Informazione

Caligiuri: “Nell’età dell’incompetenza i Social danno spazio a legioni di imbecilli”

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“La cifra di questo secolo è la disinformazione”. È molto netto il giudizio di Mario Caligiuri e, del resto, non potrebbe che essere così se solo si considera il titolo del suo ultimo saggio: La società della disinformazione: per una pedagogia della comunicazione, edito da Rubbettino. Come non condividerne la tesi di fondo? Siamo assediati da fake news, e la nostra epoca è stata definita quella della post-verità. I fatti oggettivi non interessano o non sono considerati prioritari, forse perché noiosi, poco spettacolari o perché non creano consenso. Ma il problema che l’Autore sottolinea riguarda una vera e propria emergenza, politica, sociale, educativa. Lo stesso Alexis de Tocqueville scriveva, infatti, che «la democrazia è il potere di un popolo informato», ma oggi il popolo non sembra possedere le informazioni necessarie ad una maggiore consapevolezza. Il libro affronta, in modo esaustivo e illuminante, tutte le implicazioni che il prevalere della disinformazione comporta in ogni campo, dalla politica alla comunicazione, dal marketing al consenso, dalle élites al consolidarsi dei populismi, dalla crisi delle agenzie educative alla bioeducazione, perché come dice Caligiuri «più aumenta la tecnologia e maggiormente diventa fondamentale coltivare il fattore umano». Da qui la necessità di una «bioeducazione che tenga conto delle trasformazioni radicali, interne ed esterne alla persona; una pratica della formazione che caratterizzi tutto l’arco dell’esistenza».

