L'opinione

Terrorismo estremista islamico: effetti indesiderati

La scia di sangue che sta attraversando l’intera Europa da diversi mesi a questa parte manifesta l’impreparazione del vecchio continente ad affrontare una minaccia asimmetrica, imprevedibile, molecolare e soprattutto giornaliera. La cadenza con la quale si verificano episodi di terrorismo, o pseudo terrorismo, è assolutamente una novità e il morale occidentale inizia a subirne le conseguenze.

L’ultimo atto di terrorismo rivendicato dal cosiddetto Stato Islamico fa riferimento a quanto avvenuto all’interno di una chiesa a Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia, dove due uomini, francesi nati a Rouen, hanno preso in ostaggio cinque persone, ucciso il parroco della chiesa e ferito altre tre persone prima di essere uccisi dalla polizia. Appare evidente che il fenomeno è assolutamente fuori controllo, nonostante i messaggi di unità e di buona volontà recitati ormai quasi a memoria dai vari capi di Stato e di governo coinvolti. Probabilmente la causa di tale perdita di controllo è rintracciabile nell’errato approccio utilizzato per contrastare e contenere un fenomeno, come quello terroristico, che ha profonde e complesse radici.

La decadenza culturale dell’Islam vissuta tra i secoli XIV e XVII e il successivo periodo coloniale furono devastanti per l’intero sistema politico-sociale musulmano. L’arrivo degli occidentali pose l’intero Islam di fronte a concetti politici, filosofici e sociologici completamente diversi da quelli che aveva fino ad allora elaborato e sviluppato. Poiché l’intero Islam si è sempre fondato sull’unione della comunità, Umma, non su base territoriale ma su base religiosa, il concetto di nazione, di nazionalismo, di popolo e quindi di democrazia introdotto dagli occidentali appariva come qualcosa di non esportabile nel sistema musulmano, la cui unità territoriale era rappresentata dal califfato, avente però natura sovranazionale. Sebbene alcuni pensatori islamici accolsero con entusiasmo tali nuove visioni moderniste occidentali, altri si batterono per un ritorno alle fonti, cioè al Corano e alla Sunna del Profeta, invocando il comportamento dei pii antenati, ossia i salaf al-ṣaliḥīn, dai quali prese il nome la corrente di pensiero denominata salafiyya e da cui, di conseguenza, deriva la scuola di pensiero del salafismo. Evoluzione di tale corrente è stato il fondamentalismo islamico che trova in Sayyid Qutb il suo principale fautore di matrice sunnita. Secondo il teorico egiziano la causa della decadenza del mondo musulmano era da attribuire all’Occidente, ampiamente inteso, il quale aveva contagiato con i semi dell’ignoranza e della materialità le popolazioni e i governi arabi.

Per contrastare tale contagio, secondo Qutb, era necessario intraprendere una jihad che fosse rivolta alla difesa dei principi e della religione islamica, attraverso la ri-costituzione di uno Stato islamico riconducibile a quello esistente quando Maometto si trovava a Medina e a quello che seguì durante il periodo dei quattro califfi denominati rashidun, ossia “i ben guidati”. Uno Stato islamico dove la sovranità di Dio regna come principio imperativo e, in quanto Dio unico legislatore, gli uomini devono attenersi alla lettera a quanto da lui stabilito poiché non legittimati a superare la sua parola attraverso anche solo l’interpretazione. Da qui l’adesione alla scuola giuridica più rigida presente nel mondo musulmano, ossia quella hanbalita, che prevede appunto il rigoroso rispetto dei precetti letterali del Corano, della sunna e di conseguenza della sharia. Da quando il terrorismo islamico si è manifestato chiaramente, si sono fronteggiate due diverse strategie di pratica estrinsecazione della Jihad: la prima, oggi radicata soprattutto nel Medioriente, finalizzata la conquista l’Islam territorio per territorio; la seconda, invece, tesa a condurre la strategia del terrore direttamente in Occidente e nei paesi islamici cosiddetti moderati. Da ultimo, volendo ricostruire gli ultimi clamorosi episodi con un sottile filo rosso, possiamo affermare che la Jihad è divenuta una lotta di religione, che uccide e fa stragi manifestandosi chiaramente come guerra a qualsivoglia fede alternativa a quella islamica.

