Mezzogiorno sempre più indietro: il futuro passa dalla infrastrutturazione. Anche, e soprattutto, digitale

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La scommessa che il Sud del Paese è chiamato ad accettare e a vincere, per evitare un ulteriore isolamento e una marginalità dal punto di vista occupazionale, della ricchezza prodotta e della crescita sociale ed economica è quella che riguarda l’aumento del tasso di digitalizzazione.

Si tratta di un processo che interessa sia il pubblico sia il privato, le aziende e gli uffici, le imprese e la Pubblica amministrazione, i cittadini e le organizzazioni. La situazione più problematica è quella relativa alle piccole e medie imprese e a rivelarlo è l’EY digital manufacturing maturity index del 2019, in base al quale solo il 14% delle imprese italiane ha conseguito un grado di digitalizzazione soddisfacente. I vantaggi che le aziende si precludono, in questo modo, riguardano la possibilità di vendere i loro prodotti e servizi all’estero per via elettronica, ma anche la mancata riduzione dei costi di gestione e di produzione, oggi possibili grazie a software e piattaforme web, la mancata comunicazione interna ed esterna fra comparti aziendali, con tutte le disfunzioni e le diseconomie che ciò comporta.
Esiste comunque un parametro per capire lo stato dell’arte sul fronte del grado di digitalizzazione presente nel nostro Paese ed è il Desi, Digital economy and society index, introdotto dalla Commissione Europea nel 2014 proprio con l’obiettivo di calcolare i progressi degli Stati membri in materia di digitalizzazione, secondo alcuni parametri che in Italia sono stati così classificati: connettività (sviluppo della banda larga, qualità ed utilizzo); capitale umano e competenze utili; uso di Internet e grado di connettività; integrazione delle tecnologie digitali; servizi pubblici digitali nella Pubblica amministrazione. Ebbene, secondo questi criteri, le regioni che hanno ottenuto un punteggio alto sono: la Lombardia – 49,7 su 100 –, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Lazio e Toscana mentre nelle ultime posizioni risultano tutte le regioni del Sud. Un vero e proprio gap digitale che perdura tutt’oggi.

Ma qual è il vero divario con l’Europa delle imprese italiane? Ebbene, un indice del 32,3% rispetto al 41,1% di quelle europee, segnala la grande differenza, relativa all’integrazione delle tecnologie digitali. E l’emergenza post Covid-19 non ha fatto che esasperare questo dato, con la conseguenza che le stime sulla crescita economica italiana per l’anno in corso vengono riconsiderate al ribasso da agenzie nazionali ed internazionali.
L’Osservatorio del Mezzogiorno dell’Eurispes insiste già da tempo sulla imprescindibilità della infrastrutturazione per un riscatto economico e sociale dei territori del Sud Italia e sull’importanza degli investimenti per realizzarla. La trasformazione e la riconversione digitale dei servizi e dell’economia rientrano perfettamente in questa consapevolezza. È questo infatti l’unico modo che hanno le regioni meridionali per accelerare i ritmi di sviluppo e di crescita, nell’ottica di un allineamento con i territori più virtuosi del Centro-Nord. Proprio per questo, gli investimenti e le risorse destinate a queste zone del Paese devono riguardare l’infrastrutturazione digitale, o materiale – viabilità, portualità, linee ferroviarie. La strategicità dell’innovazione tecnologica è nelle cose e riguarda anche l’offerta di servizi che la Pubblica amministrazione può garantire ai cittadini e alle imprese. Del resto, l’emergenza sanitaria e quella economico-produttiva riconducibili al Coronavirus non hanno fatto che confermare questa esigenza, rendendola ineliminabile e accelerando un percorso che appare quanto più obbligato.
La rivoluzione digitale è, ad oggi, realtà concreta e irreversibile che interessa ogni settore delle nostre società e ne sta profondamente modificando le dinamiche. La trasformazione di interi settori della società attraverso la produzione, la distribuzione e il consumo di dati digitali è una realtà globale. Si tratta di una trasformazione imperniata su tecnologie orientate alla realtà aumentata e virtuale, la stampa 3-D, l’intelligenza artificiale, il blockchain.
Una stima della Commissione Europea, peraltro, considera che il valore della data economy passerà dal 2,4% attuale al 5,8% del Pil della Ue nel 2025 per un totale di 829 miliardi di euro. Si prevede, altresì, che in Europa il numero di professionisti nel settore digitale passerà, nel 2025, a 10,9 milioni di esperti rispetto agli attuali 5,7. Stiamo parlando di un processo che va assecondato e guidato per non esserne travolti o esclusi: lo smart- working, le videoconferenze, la digitalizzazione del lavoro sono già aspetti noti e non potranno che diventare ancora più cogenti. Obiettivo comune non può quindi che essere il contrasto al digital divide – l’esclusione dai benefici prodotti dal progresso tecnologico e dall’innovazione – con programmi di alfabetizzazione e di sviluppo delle competenze digitali capaci di eliminare il rischio di emarginazione sociale, formativa ed educativa, e il pericolo di diseguaglianze sociali. Ci sono, dunque, molte posizioni da recuperare sul tasso di digitalizzazione del Paese, ben sapendo che il Sud è ancora più indietro.
L’indice Desi (Digital economy and society index) ci colloca infatti per il 2019 al venticinquesimo posto in Europa dopo paesi come la Croazia, la Slovacchia e Cipro e dopo aver considerato alcuni indicatori quali la capacità di fornire una connessione dati ad alta velocità (Connectivity), le competenze digitali dei cittadini (Human capital), la frequenza nell’uso di servizi online quali video, musica, shopping online e home banking, il grado di digitalizzazione delle imprese e la diffusione di sistemi di e-commerce e infine, il livello di digitalizzazione dei servizi pubblici.

Saverio Romano è Presidente dell’Osservatorio Mezzogiorno dell’Eurispes

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