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Mafia in Germania, il volume del riciclaggio si aggira sui cento mld di euro l’anno

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In questi giorni molto scalpore ha sollevato l’articolo di uno dei più diffusi quotidiani tedeschi, il Die Welt, nel quale, sulla scia di una ormai stantia assimilazione dell’Italia a patria del malaffare, si afferma che «in Italia la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles». «Frau Merkel resti ferma». E ancora: «I fondi dovrebbero essere versati soltanto per il sistema sanitario e non per il sistema sociale e fiscale. E naturalmente gli italiani devono essere controllati da Bruxelles e usare i fondi in modo conforme alle regole». Affermazione forte che sembra essere stata condivisa dai ministri di Germania, Olanda e Finlandia dell’Ecofin, atteso che i fondi oggetto della trattativa sul MES concessi al nostro Paese, non sono soggetti a condizionamento solo per la parte destinata alla spesa sanitaria e non per finanziare il sistema sociale e fiscale.
Le lezioni sono legittime a condizione che partano da paesi che nella lotta alla mafia hanno dimostrato impegno e consapevolezza del pericolo da essa rappresentato; molto meno da parte di chi, come la Germania, ospita da decenni fenomeni mafiosi come la ’Ndrangheta, e operazioni di riciclaggio per un centinaio di miliardi all’anno.

La conferma proviene da Le Courrier International in un articolo del 22 gennaio di quest’anno dal titolo “La Germania, paradiso del riciclaggio del denaro”. Nel sottotitolo si riporta un dato allarmante secondo cui sarebbe di cento miliardi di euro all’anno l’ammontare del denaro riciclato nella più ricca economia europea. «Il riciclaggio di denaro – così prosegue l’articolo – è una gigantesca industria che permette a profitti provenienti da ogni genere di traffici illeciti – droga, tratta di esseri umani, corruzione, estorsioni, ricatti – di penetrare, attraverso vari passaggi, nell’economia legale. È il meccanismo attraverso il quale il denaro sporco diventa pulito».
Vengono citate a questo proposito le stime dell’UNODOC (l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine organizzato), secondo le quali una percentuale tra il 2% e il 5% del Pil mondiale sarebbe proveniente, ogni anno, dal riciclaggio. Cita ancora uno studio del Ministero delle Finanze tedesco, secondo il quale sarebbe appunto di cento miliardi di euro all’anno la quota di riciclaggio riguardante la Germania, più o meno equivalente al giro d’affari di una casa automobilistica come la BMW. Tutto questo ha indotto, nel novembre dello scorso anno, il Parlamento della Germania a ratificare una nuova direttiva europea sul riciclaggio, a rafforzare i controlli fiscali nel settore immobiliare e ampliare le competenze degli organi di finanza doganale, così come il controllo sulle operazioni finanziarie sospette e su quelle eseguite tramite criptovalute.

Le indagini condotte dalla Polizia giudiziaria e dalla Magistratura hanno consentito di accertare che nella stragrande maggioranza dei casi di riciclaggio accertato, vengono utilizzati intermediari, per lo più piccoli imprenditori, che consentono di far transitare il denaro sporco sui loro conti correnti, dietro una commissione del 5%. Nei casi di importi di maggiore rilievo, si utilizzano imprese tedesche con filiali nei paradisi fiscali, in Europa o, preferibilmente, a Panama. Basta un clic sul computer e le somme spariscono per poi ritornare da dove erano provenute, ma perfettamente ripulite. Non è detto che si tratti necessariamente di denaro proveniente da attività illecite compiute all’interno, ché anzi la facilità di procedure di riciclaggio in un determinato paese, attrae capitali illeciti da altri paesi e, nel caso della Germania, si tratta molto spesso di Paesi dell’Est europeo, ove sono presenti gruppi criminali organizzati ma anche fenomeni corruttivi, traffici di armi, e altro, che coinvolgono anche i gruppi dirigenti di tali paesi. La maggior parte del denaro di provenienza illecita proviene dal traffico di droga, che, si sa, consente di realizzare enormi profitti. Accanto a questi vi sono quelli provenienti da delitti di minore gravità, che vengono riciclati o con l’acquisto di autovetture di grossa cilindrata o di immobili. Le automobili vengono imbarcate con destinazione nei paesi africani, ma anche in Albania e altri Paesi dell’Est, dove vengono rivendute.

