“Populismo sovrano”: i rischi per la democrazia. Il libro di Feltri

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La politica reclama sovranità totale, il populismo ha conquistato partiti, intellettuali e giornali, alimentato dalla paura, dal senso di insicurezza e da prospettive sempre più incerte.
«Di fronte a problemi che nessun governo nazionale è in grado di risolvere, elettori e politici, sfiduciati verso la globalizzazione, inseguono le sirene del populismo». Questa la tesi di fondo dell’interessante e lucidissimo saggio di Stefano Feltri, Populismo sovrano (Giulio Einaudi editore).
Feltri affronta la tematica del populismo, attualissima e già declinata in tutte le sue sfumature, legandola al concetto di sovranità. Populismo sovrano nella sua doppia accezione: nel senso che ha conquistato una egemonia culturale e perché reclama sovranità. Si è rotto il compromesso della delega, nemica giurata dei populismi, e si assiste a ogni tipologia di ostilità nei confronti della élite politica e tecnocratica.

«I populisti hanno già vinto – scrive l’autore – anche quando non sono al governo: perché tutti i partiti, gli intellettuali, i giornali e le televisioni, ne hanno assorbito il linguaggio, l’agenda, gli strumenti, le parole d’ordine». Inseguire il miraggio della sovranità, inoltre, è molto pericoloso: «porta a rimettere in discussione – scrive Feltri – le fondamenta della nostra democrazia rappresentativa, senza avere nulla di meglio con cui rimpiazzarla».
Nel volume, vengono trattati i temi della sovranità, che l’autore definisce «fantasmi che agitano questa notte inquieta dell’Europa e dell’Italia», oltre alla seducente tentazione di abbandonare la complessità e la fatica della democrazia per le rassicurazioni della chiusura, al riparo di muri e di barriere intellettuali.

«Sono tentazioni a cui è difficile resistere – spiega il giornalista e scrittore – perché l’alternativa a inseguire la sovranità è accettare che bisogna ancora fidarsi degli altri, dei rappresentanti eletti, dell’Unione europea, delle istituzioni sovranazionali, degli accordi commerciali e di tutti quegli strumenti che, magari, devono trovare una nuova legittimità, ma che sarebbe assai pericoloso abbandonare, visto che su di essi abbiamo costruito pace e prosperità». Una specie di corto circuito, dal quale non si capisce bene come si possa uscirne. Tutti invocano la sovranità, ossia il potere di comando, in ultima istanza. Potere esclusivo, supremo e non derivato. Le leve del comando, in ultima analisi. Ed è la politica a rivendicarla, in una fase in cui il vero potere decisionale sta altrove, nei consessi della finanza globale, nei gruppi di potere delle multinazionali, nelle speculazioni finanziarie. L’autore affronta il tema delle nuove categorie della politica: ampiamente superata quella di destra e sinistra, se è vero come è vero che l’Economist ha dedicato una copertina a quello che considera il “new political divide”, che risiede nei concetti di “aperto e chiuso”, nelle società politiche che si aprono o che si chiudono, al dialogo, ai commerci, al confronto. Un’altra categoria considerata, a livello europeo, è proprio quella tra sovranisti ed europeisti, sostenitori, i primi, di un ritorno alla sovranità nazionale, a differenza dei secondi, fautori di una sovranità europea, sebbene consapevoli della necessità di un nuovo modello di Unione, più solidale e meno autoreferenziale. Nel saggio vengono affrontati i temi della paura, della diversità, dell’integrazione, del senso di insicurezza, della tecnologia che riscrive il mercato del lavoro, delle migrazioni di massa, delle prospettive sempre più incerte sulla crescita economica, della sostenibilità del nostro stile di vita, dei nuovi modelli di sviluppo. Temi che costituiscono il contesto dentro il quale si muove il conflitto tra populismo sovranista e politica globale, tra protezionismo e mercato libero, tra la società della chiusura e quella del dialogo. Sullo sfondo, i pericoli dell’autoritarismo strisciante, dei conflitti tra gli Stati nazionali, delle disuguaglianze sociali ed economiche, del rischio di una crescita dell’esclusione sociale e della marginalizzazione e dell’impoverimento di ampie fasce della popolazione, attratte dal sogno di una autosufficienza e dalla chiusura nei confronti del resto del mondo. Un ritorno al passato peggiore, ed il pericolo reale della perdita delle conquiste sociali e dei diritti faticosamente conquistati.

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