Criminalità e contrasto

Mafie straniere in Italia. “Mancano interpreti e collaboratori di giustizia”

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Dalla mafia nigeriana a quella cinese, rumena e albanese: le associazioni criminali straniere che hanno “preso casa” in Italia convivono con le mafie autoctone, si spartiscono traffici e attività illegali al Nord, al Centro così come nel Mezzogiorno. E l’attività di contrasto è complicata dalla mancanza di interpreti in grado di decodificare i numerosi dialetti utilizzati dagli stranieri coinvolti nelle attività criminali e dalla mancanza di collaboratori di giustizia. Cesare Sirignano, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Responsabile del Polo Criminalità Transnazionale, ha fotografato il fenomeno.

Quali sono le mafie straniere presenti nel nostro Paese? Qual è stata l’evoluzione del fenomeno?

Le mafie straniere si sono radicate nel nostro territorio circa quindici anni orsono. Nel tempo, si sono evolute così come le mafie italiane ed hanno raggiunto un alto livello di pericolosità anche a causa dell’incremento dei flussi migratori dai paesi balcanici e del Nord Africa.
Dovendo fare una graduatoria della pericolosità delle mafie straniere nel nostro Paese, oggi metterei sicuramente al primo posto quella nigeriana; a seguire quella albanese, rumena e cinese.

Dove sono localizzate sul territorio italiano le mafie straniere?

Le mafie straniere sono ormai stabilmente radicate in molte regioni italiane e si stanno espandendo sempre più. Hanno, inoltre, creato basi operative in numerosi paesi europei come l’Inghilterra, l’Olanda, il Belgio, la Germania e la Francia. In Italia, la mafia nigeriana è radicata soprattutto in Campania, in Lombardia, in Toscana, in Sicilia, in Calabria e in Piemonte. In diversi distretti è stato riconosciuto il carattere mafioso delle organizzazioni nigeriane e ricostruita la storia e l’evoluzione delle confraternite universitarie da cui derivano gran parte dei gruppi criminali operanti nel nostro Paese.

Quindi al Nord, al Centro e nel Mezzogiorno…

Nel panorama criminale nazionale le mafie straniere hanno occupato spazi importanti soprattutto in alcuni settori e stanno assumendo il controllo dello sfruttamento della prostituzione e dello spaccio di droga; in quest’ultimo caso, in misura minore e limitatamente alle località in cui le comunità africane sono concentrate da tempo. Con il passare del tempo e soprattutto con l’aumento di insediamenti in Italia della popolazione straniera proveniente dal Nord Africa e dai paesi sub-sahariani anche i rapporti tra la mafia nigeriana – ma il discorso può essere esteso anche ad altre organizzazioni criminali straniere – e quella autoctona si stanno intensificando sebbene si presentino ancora non completamente chiari in tutte le realtà territoriali. Il dato che suscita maggiori interrogativi è rappresentato dalla sempre crescente presenza di gruppi criminali nigerini nel Meridione di Italia, ossia proprio nella parte del Paese in cui dominano e controllano capillarmente il territorio le organizzazioni tradizionali mafiose e dove, di conseguenza, l’esercizio di attività illegali dovrebbe presentare maggiori difficoltà. Nel Nord Italia, dove le mafie autoctone sono comunque presenti, il controllo del territorio non sempre è necessario; le mafie non hanno bisogno di manifestare la loro presenza in modo violento e rumoroso, ma vivono mimetizzandosi nel tessuto sociale in modo da poter svolgere affari imprenditoriali riducendo il rischio di essere ricondotte a quelle delle regioni di origine.
Le risultanze delle attività investigative degli ultimi anni fotografano uno scenario in cui le mafie straniere sono presenti ovunque con diversi livelli di radicamento e di pericolosità gestendo le più diverse attività criminali.

Qual è il rapporto con le mafie nostrane?