Al fine di non lasciare tracce, le modalità di pagamento avvengono in denaro contante, che rende impossibile la tracciabilità della provenienza del denaro. La più usata è la banconota da 500 euro, e il motivo è evidente se si pensa che nell’involucro di un pacchetto di sigarette possono essere contenute cinquanta banconote per un totale di venticinquemila euro, e in una valigetta 24 ore, ventimila banconote per un totale di 10 milioni di euro! Ma, mentre in molti paesi europei, come Italia, Francia, Portogallo e Spagna, vi sono dei limiti alla possibilità di pagamento in contante (in Italia sino all’anno scorso era di tremila euro, dal primo luglio di quest’anno duemila e, da gennaio 2022, mille), nessun limite è previsto in Germania, con ciò rendendo molto più convenienti le attività di riciclaggio e molto più difficili le attività di indagine sul fenomeno. Gli stessi responsabili tedeschi riconoscono la modestia dei risultati conseguiti nella lotta al riciclaggio, nonostante sia ormai diffusa la consapevolezza del problema, reso più favorito dalla ricchezza dell’economia tedesca.
Oltre a quanto esposto nell’articolo, vi è un dato che appare decisivo per comprendere la vastità e la gravità del problema del riciclaggio in quel paese. Nonostante le autorità tedesche si sforzino di negare la presenza di associazioni mafiose in Germania, è vero il contrario.

È accertata ormai da un ventennio la presenza delle mafie italiane, in particolare la ’Ndrangheta. Numerose operazioni giudiziarie condotte dalla Magistratura italiana hanno consentito di accertare la presenza non di singoli appartenenti alle cosche calabresi, ma di sodalizi organizzati sul modello dei loro paesi d’origine. La strage di Duisburg avvenne alle ore 2.24 della notte di Ferragosto del 2007, all’uscita delle vittime dalla pizzeria “Bruno” dove si era festeggiato il diciottesimo compleanno di una delle vittime. Quell’episodio si inseriva all’interno di una lunga e feroce faida tra le famiglie di ’Ndrangheta Nirta-Strangio da una parte e Pelle-Vottari dall’altra, entrambe originarie del comune di San Luca, noto per il santuario della Madonna di Polsi. Per l’opinione pubblica tedesca rappresentò un brusco richiamo alla realtà e, in qualche modo, la fine dell’innocenza.

In una riunione tra inquirenti e magistrati italiani e quelli tedeschi, tenuta a Wiesbaden, sede della BKA (la Polizia federale tedesca), si apprese che quell’importante organismo investigativo (paragonabile alla nostra DIA – Direzione Investigativa Antimafia) aveva avuto una sezione specializzata al contrasto del crimine organizzato di matrice mafiosa italiana, che aveva dato buoni risultati, ma dopo l’attentato alle torri gemelle del 2001, quella sezione era stata destinata al contrasto del terrorismo islamico. Della mafia non si interessò più nessuno. Nel frattempo, la ’Ndrangheta aveva aperto decine di ristoranti e pizzerie, utilizzando i proventi dei sequestri di persona degli anni Settanta e, successivamente, del traffico di droga. Anche la distribuzione della cocaina, infatti, era appannaggio della ’Ndrangheta che la riceveva dai porti di Rotterdam ed Anversa. Una coraggiosa giornalista tedesca, Petra Reski, oggi residente in Italia, scrisse vari reportage e pubblicò libri sui fatti di Duisburg, sulle cosche di San Luca, sulla penetrazione della ’Ndrangheta nelle città tedesche di Francoforte, Monaco, Duisburg e soprattutto Erfurt. Fece i nomi di soggetti indagati dall’Autorità giudiziaria italiana e dalla Polizia federale tedesca (l’Autorità giudiziaria tedesca, dopo la tempesta della strage di Duisburg, ricadde nella sostanziale indifferenza manifestata in precedenza), e per effetto delle denunce dei personaggi da lei citati fu condannata per diffamazione e al risarcimento danni in favore di quei soggetti. Il libro venne censurato e numerose strisce nere ricoprirono le righe ritenute offensive.

