“Uno non vale uno”. Il fenomeno pop-sov: trucchi, falsi miti e linguaggio

hands in air shot at public school in suburb of Chicago, Illinois. USA

In che modo decifrare il codice populista? Come contrastare i falsi miti del populismo e le sirene del sovranismo imperanti? Cosa c’è dietro l’avvento della cosiddetta democrazia diretta e quali sono gli schemi di una narrazione che «elimina la complessità e la problematicità del reale, che rifiuta il dibattito e il compromesso» e che mina, alla base, le fondamenta della democrazia liberale? È a queste domande che l’interessante saggio di Massimiliano Panarari Uno non vale uno: democrazia diretta e altri miti d’oggi (edito da Marsilio), risponde con dovizia di richiami storici e di spunti utili e lungimiranti. Il volume, che vuole essere – e ci riesce perfettamente – «un manuale di resistenza alla neolingua populista», passa in rassegna il fenomeno pop-sov, populista-sovranista attraverso l’analisi di cinque espressioni chiave: popolo, autenticità, tecnologia, disintermediazione, democrazia diretta.

Obiettivo dichiarato è quello di analizzare e scomporre «l’utopia di una società orizzontale, dove uno vale uno. Una società trasparente e senza gerarchie, con la complicità del web e con la sua pervasività e con i suoi condizionamenti sul nostro modo di comunicare e di intendere, percepire le cose della politica». L’autore, simulando ingenuità, si chiede: «ma come siamo finiti, oggi, nell’età dei neopopulismi e dei nazionalpopulismi postmodern al potere? Come è potuto accadere tutto ciò, senza che nessuno o quasi ne avesse avuto la piena contezza?».
Di sicuro c’è che oggi viviamo – come ricorda Panarari, citando il poeta inglese Wystan Hugh Auden – un’età dell’ansia e che «raccogliere i frutti avvelenati, ma elettoralmente fertilissimi ed estremanente vantaggiosi di questa sofferta condizione psicologia individuale e collettiva sono i pifferai magici che conducono le formazioni populiste e sovraniste». Un disagio sociale, una crisi che cresce, insieme a mille paure che vengono alimentate ad arte, «facendo rotolare nel burrone – spiega Panarari – il paradigma stesso della democrazia liberal-rappresentativa».
Nel volume viene analizzato il linguaggio dei populismi. Una «neolingua assertiva, manichea e dicotomica che vuole deliberatamente generare contrapposizioni»; ma c’è di più: la narrazione populista propone «soluzioni arbitrarie e fallaci che sfidano la logica e che si basano su relazioni causali».
Cinque le parole chiave attraverso le quali l’Autore passa in rassegna il fenomeno del populismo: popolo, autenticità, tecnologia, disintermediazione, democrazia diretta. «Popolo, sempre popolo, fortissimamente popolo» afferma Panarari. Viene sempre evocato, richiamato, declamato, perché serve a sostanziare la propria legittimazione. «È il primato assoluto della volontà della maggioranza – spiega Panarari – almeno fino a quando coincide con le idee dei leader populisti, altrimenti il popolo si é fatto traviare dalla truffaldina pressione mediatica di qualche potere forte». Alla voce autenticità, l’autore spiega che si tratta della «rivendicazione della primazia dell’autentico che salta le filiere; vengono così rispolverati i miti del tradizionalismo sociale, del neonaturalismo, dell’autenticità, una forma di nostalgia del passato e della naturalità perduta». Con la parola chiave tecnologia, Panarari sviluppa il legame tra la «retorica della rete e il fondamentalismo internettiano», con l’esempio del «partito grillino che si é fatto specchio e cassa di risonanza dell’applicazione al web di una logica mediale televisiva, totale e totalizzante. Lo spirito della digital propaganda al servizio del Movimento e del suo slogan della trasparenza assoluta». Nel capitolo sulla disintermediazione, Panarari tratta della strategia capillare di disintermediazione a tutti i livelli, per superare mediatori e filtri. «La disintermediazione – osserva – é la quarta mitologia, potentissima, dell’universo pop-sov (populista-sovranista). Ma la mitologia «più incontenibile e irrefrenabile del nostro catalogo – conclude Panarari – é quella della democrazia diretta, ossia il direttismo pseudodemocratico di cui i populisti si reputano custodi ed eredi universali: un appannaggio di cui possiederebbero l’esclusiva e che vale moltissimo in termini di autolegittimazione, poiché soltanto solo saprebbero interpretare le istanze e i desideri, le ansie e le paure del popolo sovrano».

Massimiliano Panarari è sociologo, saggista e consulente di comunicazione politica e pubblica. Insegna all’Università Luiss Guido Carli di Roma, alla Luiss School of Government e all’Università Luigi Bocconi di Milano. Editorialista dei quotidiani La Stampa, Il Mattino di Padova, Il Piccolo e Giornale di Brescia, collabora con L’Espresso e Il Venerdì di Repubblica. È autore dei volumi L’egemonia sottoculturale (2010) e Poteri e informazione (2017). Ha curato l’ultima edizione della Storia del giornalismo italiano di Paolo Murialdi (2014) e Alfabeto Grillo. Dizionario critico ragionato del Movimento 5Stelle (con Marco Laudonio, 2014). Per Marsilio ha pubblicato Elogio delle minoranze: le occasioni mancate dell’Italia (con Franco Motta, 2012)

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