Intervista

Ucraina e Libia: quali rischi per l’Italia?

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Intervista al Prof. Andrea Margelletti, Presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali. Già Consigliere Strategico del Ministro della Difesa, è membro del Comitato Consultivo della Commissione Internazionale sulla Non Proliferazione e il Disarmo Nucleare, Consulente del COPASIR – Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica.

 

Professore, per capire che cosa sta accadendo in queste aree disastrate e distrutte del Sud Est dell’Ucraina bisogna forse chiedersi anche che cosa sta accadendo in Russia, la situazione del potere di Putin che è in qualche misura è toccato dalla crisi nel rapporto col dollaro e da questa risorsa che diventa un Moloc, del gas e del petrolio, abbassandosi le quotazioni del quale la Russia perde di peso economico e internazionale.

Noi europei abbiamo sempre la tentazione di guardare tutto attraverso il prisma del denaro. Nella realtà dei fatti la politica estera si fa con l’oro, ma si fa anche con il ferro. Esiste una partita lunga tra gli Stati Uniti e i propri alleati di riferimento in Europa, e la Russia su quale deve essere il ruolo di Mosca sul proscenio mondiale. Un ruolo che gli Stati Uniti tendono a relegare a ruolo di potenza europea. Cosa che per Mosca non è assolutamente prevista.

Basti pensare alle dinamiche relazionali che ci sono state sul ruolo di Mosca nelle vicende siriane, dove l’uscita di Mosca dalla Siria avrebbe di fatto, di colpo, trasformato Mosca in una potenza limitata, portandola fuori dal Medio Oriente.

Detto questo, Putin certamente sta soffrendo la crisi economica che colpisce anche Mosca dopo anni mirabolanti di un’economia, oltre che creativa, spregiudicata, secondo i nostri standard.

A volte guardiamo l’Ucraina dimenticandoci che di fatto ha due anime. Una quella occidentale, dico geograficamente occidentale, che è molto più vicina agli interessi bancari europei, quindi un’economia di servizi.

Mentre dall’altra parte verso Oriente c’è l’industria pesante dell’Ucraina, un’industria che si rende perfettamente conto che un’integrazione con l’Europa l’avrebbe spazzata via perché non sono in grado di gestire i livelli di produzione e di controllo di qualità che esistono in Europa. Il cui unico riferimento è invece Mosca che è l’unica che compra i prodotti di quella parte dell’Ucraina.

Questo di fatto, sulla sopravvivenza della gente, è stata la grande vera partita.


Cambiamo scenario Professore, c’è qualche eccesso di approssimazione nel terrore che sta percorrendo le Capitali europee in rapporto all’Isis. Nelle settimane scorse si è parlato, dando credito alla propaganda del Califfato, di invasione o di attacchi militari sul territorio europeo. A Lampedusa stanno annullando le prenotazioni per paura di un’invasione. Come funziona la comunicazione in rapporto ad un soggetto che, oltre che militare, è proprio un protagonista della comunicazione, qual è l’Isis?

Nel nostro caso semplicemente non funziona. Siamo preda di un’isteria collettiva. L’Isis non ha un esercito, non ha una Marina, non ha Aeronautica. Non hanno mezzi da sbarco né tanto meno sono in grado di raggiungere Lampedusa o Pantelleria, se non con i mezzi della disperazione. E io mi rendo conto, siamo vicini alle regionali quindi fa sempre molto effetto discutere di terroristi che arrivano sul barcone. Fino ad ora il loro numero è zero. Cito ad esempio, uno a caso, il Presidente del Consiglio, Renzi, che ha detto: “Terroristi con i barconi? Nessuno”. Ho la sensazione che il Presidente del Consiglio abbia informazioni superiori, ben più qualificate delle mie. E fa piacere che le sue analisi coincidano con quelle dei miei collaboratori qui al Centro Studi Internazionali.

Per spiegare che cosa sta avvenendo nei vari luoghi del Califfato in Libia, in Siria, e non soltanto, va forse precisato che stiamo parlando di poche migliaia di milizie estremiste che operano solo perché, nel caso della Libia, esistono due pseudo milizie contrapposte e, quindi, si inseriscono negli interstizi di uno Stato che non c’è.

Non voglio in alcuna maniera diminuire la percezione del rischio. Avere un soggetto politico estremista a centinaia di chilometri da casa è un disastro epocale. Ma il tipo di minaccia che possiamo aspettarci è di tipo terroristico, non certamente l’assalto dei marines del Califfo. Detto questo, le dinamiche siro-irachene sono molto diverse dalle dinamiche libiche dove invece il fulcro, quello che i militari chiamano il centro di gravità, sono le tribù. Parlare con le tribù, aprire un dialogo, anche per capire quali non vogliono avere un dialogo, è assolutamente vitale. Prima noi iniziamo a dialogare con quelli con i quali dobbiamo parlare e non con quelli con i quali vogliamo parlare, meglio sarà per tutti.

 

È da un anno abbondante che l’Italia parla di Libia. Una voce nel deserto. Perché comunque la Libia è venuta fuori attraverso i video hollywoodiani del Califfato. La politica estera italiana che ha una doppia gamba, la Presidenza del Consiglio e il Ministero degli Esteri, per un verso, ma anche il Rappresentante europeo della politica estera (evanescente) del Continente. Come l’ha vista in quest’ultimo periodo?

L’Italia ha fatto di tutto. Cito l’esempio del Ministro della Difesa, Senatrice Pinotti, che veramente si è spesa per far inserire la Libia in agenda negli incontri internazionali. Il problema è che, grazie all’allargamento della Nato ad Est, abbiamo imbarcato paesi che hanno con Mosca qualcosa di personale e quindi per moltissimo tempo il focus era l’Ucraina. C’è stata grande disattenzione degli altri paesi, non del nostro, sulla vicenda libica. Per quanto riguarda la domanda sull’altro rappresentante, Federica Mogherini, se non esiste l’Europa, se ogni volta che ci sono decisioni importanti diventa un asse a due o a tre, e mai un asse interamente europeo, onestamente l’altro Rappresentante può fare veramente molto poco. È una scelta degli altri paesi non avere l’Europa. Non italiana.

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