Lei definisce quella della disinformazione una vera e propria “emergenza educativa e democratica del XXI secolo”. Quali sono i possibili rimedi e quale ruolo, in questo contesto, possono giocare la scuola, la cultura e la stampa?
Il rimedio non può che essere l’educazione, partendo dal significato profondo delle parole per riappropriarci della realtà. La scuola è sempre più in crisi ma, nello stesso tempo, sempre più determinante. La cultura va rivolta verso il futuro e non solo al passato. La stampa è, insieme all’inconsistenza della politica, all’incertezza della giustizia, alla debolezza dell’istruzione e all’invadenza delle mafie, una delle cause principali della decadenza della democrazia.
In che modo la crisi della democrazia è legata alla disinformazione e al proliferare delle fake news?
Il sistema democratico è un’ideologia, allo stesso modo del nazismo, del fascismo, del comunismo. Oggi è ridotta ad una mera procedura elettorale che seleziona una élite pubblica inadeguata, incapace di comprendere le tendenze del XXI secolo, esponendo i cittadini alle pressioni della criminalità e delle multinazionali finanziarie. Le connivenze del sistema mediatico e l’eccesso di informazione dei Social – che producono intenzionalmente disinformazione – rendono credibile questo fantasma che si aggira per il pianeta: la democrazia.
Il conflitto tra vero, verosimile e falso c’è sempre stato. In che cosa si caratterizza la nostra epoca su questo fronte? Che cosa la distingue dalle altre?
La diffusione tramite i Social, in un contesto in cui oltre la metà della popolazione mondiale è collegata a Internet. Non a caso Umberto Eco prima di morire era stato illuminante: i Social media danno spazio a legioni di imbecilli poiché diventa indistinguibile l’opinione di un Premio Nobel da quella di un avvinazzato, in quanto potenzialmente hanno la stessa platea di ascolto.
Elites da una parte e popolo dall’altra. Anche questa sembra una contrapposizione classica. Perché oggi se ne parla con tale frequenza? A chi dare la leadership se non alle élites?
Questo tema è oggi di moda perché la crisi della democrazia è la diretta conseguenza della crisi della rappresentanza, per le modalità approssimative con la quale viene individuata. Non a caso l’attuale leadership democratica non è in grado di fronteggiare le sfide che, a torto o a ragione, pone la globalizzazione, lasciando i territori in mano alle mafie, come avviene in larga parte del nostro Paese, e rendendo dovunque le istituzioni subalterne, se non prone, ai poteri economici.
Qual è la sua opinione sulla propaganda politica che oggi impera? In che cosa si distingue e perché?
La propaganda, cioè la menzogna, è il motore della storia. Oggi si impone attraverso l’eccesso di informazioni irrilevanti, che produce lo stesso effetto della censura, e il basso livello sostanziale di istruzione dei cittadini, i quali per buona parte non sanno comprendere delle semplici frasi nelle rispettive lingue.
Stefano Rodotà sosteneva la necessità di una carta dei diritti per il web. Il suo parere? In che modo è possibile regolare la navigazione, in un mare come quello di Internet che vive di una sostanziale anarchia e di poche regole non condivise?
Rodotà proponeva una soluzione giusta ma, come gran parte delle cose giuste, perfettamente inutile. E questo perché pone il tema di chi fa le regole – in genere il più forte – e di chi deve fronteggiare le regole – che deve essere in possesso delle competenze per farlo. Il web è insieme un far west, un luogo magico, un’illusione sociale oltre che la manifestazione dell’anarchia e, nello stesso tempo, dell’effetto sciame, che dà l’illusione di una concreta partecipazione politica i cui effetti reali sono invece prossimi allo zero.
Era dell’incompetenza. C’è un nesso con la società della disinformazione?
L’età dell’incompetenza è il frutto della debolezza alfabetica, causa topica che impedisce di comprendere che siamo totalmente immersi nella disinformazione, senza peraltro averne cognizione. In definitiva, siamo come i pesci della celebre metafora di Marshall McLuhan: “quello di cui i pesci non sanno assolutamente nulla è l’acqua”.
Chi ci vuole consumatori ed elettori manipolabili?
Nelle democrazie, sono le multinazionali finanziarie, che sono anche quelle che controllano le società del web, i media di élite e le agenzie di rating.
Information overload. Eccesso di informazioni. Quali strumenti sono utili per distinguere il grano dal loglio?
Solo uno: l’intelligence. La definizione più efficace di questo metodo di individuazione delle informazioni rilevanti ce l’ha data Bill Gates, parlando d’altro: «Ho una certezza semplice ma incrollabile: il successo di una persona o di un’impresa dipende da come si raccolgono, analizzano e utilizzano le informazioni».
Social media web: armi di distrazione di massa; chi controlla il web e l’intelligenza artificiale, nella società della disinformazione, può dominare il mondo. Che cosa dobbiamo temere, nel breve periodo?
Dobbiamo prendere atto che già adesso, mentre stiamo parlando, la realtà sta da una parte e la percezione pubblica della realtà esattamente dall’altra. Tra pochi decenni potremmo anche correre addirittura il rischio di avere due distinte razze umane: i pochissimi che controlleranno l’intelligenza artificiale e le moltitudini che ne saranno governate. Appunto per questo avremmo bisogno di autentici sistemi democratici perché la democrazia rappresenta non solo la meno imperfetta forma di governo ma anche la meno imperfetta forma di giustizia sociale. Solo che in questi anni ci stiamo direzionando da tutt’altra parte.
Lei fa riferimento ad un grande paradosso: non è mai esistita una possibilità di accesso alle informazioni pari a quella odierna ed allo stesso tempo oggi c’è una grande resistenza ad assumere informazioni. 
Esatto. E lo spiega benissimo Tom Nichols nel libro tradotto in italiano con il titolo La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, edito lo scorso anno dalla Luiss University.
Società della disinformazione: permanente ed intenzionale perché favorirebbe qualcuno. Chi? Cui prodest?
Non esistono complotti ma precisi e ben individuabili interessi che sono alla luce del sole. E, come tutte le cose che si hanno davanti agli occhi, non le nota quasi nessuno.
Chi vuole la democrazia diretta, lo fa perché già sa come manipolare la massa di elettori?
Storicamente è quasi sempre stato così. Com’è di tutta evidenza, chi promuove, o sfrutta, queste situazioni non è certo il sistema politico che nelle democrazie decide ben poco e anzi deve giustificare decisioni assunte altrove, molto spesso sopra e contro i reali interessi dei cittadini.
Oggi viviamo dentro le fake news: è in pericolo la nostra capacità di scegliere e selezionare l’informazione. È in gioco la nostra capacità di giudizio e di critica. A che cosa affidarsi? 
Mi verrebbe da dire all’acqua di Lourdes: solo che non sempre funziona. In realtà, come ci ricorda lo storico israeliano Yuval Noah Harari: «Oggi il vero potere è sapere quali informazioni ignorare”. Pertanto, la chiave, come già detto, rimane l’intelligence, che è il modo per comprendere davvero la realtà, mettendo in connessione il passato, il presente e il futuro».
Citando Julien Benda, chi sono i chierici di oggi? E che cosa e chi stanno tradendo? Dove sono i maître à penser della nostra epoca?
Quelli veri sono pochi e mal messi. I più bravi, quasi sempre ignorati e derisi, sono sommersi da chi viene considerato intellettuale ma che in definitiva è solo il megafono degli interessi più forti e viene sostenuto da un interessato e mistificante sistema mediatico.
“La stampa non vuole informare il lettore, ma convincerlo che lo sta informando”. Così la pensava Nicolas Gomez Davila. È ancora oggi così? A che cosa mira certa stampa? Manipolazione, controllo, potere?
Rispondo con Carmelo Bene: «La libertà di stampa è la libertà dalla stampa»

Mario Caligiuri è professore di prima fascia all’Università della Calabria, dove insegna Pedagogia della comunicazione. Tra i suoi scritti, Prove tecniche di democrazia-L’esperienza educativa di John Dewey in Turchia (2007), La Formazione delle élite. Una pedagogia per la democrazia (2008) e numerosi saggi sulle questioni educative della comtemporaneità, tra i quali, Il facilismo amorale. Una riflessione sulla responsabilità educativa del ‘68 e Educazione per popoli superflui (2018)

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