Sebbene con il passare del tempo anche le mafie straniere siano state delineate nelle loro caratteristiche essenziali, le risultanze investigative non ne hanno ricostruito i rapporti con quelle tradizionali, risultando ancora difficile trarre conclusioni apprezzabili sul piano giudiziario, valide su tutto il territorio nazionale.
Gli episodi di conflitto anche violento ed armato accertati dalle Forze dell’ordine e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia autorizzano ipotesi di non piena e stabile sintonia ma di tolleranza e collaborazione utilitaristica tra le due mafie, alla ricerca di un vantaggio economico che potrebbe essere pregiudicato dai contrasti e dalle concentrazioni di Forze dell’ordine nei territori in cui si manifestano. In molti casi è stato accertato il pagamento di un quantum da parte delle mafie straniere a quelle tradizionali come riconoscimento della sovranità territoriale, ma il dato non può essere esteso a tutto il territorio nazionale.
Anche in Sicilia, dove sono state svolte numerose indagini sui migranti sbarcati nei porti e sui trafficanti, non è ancora chiara la natura del rapporto esistente tra i due mondi criminali sebbene la stabilità dei gruppi nigeriani in molte località costiere dell’Isola facciano propendere per una collaborazione o comunque tolleranza.
In Campania, invece, nel 2008 si è verificato uno degli episodi più gravi di conflitto tra mafia casertana e gruppi criminali africani stabilmente radicati nel territorio di Castelvolturno. Nel settembre del 2008, infatti, il commando di fuoco composto da Setola Giuseppe e da altri latitanti del clan dei Casalesi, esplodendo centinaia di colpi di fucili, mitra e pistole, sterminarono 6 ghanesi per lanciare un messaggio ai trafficanti di droga della zona che non avevano pagato la tangente richiesta sulle attività criminali (droga e prostituzione) esercitate dagli africani.
Una qualche forma di cooperazione tra nigeriani ed italiani è stata riscontrata sul piano logistico e solo relativamente all’affitto di case ed acquisto di attività commerciali, essendo stato accertato che lo spaccio di droga e lo sfruttamento della prostituzione avvengono all’interno della comunità straniera dando vita ad un mercato chiuso, anche se lucroso, in cui sia la materiale distribuzione della droga sia i canali di approvvigionamento sono gestiti da connazionali.
Nel Nord Italia il traffico di droga e quello della prostituzione gestiti da stranieri hanno dimensioni molto rilevanti. Dalla constatazione delle dimensioni del fenomeno deriva la conclusione in base alla quale dove non è necessario il controllo diretto del territorio da parte delle mafie autoctone, i traffici illeciti dei nigeriani si sviluppano in misura maggiore e senza alcuna opposizione.
Le mafie tradizionali, infatti, nel Centro-Nord Italia operano prevalentemente seguendo strategie diverse da quelle tradizionali, investendo i proventi delle attività illecite svolte nei territori di origine senza ricorrere, se non nei casi di assoluta necessità, alla violenza ed alla plateale intimidazione mafiosa.

Quali sono i settori di attività criminale delle mafie straniere?

Droga, tratta di persone, traffico di migranti, prostituzione e caporalato. In quest’ultimo caso si è constatato un livello maggiore di collaborazione tra africani ed italiani. In particolare: l’organizzazione criminale italiana che gestisce il caporalato su un territorio può avere uno o più punti di riferimento nigeriani, con capacità di aggregazione, per la individuazione degli uomini da far lavorare nei campi. In questo àmbito, i rapporti tra le due organizzazioni criminali si sono manifestati con maggiore evidenza.
Sul fronte del traffico di stupefacenti, gli albanesi costituiscono una reale alternativa alle cosche della ’Ndrangheta (che rappresenta il principale soggetto nel controllo del traffico della droga dal Sud America) essendosi radicati in diversi paesi dell’Europa ed avendo instaurato stabili rapporti con i trafficanti di droga colombiani e boliviani. Nel corso degli anni, le organizzazioni albanesi hanno dimostrato di essere affidabili controllando e gestendo tutte le fasi dell’importazione della cocaina direttamente dai paesi sud-americani attraverso loro connazionali ivi insediatisi. La gestione del traffico di droga in Italia, inoltre, è stata favorita dal progressivo formarsi di gruppi di albanesi nei principali porti italiani quali addetti ai lavori di carico e scarico delle merci. La stabile presenza di albanesi in alcune aree portuali del Centro-Nord Italia ha costituito e costituisce tuttora una delle motivazioni per cui anche le organizzazioni criminali autoctone si sono avvalsi del loro contributo per importare droga.

