Quei figli che partono. Dieci storie di genitori a distanza

In Italia si medita, si scrive, si litiga con ferocia sull’immigrazione. Ma si ignora serenamente il fenomeno che sta davvero cambiando faccia al Paese, l’emigrazione. Eppure è una constatazione quotidiana, perfino banale: in quel che resta del ceto medio, ma non solo, non c’è quasi famiglia che non abbia almeno un figlio che studia o lavora all’estero, e quasi sempre ci resterà a vita. Assunta Sarlo, giornalista e ragazza degli anni ’70, ha deciso di analizzare questa esperienza. La propria, e quella di altre nove coppie di “genitori a distanza”, sparse per l’Italia da Milano a Messina; 14 figli fuori dai confini, fra tutte. Il suo libro, “Ciao amore ciao” (Cairo editore, 141 pagine, 13 euro) non fornisce solo un quadro della dimensione sempre più vasta del fenomeno, ma racconta le emozioni: le speranze, la tristezza, la trepidazione.
Da subito, nelle prime pagine, Sarlo affronta l’obiezione più ovvia: queste sono famiglie privilegiate. “E’ così, ma altrettanto vere mi sono apparse, al termine di questa indagine, altre caratteristiche, la prima delle quali è un certo rimescolamento delle condizioni iniziali”, ribatte. “Talvolta per tirare su un po’ di soldi ed essere autonomi, i nostri figli si trovano a fare lavori che forse in altri tempi non avrebbero scelto, ma si rendono necessari e appetibili non solo economicamente, ma anche per il loro nuovo sguardo su se stessi una volta usciti dal guscio protettivo”.

ciaoamoreciao
Emerge un vissuto, come si usa dire, intenso e contraddittorio. Come quello delle madri della generazione femminista, piene di fiducia nelle figlie che hanno tirato su, orgogliose di loro: “L’andare delle nostre figlie all’estero è anche la ricerca di un altrove in cui almeno le carte tra uomini e donne non siano così dispari come in Italia”. Eppure trepidanti: “Che lei se la cavi non ho dubbi, ma che qualcuno le faccia del male lo temo”. Si capisce che è quasi sempre l’aria che si respira in famiglia ad aprire il sentiero che condurrà i figli lontano. “La globalizzazione ha lavorato sui ragazzi, ma anche su di noi. (…) Abbiamo introiettato un senso di appartenenza più largo, e più volte si affaccia la preoccupazione di nuove barriere e di populismi che avanzano”.
Ecco dunque, nelle dieci famiglie del libro, la notte di tortura passata a seguire l’esito del referendum per la Brexit, la notte in cui gli inglesi hanno voltato le spalle al resto del continente; molto concretamente, ai loro figli. Nessuno, tuttavia, ha rinunciato. Nessuno dei 14 ragazzi ha comprato un biglietto di ritorno. Continuano a inseguire “il sentimento del possibile, quello che è giusto accompagni ogni giovinezza”, come scrive Sarlo. Però quella notte “abbiamo un po’ meglio capito, noi europei e bianchi del primo mondo, come ci si sente quando qualcuno ti chiude la porta in faccia”. Poi è cresciuto, in molti genitori, l’impulso all’esame di coscienza; la propensione a valutare pro e contro dell’esperienza che condividono con i figli. “La nostra generazione ha al contempo un merito e una pesante responsabilità: aver contribuito a renderli cittadini del mondo”, però “non aver fatto quanto serviva perché questa scelta fosse libera, non figlia anche della percezione e della realtà di un Paese con il freno a mano tirato”.
Perché l’emigrazione di questi ragazzi è un aspetto del “tentativo di suicidio demografico di un Paese che fa pochi figli, che lascia andare i giovani e che conta una robusta fetta di opinione pubblica contraria all’immigrazione”. Le poche volte in cui si discute di chi parte dall’Italia anziché di chi tenta di entrarvi, “tra le non poche retoriche che affollano il discorso pubblico ce ne sono due, opposte. La prima è l’enfasi acritica sull’espatrio, unica carta che sarebbe auspicabile giocare; la seconda evoca la categoria del ‘tradimento’ rispetto al Paese in cui sei cresciuto e ti sei formato”.
Ma se andare è faticoso e doloroso, oltre che entusiasmante, tornare è pressoché escluso. “A far che cosa?” taglia corto da Cagliari Daniela P., due figli a Londra. E’ importante semmai vaccinarsi contro aspettative che, specie nei genitori, sono spesso eccessive, quasi di rivalsa nei confronti di un’Italia deprimente. E’ quel che consiglia Sarlo in un capitolo finale, Istruzioni per l’uso: “Cercare di far partire ‘leggeri’ i nostri figli, stabilire con noi stessi un patto che ci metta in posizione di ascolto, sostegno e apertura a ciò che la loro nuova vita produrrà,  fosse anche imprevisto e lontano dai nostri desideri e dalla nostra immaginazione”.

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