Intervista

Caselli: “Andreotti assolto? Che balla! E la mafia dilaga”

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“Parlare di assoluzione per il caso Andreotti non è soltanto un gravissimo errore giuridico, ma una falsità inoculata nella testa di gran parte del popolo italiano con tecniche sofisticate di manipolazione”. Non è abituato a usare mezzi termini, Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo e oggi direttore dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e nelle “agromafie”. Caselli ha appena pubblicato   “La verità sul processo Andreotti” (Editore Laterza, 2018, pagg. 144, euro 12) un pamphlet scritto a quattro mani con Guido Lo Forte, ex pm aggiunto che lo ha affiancato durante il processo svoltosi nel capoluogo siciliano. “Il nostro libro – spiega il giudice – ha come fil rouge il negazionismo, metodo subdolo esercitato per sminuire il fitto intreccio mafia-politica-imprenditoria, che è un fenomeno di respiro nazionale”.

Procuratore, rileggere una vicenda giudiziaria così complessa, un quarto di secolo esatto da quando iniziò il processo di Palermo, che contributo può dare a comprendere la nostra storia?
“Il processo Andreotti offre una miniera di informazioni e riscontri, facendoci innanzi tutto comprendere come la mafia è anche storia di “criminalità dei potenti”. Basta ricordare quello che il prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, parlando col senatore Spadolini, aveva definito il “poli-partito della mafia”, indicando la compenetrazione illecita fra Cosa nostra e settori dirigenziali del mondo legale. Queste relazioni sono la spina dorsale del potere mafioso e ci fanno capire perché questo fenomeno impesta il nostro Paese da oltre due secoli, mentre le “normali” bande di gangster non durano più di quaranta o cinquanta anni”.

“Assolto, assolto, assolto”, le parole gridate dall’avvocato Bongiorno, difensore del Senatore Andreotti vanno considerate come la “bandiera” di una sofisticata opera di falsificazione?
“La verità di quel processo è stata fatta a brandelli. La Cassazione aveva, infatti, confermato in via definitiva la sentenza della Corte d’appello di Palermo, che dichiarò “il reato di associazione a delinquere con Cosa nostra commesso fino alla primavera del 1980’, ma prescritto per decorso del tempo. I giudici hanno scritto “reato commesso”. Più chiaro di così”.

Eppure l’opinione pubblica cadde nel tranello. Come si spiega?
“Un’ossessiva campagna di ‘fake news’ ha truffato il popolo italiano, in nome del quale le sentenze, non scordiamoci, vengono pronunziate, facendogli credere che l’imputato fosse stato pienamente e felicemente assolto. Non esiste in natura un imputato assolto per aver commesso il fatto. Siamo di fronte a un chiaro affronto alla logica e al buon senso”.

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Chi aveva maggiore interesse a conculcare la verità in questa drammatica vicenda?
“C’è stata un’autentica gara fra politici e media soprattutto dell’area di centro-destra. Da Cossiga, sempre sprezzante oltre misura verso chiunque osasse mettere in dubbio l’assoluzione del suo collega di partito, a Casini: “Sono molto contento…quel che c’è stato contro Andreotti è stato assolutamente improprio e, a volte, addirittura persecutorio” queste le sue dichiarazioni dell’epoca; a Mastella: “Ad  Andreotti bisognerebbe fare un monumento”, affermava tronfio”.

E la sinistra, sempre pronta a entrare nel dibattito sulla legalità, che posizione assunse?  
L’atteggiamento tenuto dalla sinistra in quell’occasione lascia pensare. Un’area politica che ha sempre fatto della “questione morale” un punto all’apparenza fondamentale, avrebbe dovuto quanto meno discutere del macigno pesante come una montagna posato da una sentenza definitiva sulle spalle di Andreotti, se non di farne proprio un vessillo. Invece, soltanto imbarazzo, reticenza e silenzio
.
Quali sono state le conseguenze di questa macroscopica “illusione ottica”?
Innumerevoli e di vasta portata. La “bufala” dell’assoluzione di Andreotti si è, per così dire, fondata sulla cancellazione di una quantità impressionante di fatti gravi, tutti provati nella sentenza della Cassazione.  Ricordo solo la partecipazione di Andreotti a due incontri con Stefano Bontade e altri boss alla presenza di Salvo Lima e dei cugini Salvo, per discutere di fatti criminali gravissimi riguardanti Piersanti Mattarella, il compianto presidente della Regione Siciliana ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980. Senza che Andreotti abbia mai denunziato, a nessuno, gli elementi utili a far luce su un terribile delitto che derivavano dai diretti contatti avuti coi mafiosi”.

