Sanzioni Usa all’Iran. Corte dell’Aja: sentenza del “pareggio”. L’analisi

Lo scorso 3 ottobre la Corte internazionale di giustizia de L’Aja ha reso la sua sentenza sulla richiesta di misure provvisorie formulata da Teheran per ottenere la sospensione del nuovo regime di sanzioni economiche imposto da Washington nel maggio del 2018. La sentenza è pubblica e disponibile sul sito della Corte internazionale di giustizia.

Prima di analizzare la decisone, e valutarne le possibili implicazioni, è opportuno contestualizzare la vicenda che vede contrapposti gli Stati Uniti e l’Iran davanti ai giudici internazionali. La disputa nasce dalla conclusione della partecipazione statunitense al Piano sul Nucleare Iraniano, entrato in vigore nel 2015 a seguito di un’intensa attività diplomatica dell’amministrazione Obama, dell’Unione europea e di varie cancellerie occidentali. Come noto, il Piano prevede vincoli stringenti al programma di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran, e controlli rigidi da parte dell’AIEA sulla sua implementazione. La contropartita per Teheran è costituita dall’alleggerimento di gran parte delle sanzioni internazionali imposte nel passato in ragione della politica degli ayatollah sullo sviluppo della capacità nucleare del paese. Come si diceva, l’8 maggio 2018 gli Stati Uniti hanno revocato la loro partecipazione al Piano e hanno re-imposto, questa volta in via unilaterale, gran parte delle sanzioni economiche adottate in passato contro Teheran. Nelle dichiarazioni del Segretario di Stato americano Mike Pompeo, il regime sanzionatorio di Washington è stato costruito in modo da essere uno dei più rigorosi mai adottati, ed è finalizzato a costringere l’Iran a sedere di nuovo al tavolo del negoziato, per la discussione di un nuovo accordo sul nucleare, con maggiori vincoli e maggiori garanzie di monitoraggio.

Le sanzioni americane sono entrate in vigore in una prima tranche lo scorso giugno, e in una seconda parte entreranno in vigore a partire dal 4 novembre prossimo. Lo scopo della seconda tornata di sanzioni è quello di isolare Teheran dai circuiti delle transazioni finanziarie internazionali e, soprattutto, di azzerare le esportazioni verso l’estero del greggio iraniano, i cui introiti costituiscono la componente di gran lunga più importante dell’economia del paese.

In questo contesto, lo scorso luglio Teheran ha promosso una causa contro gli Stati Uniti davanti alla Corte internazionale di giustizia, chiedendo alla Corte di annullare le sanzioni in quanto illegittime, data la loro asserita contrarietà al Trattato di amicizia e cooperazione economica fra gli Stati Uniti e l’Iran del 1955. Mentre l’accordo sul nucleare iraniano non possiede infatti clausole giurisdizionali che consentano il ricorso a meccanismi giudiziari di risoluzione delle controversie, il Trattato del 1955 prevede una clausola che conferisce giurisdizione alla Corte dell’Aja. L’aver invocato il Trattato del 1955 consente dunque a Teheran, almeno in linea di principio, di adire la Corte e sottoporre la disputa al giudizio internazionale. Con la richiesta di misure provvisorie Teheran ha domandato la sospensione del programma di sanzioni fino alla decisione sul merito della controversia.

La posizione dell’Iran rispetto alle misure cautelari è in sostanza così riassumibile: la Corte ha giurisdizione in ragione del Trattato del 1955; la giurisdizione è in ogni caso sicuramente fondata prima facie (il che è sufficiente per l’adozione di misure provvisorie); le misure imposte degli Stati Uniti determinano un pregiudizio irreparabile ai diritti dell’Iran in base al Trattato del 1995 e mettono a repentaglio alcuni diritti fondamentali della popolazione iraniana; il pregiudizio irreparabile è imminente.

La difesa degli Stati Uniti si è appuntata in primo luogo su punti di natura giurisdizionale. Gli Usa hanno affermato che la Corte non ha giurisdizione sulla disputa poiché questa non concerne in realtà il Trattato del 1955, ma il Piano sul nucleare iraniano che, come detto, non è sottoposto a meccanismi giudiziari di soluzione delle controversie; e poiché, in ogni caso il Trattato del 1955 lascia impregiudicate le misure che uno Stato può adottare a tutela della sua sicurezza nazionale, come per l’appunto sarebbero quelle statunitensi volte alla conclusione di un nuovo e più vincolante sistema di controllo del programma di arricchimento dell’uranio di Teheran. In secondo luogo, sugli aspetti di merito, segnatamente sulla circostanza della non irreparabilità del pregiudizio rispetto ai diritti di Teheran in base al Trattato.

