Stefano Molina: «Educazione civica mirata allo sviluppo sostenibile»

Un’educazione civica che insegni il rispetto dell’altro e miri «alla cittadinanza globale e allo sviluppo sostenibile», non bastano le lezioni di Costituzione e di costumi italici: «il diritto alla vita è universale». Queste le parole di Stefano Molina, dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli che, con il direttore Andrea Gavosto, coordina il Gruppo di lavoro dedicato al goal 4, “Istruzione di qualità”, dell’Alleanza nazionale per lo sviluppo sostenibile (ASviS), un’associazione animata da 200 istituzioni e reti nazionali, creata nel febbraio del 2016 per realizzare i propositi dell’Agenda 2030 dell’Onu, con i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, articolati in altri 167 target, che i vari Paesi aderenti debbono centrare, ormai, di qui a dodici anni.

Secondo l’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes, sette italiani su dieci chiedono che a scuola si torni a insegnare l’educazione civica. Come giudica questo dato?
In modo molto positivo, certamente. La scuola non può astenersi dall’assumersi le proprie responsabilità nella costruzione di competenze di cittadinanza. La stragrande maggioranza degli italiani ha correttamente interpretato l’esigenza di proiettare i giovani verso la cittadinanza del XXI secolo. Ma, attenzione, non si tratta di riproporre la materia così come l’abbiamo conosciuta, o forse meglio non conosciuta, noi adulti, a suo tempo a scuola.

E come, allora?
Vorrei rispondere inquadrando il problema nella storia scolastica più recente. Partiamo dunque dalla legge 169 del 2008, quando ministro dell’Istruzione era Mariastella Gelmini. Allora si decise di attivare delle “azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale su Cittadinanza e Costituzione” che dovevano riguardare primo e secondo ciclo scolastico, dunque le scuole primarie, medie e superiori, ma anche la scuola dell’infanzia. Queste azioni investivano prevalentemente l’insegnante di storia e geografia. Essendo tuttavia meno impellenti rispetto alle altre materie curricolari, le questioni di Cittadinanza e Costituzione passarono in secondo piano. Con le “Indicazioni nazionali” del 2012, e soprattutto con il loro aggiornamento del 2017, il concetto cambia, e si parla ora di “Educazione alla cittadinanza e alla sostenibilità”, definizione sicuramente meno italocentrica e non limitata all’insegnamento dei meccanismi istituzionali della Repubblica. Siamo infatti tutti corresponsabili, come ci dice l’Agenda 2030 approvata nel 2015 dall’Onu, di tanti comportamenti che producono, inevitabilmente, i loro effetti sul mondo, e dobbiamo perciò puntare ad uno sviluppo sostenibile, non soltanto sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale.

Questo significa che a scuola non bisogna insegnare la nostra Costituzione?
No, al contrario. La nostra Costituzione rimane fondamento imprescindibile per qualsiasi forma di educazione alla cittadinanza. Non solo per quanto concerne la differenza tra governo e Parlamento, la separazione dei poteri e l’indipendenza della Magistratura, ma anche per quanto riguarda il raccordo tra la dimensione nazionale e quella globale, implicito nell’enunciazione dei “Principi fondamentali” della nostra Carta. Il diritto alla vita è universale.

La Lega è partita dalla Toscana per riproporre l’inserimento dell’educazione civica nelle scuole a livello nazionale, come materia di insegnamento, con tanto di voto.
Capisco l’obiettivo, ma non sono d’accordo. Non stiamo parlando di materia con voto. La cittadinanza globale non è istruzione, ma educazione. Esige il passaggio dal nozionismo della conoscenza alla responsabilità delle competenze. Non ci sono solo cose da sapere, ma comportamenti da praticare. È conoscenza messa in pratica responsabilmente, non alla lavagna o alla cattedra, ma nella vita, dentro e fuori dalle mura scolastiche. Per questa ragione non può essere un solo insegnante a diffonderla, come è stato, quando lo si è fatto, in passato.

E quanti insegnanti sono necessari, allora?
A mio parere, “l’educazione alla Cittadinanza globale e allo Sviluppo sostenibile” deve essere affidata all’intero collegio dei docenti. La responsabilità deve essere trasversale, non può rimanere delegata ad un singolo. E una scuola che, ad esempio, faccia spreco di riscaldamento invernale, come talvolta ci sentiamo raccontare dai nostri figli, non può essere un bell’esempio nella direzione dello sviluppo sostenibile. Aggiungo che le responsabilità debbono essere estese al personale Ata, e cioè amministrativo, tecnico ed ausiliario, fino ad arrivare all’Ufficio scolastico regionale.

Questa è utopia?
No, è la sfida della scuola del futuro. Un milione di attori scolastici dovrebbero tutti passare attraverso dei corsi di formazione che affrontino i temi cruciali nella prospettiva indicata dall’Agenda 2030, temi importanti che vanno dalla raccolta differenziata al contrasto dell’omofobia e della discriminazione di genere. Non vedo altre scorciatoie per questa grande azione di ri-formazione.

Ma i governi vi danno ascolto?
L’ASviS dialoga con tutti i governi. Con il governo Gentiloni si sono trovate sintonie apprezzabili: in particolare la ministra Fedeli aveva proposto un piano di sviluppo sostenibile in venti distinte azioni. Ad esempio, tutti i 33mila docenti neoassunti lo scorso anno hanno potuto seguire un corso online sui temi dell’Agenda 2030. Con il Governo attuale è inevitabile andare verso la ricerca di una nuova sintonia. Sono ottimista, anche perché questi non sono temi di destra o di sinistra: di qui dipende la qualità della vita e il nostro futuro.

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