Le mafie nostrane si stanno sempre più infiltrando nell’economia legale, con l’acquisto di esercizi commerciali, ad esempio. Vale anche per le mafie straniere?

La mafia nigeriana e quella albanese, avendo raggiunto rilevanti livelli di radicamento in Europa, hanno da tempo investito i proventi derivanti dalle attività criminali in diversi paesi europei acquistando esercizi commerciali e gestendo società.
Nel territorio italiano, in parte per la particolare efficacia degli strumenti di contrasto patrimoniale ed in altra per la presenza di organizzazioni mafiose autoctone, gli investimenti delle mafie straniere sono ridotti, con la sola eccezione di quella cinese in Toscana nel settore tessile.

La mafia cinese si differenzia dalle altre per settori di attività criminale ed infiltrazione nell’economia?

La presenza della criminalità cinese nel territorio italiano risale a molti anni fa ed alcune sentenze, sebbene datate, ne hanno riconosciuto anche la mafiosità. Il fenomeno risulta localizzato prevalentemente in alcune regioni quali la Toscana, il Lazio e la Campania, ma con il passare del tempo, anche i cinesi si sono insediati in numerose zone del territorio nazionale. Le risultanze investigative fotografano uno spaccato particolarmente allarmante di sfruttamento lavorativo di cinesi giunti in Italia stipati nei container per le merci e costretti a vivere in condizioni igienico-sanitare a dir poco sconcertanti. Una forza lavoro al servizio di criminali connazionali che nel tempo hanno monopolizzato interi settori commerciali – tra cui il tessile rappresenta quello più significativo –, e favorito l’importazione di prodotti di ogni genere contraffatti, in alcuni casi anche con materiale nocivo alla salute. I cinesi sono operativi in quasi tutte le attività criminali. Nel contrabbando di sigarette sono giunti a falsificare le sigarette, non solo il marchio ma anche il loro contenuto di tabacco, che è risultato più nocivo di quello in vendita. I prodotti in vendita negli esercizi commerciali gestiti da cinesi non sempre sono contraffatti, ma si collocano sul mercato a prezzi più bassi perché frutto di sfruttamento lavorativo. La mafia cinese ha investito più delle altre mafie nel nostro territorio, soprattutto in negozi che vendono prodotti cinesi, in stretto rapporto con il paese d’origine. Il mercato illecito della contraffazione, a sua volta, finanzia gli investimenti legali. Ci sono almeno quattro regioni in Cina, dove domina la miseria, che costituiscono veri e propri centri di produzione di materiale contraffatto in quantità industriale, che poi raggiunge tutto il mondo. In Italia vengono importati capi d’abbigliamento delle principali marche italiane, spesso del tutto identici agli originali: alcuni di questi di qualità non scadente, che si avvicina molto a quella originale (ciò è reso possibile dal fatto di non dover sostenere i nostri costi del lavoro). La criminalità cinese si è distinta anche nel settore degli stupefacenti, principalmente per le droghe sintetiche. Come per l’economia legale, anche in àmbito criminale i cinesi stanno invadendo il mondo, sia perché hanno liquidità per comprare ogni cosa, sia perché sono maestri della contraffazione. E questo si traduce nella possibilità di corrompere polizia e funzionari doganali, in un meccanismo pericolosissimo che si autoalimenta.

Quali sono le maggiori difficoltà nel contrasto alle organizzazioni mafiose straniere?