Lo scorso 3 ottobre, la Corte ha riconosciuto la sua giurisdizione prima facie sulla controversia, ma ha concesso solo alcune delle misure cautelari richieste da Teheran. In particolare, ha ordinato agli Stati Uniti di sospendere le misure che impediscono l’approvvigionamento di aiuti e medicinali e pezzi di ricambio richiesti per la sicurezza dell’aviazione civile. Significativamente, la Corte non ha imposto la sospensione delle misure volte ad azzerare le esportazioni iraniane di petrolio, che costituivano il vero target della richiesta iraniana. La sentenza, a prescindere dalla comprensibile retorica di entrambe le parti, è equilibrata, e in sostanza costituisce un “pareggio”. Gli Stati Uniti non hanno visto riconosciuta la loro obiezione più importante, quella basata sul difetto di giurisdizione della Corte; l’Iran non è riuscito nell’intento di bloccare la parte del Piano delle sanzioni che ha ad oggetto l’esportazione del greggio.

La questione che ora resta aperta è se gli Stati Uniti, che in passato non hanno adempiuto ad altre decisioni della Corte, decideranno di dare esecuzione a questa sentenza, che è comunque obbligatoria e vincolante. Oltre a qualsiasi scontata considerazione circa la necessità di onorare le sentenze internazionali, anche da un punto di vista politico, dare corso al pronunciamento dei giudici della Corte de L’Aja avrebbe numerosi vantaggi per Washington.

In primo luogo, le misure sospendono aspetti marginali del Piano di sanzioni statunitense, alcune delle quali peraltro già coperte da deroghe. Dal punto di vista sostanziale, pertanto, gli obiettivi che gli Stati Uniti si prefiggono di conseguire resterebbero salvaguardati.

In secondo luogo, se Washington si mantiene su una traiettoria di legalità internazionale, riuscirà a garantire una maggior compliance con le misure da parte della comunità degli Stati. In effetti, sino a ora il Piano sanzionatorio adottato da Washington è stato ricevuto molto freddamente dalle cancellerie di vari paesi. La Cina ha indicato che non rispetterà le sanzioni. L’Unione europea, in maniera almeno formalmente ancora più significativa, ha “rispolverato” un vecchio blocking statute che nega efficacia alle sanzioni americane in Europa e, almeno in linea di principio, dovrebbe sanzionare quelle imprese che decidano di adeguarvisi. L’India ha indicato che non intende adeguarsi a un regime sanzionatorio illegale dal punto di vista internazionale. In definitiva, dunque, l’adesione alla sentenza della Corte, da parte di Washington, accrescerebbe la credibilità e la legittimità, e conseguentemente l’efficacia, delle sanzioni.

Inoltre, l’adeguamento alla sentenza dalle Corte internazionale di giustizia impedirebbe eventuali reazioni iraniane, giustificate invece nel caso di non adempimento della sentenza. In base a un principio noto del diritto internazionale, infatti, uno Stato può adottare misure normalmente contrarie al diritto, quando queste costituiscano una risposta a una violazione del diritto internazionale commessa da un altro Stato. Nel caso presente, il non adempimento statunitense costituirebbe senza dubbio una violazione del diritto internazionale, alla quale l’Iran potrebbe reagire. In passato l’Iran ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz come ritorsione rispetto al regime sanzionatorio statunitense. A prescindere dalla questione della corrispondenza di tale misura al principio di proporzionalità (che va rispettato rispetto a tutte le contromisure), e dalla reale volontà iraniana di intraprenderla, resta comunque il fatto che il rispetto da parte degli Stati Uniti della sentenza della Corte farebbe venir meno qualsiasi presupposto per l’adozione di contromisure in base al diritto internazionale.

D’altra parte, a seguito dell’azione iraniana davanti alla Corte di Giustizia gli Stati Uniti hanno deciso di denunciare il Trattato del 1955, che era già stato impiegato in passato dall’Iran per citare in giudizio varie Amministrazioni americane davanti alla Corte de L’Aja. La denuncia richiede un anno prima di diventare operativa ma, passato quel termine, azioni di “guerra legale” basate sul Trattato in esame non sarebbero più possibili. Pertanto, anche l’adesione a questa sentenza, avrebbe un impatto sistemico limitato rispetto alla più ampia questione dell’uso da parte di Teheran di meccanismi legali che gli Stati Uniti ritengono pretestuosi e abusivi.

Tutto questo, peraltro, lascia impregiudicata una questione di merito fondamentale, non toccata dalla battaglia legale davanti alla Corte: se un regime sanzionatorio così duro sia effettivamente nell’interesse degli Stati Uniti. Oltre all’accoglimento freddo da parte della comunità internazionale, il problema principale è di tipo economico. Il prosciugamento delle esportazioni di greggio iraniano potrebbe determinare un incremento notevole dei prezzi, con danni diretti anche all’economia americana. Il Presidente Trump ha chiesto all’Arabia Saudita di incrementare la produzione di greggio per sopperire al vuoto iraniano, ma non è chiaro se Riyadh abbia la capacità di produrre i 2mln al giorno richiesti, né se altri paesi, come la Libia e il Venezuela, date le circostanze geopolitiche, possano venire in soccorso incrementando, a loro volta, la produzione.

