con l’utilizzo al meglio dei fondi già disponibili.

*Coordinatore del Laboratorio Europa dell’Eurispes

 

 

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