Le difficoltà sono numerose. La prima difficoltà deriva dalla presenza delle mafie autoctone che assorbono, in termini di uomini e mezzi, gran parte delle risorse che lo Stato destina al contrasto delle diverse forme di criminalità.
Inoltre, gli strumenti più efficaci del contrasto alle mafie, ossia le intercettazioni ed i collaboratori di giustizia, non garantiscono la medesima funzionalità anche per le mafie straniere. Le intercettazioni, ad esempio, non sempre possono essere attivate e proseguite nel tempo, per mancanza di interpreti in grado di decodificare i numerosi dialetti utilizzati dagli stranieri coinvolti nelle attività criminali e di garantire esiti affidabili. In alcuni casi, la provenienza dell’interprete dalla stessa comunità a cui appartengono i criminali indagati non consente di assicurare alle indagini il livello di riservatezza e di genuinità dell’acquisizione delle prove, necessari per una efficace azione di contrasto alla criminalità straniera.
Le difficoltà oggettive provocate dalla carenza di interpreti e la mancanza di collaboratori di giustizia ritardano l’acquisizione della conoscenza del fenomeno sul territorio nazionale e rendono particolarmente oneroso il compito degli investigatori. La cooperazione con i paesi di origine dei criminali stranieri presenti nel territorio nazionale quasi mai consente di superare gli ostacoli alla identificazione dei capi delle organizzazioni straniere residenti in quei paesi e, per quanto attiene alla Cina, è praticamente inesistente. Alcuni paesi non hanno l’anagrafe – la Nigeria, ad esempio – e dunque le richieste provenienti dai paesi europei non trovano risposte. Le indagini stentano a decollare anche per mancanza di collaborazione delle vittime, soprattutto nigeriane, legate ai loro carnefici da vincoli religiosi o da riti che impongono il segreto.
Le enormi difficoltà e gli ostacoli che le Forze dell’ordine incontrano sia per la prosecuzione delle indagini sia per la identificazione degli indagati provocano la paralisi dei procedimenti e spesso la loro definizione con richieste di archiviazione, con una conseguente inevitabile frustrazione e demotivazione degli inquirenti.

Influisce anche il fatto che le mafie straniere hanno un impatto meno “evidente”, incidono di meno, rispetto alle mafie italiane, sulla percezione di rischio dei cittadini?

Non tutte naturalmente. Nelle regioni del Nord-Est di Italia, albanesi e rumeni sono considerati il pericolo principale per i numerosi furti perpetrati anche con modalità violente e rapine oltre che per lo spaccio di droga e lo sfruttamento della prostituzione. Spesso, i territori in cui operano gli stranieri sono particolarmente degradati e la cittadinanza completamente soggiogata dalla presenza di criminali stranieri.
Nelle altre regioni il fenomeno criminale non si manifesta con la medesima virulenza anche per la presenza della criminalità autoctona che, per gestire le attività illecite, controlla il territorio ed impone regole di comportamento da rispettare per evitare che le Forze dell’ordine alzino il livello di contrasto.
In molte aree del territorio nazionale manca la piena consapevolezza della gravità dei fenomeni criminali stranieri, spesso confinati nelle comunità a cui appartengono sia le vittime sia i carnefici. Soltanto nei casi in cui la cronaca esalta la violenza di alcuni episodi riconducibili agli stranieri cresce l’allarme nelle popolazioni ed i fenomeni criminali presenti in quei territori iniziano ad essere percepiti nella loro reale pericolosità.
Anche il livello del contrasto, che, come anticipato, già soffre delle difficoltà oggettive sul piano operativo segnalate in precedenza, è strettamente legato alla percezione del pericolo e della gravità dei fenomeni criminali stranieri nel territorio nazionale.

In che modo si potrebbe intervenire in modo più efficace?