Di questo, vedremo nei prossimi mesi.

L’avvocato Paolo Busco, esperto di diritto internazionale, è membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Sicurezza dell’Eurispes

Ultime notizie
nft
Diritto

NFT: le opere d’arte e il diritto. Il ruolo dei musei

L’opera d’arte nell’epoca degli NFT Walter Benjamin nel saggio del 1936 “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” affronta, tra i primi, la criticità della...
di Alessio Briguglio*
nft
upskilling
Economia

Upskilling nella Pubblica amministrazione tra esigenze, opportunità e rischi

L’upskilling, ovvero il miglioramento del profilo professionale, nella PA può tradursi in un investimento per la crescita dell’intero settore pubblico, in un’ottica di maggiore fluidità e intercambiabilità di ruoli e mansioni. Importante è far corrispondere alla crescita delle competenze anche progressioni di carriera.
di Simone Cannaroli
upskilling
continete africano
Mondo

Social media e movimenti di protesta nel continente africano

Il continente africano sta registrando negli ultimi anni un incremento delle proteste giovanili, dovute non solo alla marginalizzazione dei giovani dalla vita politica ed economica: una maggiore accessibilità ad Internet data dalle reti mobili e la diffusione dei social network hanno facilitato le organizzazioni e il dibattito pubblico.
di EMANUELE ODDI
continete africano
anac
Criminalità e contrasto

Anac presenta oggi la sua Relazione annuale alla Camera dei Deputati

Anac presenta oggi la Relazione sulle attività svolte e traccia un bilancio della corruzione in Italia nel 2021. Il nostro Paese migliora di 10 posizioni nell’Indice della percezione della corruzione, ma il Presidente di Anac Busìa pone l’accento sulla importanza di prevenire la corruzione.
di redazione
anac
sughero
Ambiente

Foreste di sughera, una risorsa da difendere per la rinascita dei territori rurali

In Sardegna si concentra circa l’85% delle foreste italiane di sughera, e nel Nord Est è presente la gran parte del patrimonio regionale. Il Report presentato oggi da Eurispes documenta la crisi del settore del sughero nei territori coinvolti e ne valorizza potenzialità e risorse, in primis quelle ambientali e turistiche.
di Carlo Marcetti*
sughero
guardia di finanza
Criminalità e contrasto

Guardia di Finanza, azione costante a tutela di spesa pubblica e cittadini

Per il 248esimo anniversario della sua fondazione, la Guardia di Finanza pubblica un bilancio operativo relativo agli interventi del 2021 e dei primi 5 mesi del 2022. Nel periodo di riferimento, la Guardia di Finanza ha eseguito più di un milione di interventi ispettivi che hanno dato origine a circa 74 mila indagini a contrasto di illeciti in campo finanziario ed economico e delle infiltrazioni criminali.
di redazione
guardia di finanza
Economia

Politiche per la coesione, una sinergia con il Pnrr per la crescita

Il 10 giugno scorso l’Italia ha trasmesso il testo finale dell’Accordo di Partenariato 2021-2027. Il documento, presentato in una sua prima versione...
di Claudia Bugno*
Africa criptovalute
Economia

Africa 2022: il ruolo delle criptovalute

In Africa le criptovalute crescono in maniera costante, tanto che la Repubblica Centrafricana ha adottato la criptovaluta bitcoin come moneta nazionale. Ma se da un lato la criptovaluta incentiva il movimento di denaro per imprese e rimesse provenienti dall’estero, dall’altro pesano le carenze in infrastrutture energetiche e regolamentazione.
di Emanuele Oddi
Africa criptovalute
infrastrutture
Infrastrutture

Infrastrutture, migliorare la comunicazione tra Stato e Regioni per ottimizzare gli interventi. Intervista al Sen.Mauro Coltorti

Le infrastrutture italiane registrano ancora un divario importante tra Nord e Sud secondo il Sen. Mauro Coltorti, divario che forse nemmeno il Recovery riuscirà del tutto a sanare. Gli strumenti per intervenire sono in primis una maggiore comunicazione tra Stato e Regioni, innovazioni e legalità.
di Salvatore Di Rienzo
infrastrutture
nextgenerationeu
Europa

NextGenerationEU, innovativo anche nelle strategie di finanziamento

NextGenerationEU è un piano innovativo, che guarda al futuro anche nelle forme di finanziamento: si utilizzeranno i proventi delle autorizzazioni alle emissioni di gas serra, della tariffa sul carbonio dei prodotti importati altamente inquinanti, nonché i profitti residui delle multinazionali.
di Claudia Bugno*
nextgenerationeu