A più di venti anni di distanza dalla strage di Duisburg, si scopre adesso che il volume del riciclaggio si aggira sui cento miliardi di euro all’anno, e che l’economia più forte del nostro continente è gravemente inquinata dal denaro sporco riversato dalle organizzazioni mafiose. Inoltre, nessun nuovo strumento di contrasto è stato introdotto nella legislazione di quel paese, né l’introduzione del reato associativo di tipo mafioso, né l’ampliamento delle possibilità di disporre intercettazioni telefoniche ambientali, né, infine, misure di prevenzione patrimoniali.
Per l’Italia, però, non è vero che “aver compagni al duol scema la pena”. Altro è infatti il vulnus di legalità riguardante un singolo paese dell’Unione europea, altro è sapere che è tutto il continente europeo, sia pure con diversa intensità, a conoscere presenze ed effetti della presenza di fenomeni di criminalità organizzata, composta non solo dalle mafie italiane, ma anche di quelle di provenienza russa, cinese, albanese, alle quali vanno aggiunte quelle autoctone che, col tempo, hanno assunto anch’esse caratteri di mafiosità, e tutte impegnate nel traffico di sostanze stupefacenti.

Sarebbe utile, a questo punto, che l’Unione europea assumesse urgentemente iniziative di effettivo e determinato contrasto. Prima tra tutte una riforma che metta fine ai paradisi fiscali ancora esistenti, al dumping fiscale adottato da alcuni paesi per attirare investitori e depositi. In seguito, l’abolizione della banconota da 500 euro (di fatto usata ormai solo per pagamenti in nero o di attività illecite), l’introduzione obbligatoria di rigorosi limiti all’uso del denaro contante; la tracciabilità dei pagamenti nel settore immobiliare, nelle aste, nella vendita di gioielli, opere d’arte, autovetture, natanti, aeromobili. Controlli rigorosissimi delle criptovalute (sono già in circolo sette miliardi e mezzo di corona-Coin, monete virtuali che speculano sull’epidemia del virus omonimo!), incentivi per incrementare l’uso di pagamenti con moneta elettronica (assegni bancari, postali o circolari non trasferibili, bonifici, carte di credito e carte di debito, ecc.), rafforzamento delle unità finanziarie per la segnalazione delle operazioni sospette e la conseguente repressione di quelle accertate come strumenti di riciclaggio e di evasione fiscale. Al momento, l’argomento del contrasto alle mafie non rientra nell’agenda delle Istituzioni europee, nonostante che episodi di violenza mafiosa, collegati a quelli di corruzione di ceti dirigenti, siano ormai diffusi, come segnalano le uccisioni di giornalisti (Malta, Slovacchia).
L’Italia, da circa cinquant’anni, si è attrezzata al contrasto sotto il profilo normativo (introduzione del reato di associazione di tipo mafioso, sequestro e confisca dei patrimoni mafiosi, legge sui collaboratori di giustizia) e istituzionale (istituzione della Direzione Nazionale Antimafia, ora anche Antiterrorismo). Un contrasto che è costata la vita a magistrati, esponenti delle Forze dell’ordine, politici, giornalisti. Nulla di pervenuto da altri paesi europei.

 

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