L’analista dovrebbe chiedersi il perché di questa metamorfosi e dell’escalation degli attentati. Noi possiamo limitarci, per quanto di nostra conoscenza, a fornire una chiave di lettura, che consente a chi chiamato a decidere e determinare, una possibile visione alternativa di quanto sta accadendo. L’origine dell’escalation sta, a nostro avviso, nella perdita di territorio e nel tramonto del califfato, rispetto al suo momento di massima espansione. Come noto, l’Iraq, paese a maggioranza sciita con una storia recente complicata e violenta, era stato conquistato per una buona parte del suo territorio, da uno dei gruppi islamici sunniti più estremisti, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, noto anche con la sigla “Isis”. Suddetta organizzazione combatte anche su di un altro fronte, cioè nella guerra civile siriana, contro la fazione che fa capo al presidente sciita Bashar al Assad da più di due anni e si autoproclama come “Stato” e non come “gruppo” terroristico. Si tratta di un vero e proprio esercito di terroristi che usa metodi talmente violenti, che, per assurdo, anche al Qaida, di recente, se ne è distanziata. Ha conquistato, nel suo momento di massima espansione, un territorio esteso approssimativamente come il Belgio, che amministrava in autonomia, ricavando dalle sue risorse il danaro utile alla guerra definita “santa”. Il fenomeno geopolitico in argomento forse non è stato tenuto sotto costante controllo dall’Occidente. Oggi, le importantissime conquiste territoriali che hanno strappato all’Isis larghe fette del territorio precedentemente occupato, sono forse alla base dell’escalation degli attentati compiuti nei paesi occidentali, chiaramente finalizzati a generare una vera e propria polarizzazione tra religioni. Per assurdo, questo è il vero scopo perseguito dall’Isis in detta frase: acuire il carattere religioso del conflitto a capitoli per attirare sempre maggiori addetti alla Santa causa, provocando reazioni e rappresaglie in grado di far crescere il malcontento e sentimenti di contrasto anche nell’Islam moderato. Ad una simile conclusione perveniamo alla luce di alcuni dati inoppugnabili.

L’Isis teorizza una guerra totale anche interna all’Islam, oltre che contro l’Occidente; in Iraq mira a sovvertire il Governo del primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki. Per meglio comprendere la storia dell’Isis, è necessario discorrere di tre personaggi che hanno segnato negativamente il recente passato della storia dell’umanità: Osama Bin Laden, uomo di origine saudita fondatore e capo di al Qaida; Ayman al-Zawahiri, medico egiziano, che ha preso il posto di Bin Laden dopo la sua morte ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011; Abu Musab al-Zarqawi, fin dai tempi della guerra tra afghani e sovietici rivale di Bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di al Qaida. Nel 2000 Zarqawi decise di scindersi da Osama Bin Laden e fondare un suo movimento con scopi distinti da quelli di al Qaida: l’obiettivo era quello di creare un califfato islamico esclusivamente sunnita, conducendo una campagna di attentati continui e costanti a siti turistici e centri economici anche di stati musulmani moderati, per creare una rete di “regioni della violenza”, in cui le forze statali si ritirassero sfinite dagli attacchi e in cui la popolazione locale si sottomettesse alle forze islamiste occupanti. Nel 2006 Zarqawi venne ucciso da una bomba americana e sostituito dal mullah Abu Omar al-Baghdadi (ucciso a sua volta nel 2010 e sostituito da tale Abu Bakr al-Baghdadi). Il generale statunitense Petraeus, indebolì di molto le fila di al Baghdadi proprio mediante la collaborazione con le tribù sunnite locali, che mal sopportavano l’estremismo dei terroristi. La storia, pertanto, insegna tre cose fondamentali: l’Isis oltre che contro l’Occidente, si pone in contrasto armato e sanguinario anche nei confronti di buona parte dell’Islam; quando il mondo unito fa leva sull’Islam moderato, che rappresenta, peraltro, la stragrande maggioranza dei seguaci del Corano, il terreno di coltura del terrorismo di matrice religiosa si sfalda e con esso la minaccia di attentati. Le parole odierne di Papa Francesco confermano la bontà dell’assunto: È assolutamente sbagliato discorrere di lotta di religione. La guerra è alla libertà, e più che polarizzare, deve unire i moderati ed isolare i facinorosi estremisti, consentendo, per tale via, una svolta nelle strategie di prevenzione e contrasto. E non è un caso che fiocchino oggi le prese di distanza e le dichiarazioni di numerosi imam, che indicano le azioni terroristiche in atto come del tutto estranee alla dottrina della fede islamica.

Nella massima forma di manifestazione della sua efferatezza, l’estremismo terrorista islamico mostra il proprio tallone d’Achille, unendo cattolici e islamici moderati. In detto quadro è fertile il terreno per mantenere il livello di reazione sul piano del diritto, prevedendosi misure speciali e anche straordinarie nei confronti dei terroristi, secondo la dottrina del diritto penale del nemico. Senza però indulgere ad errate ricostruzioni dogmatiche senza reazioni inconsulte sul piano degli indirizzi politici, sull’onda dell’emotività.

*Le opinioni dell’Autore non impegnano in alcun modo l’Amministrazione di appartenenza, e sono espresse a titolo personale

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