Criminalità e contrasto

“Corruzione e mafia,
le due piaghe
che permeano lo Stato”

di Massimiliano Cannata
31 marzo 2018

Giovedì 5 aprile  il Gotha della lotta contro mafie e corruzione si darà appuntamento al convegno a Tivoli Terme. Ci saranno, fra gli altri,  Cafiero De Raho, Procuratore nazionale Antimafia, Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Anticorruzione, don Tonino Palmese, presidente della Fondazione Polis, Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, il Procuratore generale di Roma Giovanni Salvi, l’ex Procuratore nazionale  antimafia e antiterrorismo Franco Roberti. Tema: “Codice Antimafia e corruzione: confische e contrasto alla criminalità da profitto”. A fare gli onori di casa, Francesco Menditto, procuratore della Repubblica di Tivoli, che abbiamo intervistato.

Un tema caldo, quello scelto per il dibattito, che impegna le forze dell’ordine e che preoccupa l’opinione pubblica. Procuratore, a che punto siamo su questo delicato fronte?   
“La Procura della Repubblica e l’Ordine dei Commercialisti hanno promosso questa giornata di riflessione per cercare di interpretare gli scenari che si aprono con l’entrata in vigore della nuova normativa in materia di codice antimafia. Noi siamo abituati ad applicare il provvedimento di confisca per il contrasto della criminalità organizzata, mafia, ndrangheta, camorra, che come sappiamo sono ormai diffuse a livello nazionale e internazionale”.

Invece adesso cosa succede?
“Con la normativa vigente le Procure dovranno perseguire anche la criminalità da profitto, che compie reati e delitti contro la pubblica amministrazione, rendendosi responsabile del drammatico innalzando del livello di corruzione che purtroppo inquina il nostro sistema”.

I beni confiscati costituiscono una realtà economicamente rilevante. Possiamo dare qualche numero?
“Per avere l’idea del fenomeno basta dire che sul territorio nazionale dal 1982 ad oggi sono stati circa 20 mila i beni immobili sequestrati, mentre per quanto riguarda le aziende i numeri si avvicinano a 5 mila. Un decimo di queste ultime sono anche operative, significa che in seguito all’azione di “bonifica” sono in grado di camminare con le loro gambe, guidate da un management autonomo. Le somme sequestrate in corso di processo sono pari a 3 miliardi di Euro, mentre bisogna tenere conto che il 70 per cento di questo ammontare sequestrato è stato anche confiscato, quindi si tratta di risorse a disposizione della collettività”.

Al di là degli aspetti economici sicuramente rilevanti, è il valore sociale di queste operazioni che sta assumendo un’importante incidenza. Cosa pensa al riguardo?
“E’ evidente che sottrarre al criminale un profitto conseguito illecitamente è il primo risultato che va perseguito sul piano del diritto. Non meno rilevante, soprattutto in una situazione di crisi come quella che viviamo, appare la possibilità di rilanciare attività imprenditoriali, “liberate” dalle mafie, che possono diventare volano di sviluppo e di occupazione per le aree più depresse del paese”.
 
E’ il “cancro” della corruzione che frena più di tutto la nostra crescita?  
“Sicuramente. Si stima che la corruzione pesa per il 2% del PIL mondiale. Se guardiamo in casa nostra vediamo che tutte le Procure sono impegnate a sviluppare strategie di contrasto del fenomeno, anche se la sensazione è che gli strumenti penali non bastano. Dobbiamo misurarci con una quota di sommerso di cui non conosciamo ancora l’esatta dimensione”.

La criminalità “scoppia” di salute. Le mafie sono ormai delle agenzie di servizi illegali in grado di coinvolgere diverse professionalità, infiltrandosi nei settori più disparati. Quali sono i soggetti più temibili?  
“Esiste sicuramente un pericolo che si chiama ‘ndrangheta, difficile da contrastare proprio per la sua struttura organizzativa e per l’allargamento della sfera di azione. In particolare nel Lazio e nella Capitale, anche per motivi di contiguità territoriale, è la camorra l’altro nemico da sconfiggere. La questione di fondo è, però, l’internazionalizzazione delle mafie e soprattutto la rapidità con cui sono in grado oggi di spostare i capitali. Se siamo diventati bravi a sequestrate beni immobili e fondi che insistono sul nostro territorio, agire sul fronte estero rimane molto difficile. A questo fine stiamo sviluppando degli strumenti di cooperazione internazionale, come dimostrerà la presenza al convegno di Tivoli dei magistrati di collegamento di Gran Bretagna, Francia e Spagna. In materia di sequestro e confisca l’Italia è, a tutti gli effetti, un paese–guida”.

“Mafia Capitale” si può considerare come l’”icona” dell’Italia corrotta. All’indomani delle elezioni è stato riaperto il processo di appello. Sono stati inflitti 2 secoli e mezzo di carcere per 46 imputati, nessun collegamento con la mafia, almeno secondo il parere dei giudici. Tanto rumore per nulla?
“Le cose non stanno così. Innanzi tutto va detto che nel processo a “Mafia Capitale” sono stati disposti ingenti sequestri, come nel caso delle aziende di Salvatore Buzzi, e che gli strumenti messi in campo hanno funzionato. Imprese che contavano anche 5000 dipendenti non infiltrate direttamente dalla mafia hanno, infatti, potuto riprendere la loro attività grazie all’intervento degli inquirenti. Credo che questa vicenda faccia capire due cose: che esiste un collegamento tra corruzione e mafie e che la corruzione riesce a permeare una significativa sfera dello Stato. Non dimentichiamo che un’associazione criminale ramificata e strutturata ha commesso delitti molto gravi nei confronti dell’amministrazione pubblica. Sulla tipologia mafiosa la fase finale del processo si pronuncerà, ma questo non toglie nulla alla gravità del fenomeno”.