Per la tratta di esseri umani sarebbe necessaria una polizia giudiziaria specializzata, formata all’interno dei servizi centrali con l’unico obiettivo di svolgere le indagini su tutto il territorio nazionale. La tratta di esseri umani, infatti, non solo rappresenta uno dei crimini più odiosi dei nostri tempi con grave lesione e privazione della libertà delle persone costrette con torture e violenze di ogni genere a prostituirsi o a prestare attività lavorativa sottopagata, ma costituisce un affare criminale particolarmente lucroso. Questa strategia potrebbe aiutare l’incremento delle indagini troppo spesso lasciate languire per le difficoltà operative e messe da parte per svolgerne altre sulla criminalità organizzata. Anche le collaborazioni con la giustizia, da parte di nigeriani o anche di italiani coinvolti nelle attività criminali, potrebbero aumentare e consentire il salto di qualità delle indagini. Una task force in grado di elevare sensibilmente il livello di contrasto e di favorire, una volta raggiunti risultati in termini di arresti e condanne, le collaborazioni delle vittime dei delitti.
Gli attuali collaboratori di giustizia, importanti per la ricostruzione del fenomeno, non rappresentano gli elementi di vertice delle organizzazioni, quelli che conoscono il traffico nella sua complessità e le modalità di investimento, ma sono gli anelli medi o finali della catena con limitata capacità informativa. In estrema sintesi, se si vuole conoscere ed aggredire il fenomeno, occorre destinare risorse, introdurre specializzazioni nel circuito investigativo e soprattutto eliminare gli ostacoli alle indagini.
Una delle proposte più volte avanzata nei convegni anche istituzionali a cui la DNA ha partecipato – ossia quella di assumere tra le Forze dell’ordine interpreti dei dialetti più comuni tra i trafficanti di esseri umani e di migranti per consentire l’esecuzione di efficaci attività investigative e soprattutto le operazioni di intercettazione – non è stata ancora presa in considerazione.
Anche sul fronte della cooperazione internazionale occorre fare molti passi in avanti, sebbene negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo soprattutto in relazione alla Nigeria.
I fenomeni criminali diffusi a macchia d’olio in molti paesi europei ed il numero vertiginoso di vittime minorenni di origine nigeriana (se ne contano migliaia) ha scosso anche i paesi africani impegnati nella comunicazione con spot e manifesti nei territori africani alle periferie delle città e in quelli più poveri e degradati. Gran parte delle persone che vivono nella povertà e nell’ignoranza costituisce facile preda delle organizzazioni criminali che, con false promesse di lavoro in Europa, convincono sia le minorenni sia i loro genitori ad intraprendere il viaggio della speranza. Una campagna di sensibilizzazione e di comunicazione delle reali condizioni in cui sono costrette a vivere le loro connazionali nei luoghi di destinazione produrrà qualche risultato ma non risolverà il problema. In quelle terre le condizioni di vita sono davvero difficili ed il sogno di un futuro migliore finisce per essere una spinta irrefrenabile. Una azione coordinata, giudiziaria e di recupero sociale, garantirebbe almeno il formarsi di una maggiore consapevolezza da parte delle popolazioni destinate a divenire vittime delle organizzazioni criminali.
Per questo motivo nell’ultimo anno, anche sul piano della cooperazione giudiziaria, sono stati raggiunti importanti risultati. È stato nominato un magistrato di collegamento nigeriano stabilmente operativo in Italia, al sevizio delle autorità giudiziarie per un più rapido scambio di informazioni e conclusi tre accordi bilaterali sul trasferimento dei detenuti, sull’assistenza legale e sull’estradizione in corso di ratifica.
Anche i paesi di origine devono dotarsi di strumenti di contrasto efficaci, come, ad esempio, le intercettazioni, di cui per ora sono generalmente privi, il che impedisce di individuare ed arrestare i capi delle organizzazioni, che sono numerosissimi. Nella recente Conferenza di Vienna se ne è parlato; la comunità internazionale deve occuparsene seriamente ed i risultati non tarderanno a pervenire.

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