Anche il pool di Falcone e Borsellino aveva dovuto affrontare un contesto avverso. Si può tracciare un parallelo con la delegittimazione subita dalla Procura di Palermo da Lei guidata?
“Sì, basta ricordare il proverbio “scherza coi fanti ma lasciai stare i santi!”. Finché si perseguono mafiosi di strada, dell’ala militare di Cosa nostra, va tutto bene. Ma non appena un magistrato comincia a occuparsi di imputati “eccellenti”, arrivano i guai. Un diluvio di calunnie infamanti: professionisti dell’antimafia; uso spregiudicato dei “pentiti; torsione della giustizia a fini politici, insomma un rosario a tutti, ahimè, noto. Al pool di Falcone e Borsellino successe quando cominciarono a occuparsi dei cugini Salvo, di Lima, di Ciancimino padre, dei Cavalieri del lavoro di Catania e del Golpe Borghese. Stessa sorte toccò a noi dopo, perché non ci eravamo limitati ad occuparci a Riina e soci, ma avevamo indagato anche Andreotti, dell’Utri, Mannino, Contrada, Carnevale e altri soggetti “illustri” accusati di collusione con Cosa nostra. Con una differenza, però…”.

Può spiegare quale?
“Il pool di Falcone professionalmente parlando fu spazzato via; il loro metodo di lavoro, che si era dimostrato vincente, azzerato. Alla fine Falcone fu costretto a lasciare Palermo per emigrare a Roma. A noi invece furono “solo” messi i bastoni fra le ruote. Cosa nostra era ormai costretta in un angolo, sulla organizzazione gravavano 650 ergastoli! Una battaglia che si poteva vincere, ma qualcuno preferì farcela perdere per non sollevare il coperchio del “terzo livello”.

Dopo lo stragismo del ’92-93 è cambiata la strategia della mafia?
“Cosa nostra dopo quelle stragi si è “inabissata”. Sia per cicatrizzare le profonde ferite subite dalla reazione dello Stato, sia per ritessere la “solita” rete di relazioni esterne e riprendere a fare lucrosi affari in ogni campo. Nel contempo è “esplosa” la ‘ndrangheta, forte anche di una massiccia penetrazione al Centro e Nord d’Italia ma anche oltre i nostri confini. Sta poi emergendo un fenomeno nuovo di cui si parla ancora poco: le mafie di “importazione” (dalla Nigeria come dall’Est europeo), per le quali probabilmente servirebbero nuovi strumenti legislativi a partire da un aggiornamento del 416 bis, specificamente mirati su queste nuove realtà”.

Un mafia camaleontica, capace di evolvere sfidando i cambiamenti?
“Direi una mafia che scoppia di salute. Grazie alle attività gangsteristico–predatorie, droga e appalti prima di tutto, si calcola un business complessivo di almeno 150 miliardi di euro l’anno. La quantità enorme di capitali illeciti viene poi riciclata e investita ovunque può portare utili. Di qui un progressivo inquinamento dell’economia legale, aggravato dall’attuale crisi di liquidità che permette al crimine organizzato di entrare nei gangli della macchina economica, manipolando la libera concorrenza. E’ sempre più difficile distinguere il bianco dal nero, perché dilaga il grigio. Per realizzare i loro affari i mafiosi hanno sempre più bisogno di “esperti”: ragionieri, commercialisti, immobiliaristi, operatori finanziari e bancari, notai, avvocati, politici, amministratori, uomini delle istituzioni (purtroppo, magistrati compresi): la cosiddetta borghesia mafiosa. Si infittiscono gli intrecci con pezzi del mondo politico e dei “colletti bianchi”.

Una contiguità tra apparati dello Stato e uomini “d’onore”, che continua ad essere difficile se non impossibile spezzare. Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
“Nel futuro cambieranno le modalità delle “relazioni esterne”, che però continueranno ad esserci, perché sono il dna della mafia. E’ questo il nodo da rescindere, altrimenti continueremo solo a parlare di mafia per riempire i talk–show”.

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