Intervista

Il principio “nessuno deve essere lasciato solo” dovrebbe ispirare le politiche di welfare

di Redazione
20 luglio 2015

Bruno Amoroso è un economista e saggista italiano naturalizzato danese. È Presidente del Centro Studi “Federico Caffè” dell’Università di Roskilde ed è condirettore della rivista italo-canadese Interculture. È membro del consiglio di amministrazione del FEMISE-Forum Euroméditerranéen des Institus de Sciences Economiques, e coordinatore del comitato scientifico dell’italiana Fondazione per l’Internazionalizzazione dell’impresa sociale. Fa parte, inoltre, del comitato scientifico FLARE Network (Freedom, Legality and Rights in Europe), la rete internazionale per la lotta alla criminalità e alla corruzione; è membro ed esperto di Diesis (Bruxelles) organizzazione no profit dedicata allo sviluppo dell’economia sociale, nelle forme cooperative, e di impresa autogestita dai lavoratori, attraverso attività di supporto, consulenza e valutazione dei progetti. È decano della Facoltà di Mondianity all’Università del Bene comune (Bruxelles-Roskilde-Roma), fondata da Riccardo Petrella; è membro del comitato scientifico del progetto WISE dell’Unione europea.

Nell’ultimo ventennio la struttura e le caratteristiche delle famiglie italiane si sono modificate in maniera evidente. Quali sono a suo giudizio i cambiamenti più rilevanti in termini socio-economici?

Il tema è stato oggetto di varie ricerche negli ultimi anni e i risultati sono confermati e verificati anche dallo studio della Banca d’Italia del febbraio 2013 – 148: Il risparmio e la ricchezza delle famiglie italiane durante la crisi, di L. Bartiloro e C. Rampazzi). Il quadro generale che se ne ricava è che vi sono stati due fattori che hanno svolto un ruolo preponderante sulle condizioni di reddito, di benessere e di risparmio della popolazione. Il primo, antecedente alla crisi iniziata nel 2008, è dovuto alla nuova struttura della famiglia in Italia e in Europa, caratterizzata sia dalla frammentazione della famiglia di coppia tradizionale sia dall’espandersi di una molteplicità di forme di convivenza. Questi fenomeni influiscono direttamente sulle forme abitative, di consumo, domanda di servizi e di trasporto. Il secondo è la crisi socioeconomica prodotta dalla speculazione bancaria e finanziaria che ha causato un impoverimento diffuso tra i ceti medi e i lavoratori autonomi e dipendenti (working poor) i cui aspetti visibili sono la contrazione del risparmio, sia monetario sia nelle forme immobiliari. Il blocco dell’occupazione giovanile e la diffusa precarietà del lavoro, accompagnato dalla graduale ma costante contrazione dei sistemi di welfare, sono cause dirette di questi fenomeni.

Quali sono in questo momento le categorie sociali più deboli?

Gli anziani soli, i genitori separati, i single, le famiglie con figli sono tutte categorie da includere nella lista che si biforca sulle linee dei redditi e dell’occupazione che contribuiscono ad aggravare gli effetti materiali e psicologici della condizione di disagio. Tuttavia le categorie più a rischio dal punto di vista sociale e psicologico sono le persone di questi gruppi che soffrono di più di isolamento.

Se è vero che i sistemi di Welfare si sono contratti quali sono le carenze più rilevanti oggi per quanto riguarda il sostegno e la tutela delle famiglie?

La maggiore carenza delle politiche di welfare è di non disporre di un sistema di monitoraggio e tutoraggio personale, nei comuni, delle situazioni di disagio. Paradossalmente queste situazioni emergono all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica solo per situazioni occasionali di denuncia da parte dei mass media, oppure per gesti di disperazione compiuti dalle persone coinvolte.   In alcuni paesi europei, come la Danimarca, ogni persona oltre i 65 anni e ogni giovane disagiato è monitorato da un assistente sociale che ne segue la situazione con visite periodiche nella propria abitazione e con la possibilità di proporre le misure di aiuto necessario – di reddito, di assistenza a casa, di assistenza medica, di inserimento sociale, ecc.). Nei comuni – a livello circoscrizionale – dovrebbe esistere uno sportello famiglie (intesa la famiglia come convivenza tra uno e più persone) in grado di aiutare con reddito sociale le persone-famiglie in difficoltà, suggerire e rendere possibili percorsi assistenziali e di ricerca di lavoro, abitazione, studio, ecc.

Il principio “nessuno deve essere lasciato solo” dovrebbe essere l’obiettivo ispiratore delle politiche di welfare.

A causa della crisi economica le famiglie hanno apportato delle modifiche del proprio stile di consumo e di risparmio per affrontare la perdita di potere d’acquisto. Queste strategie funzionano?

Le famiglie/persone cercano di far fronte alla crisi mediante i mezzi tradizionali di cui dispongono, ricorrendo cioè all’aiuto parentale e cercando così di ridurre i costi fissi come abitazione, trasporto, pulizia, alimentazione, ‘microcredito’, ecc. Lo strumento più diffuso e più consistente che ne rafforza la loro capacità di resistenza − nonostante la retorica della modernità legata al nostro welfare che assumeva e auspicava la scomparsa di queste forme ‘primitive’ di sostegno economico e sociale − è dovuto al fatto che la crisi ha spesso ricongiunto alcuni di questi gruppi mediante forme di solidarietà famigliare e affettiva. Esistono anche iniziative collettive di consumo solidale (GAS e simili), di forme di credito mutualistico (MAG e simili) e di scambio di beni e servizi (banche del tempo, ecc.) che svolgono certamente un ruolo significativo di sostegno ai bilanci famigliari e personali, ma che non sempre raggiungono i gruppi sociali più deboli. Sono misure innovative ma ancora embrionali rispetto all’ampiezza  dei bisogni e al numero delle persone colpite. Infine, ed è la controprova della debolezza dei fenomeni ricordati, le persone sole e più svantaggiate ricorrono in forme crescenti  a forme di aiuto tradizionale e di sopravvivenza come le mense e i dormitori della Caritas e simili.

Alle strategie già descritte, per quanto riguarda il risparmio, si possono aggiungere i fenomeni negativi come il ricorso a forme ‘improprie di credito’ e il taglio sistematico di forme di consumo riducibili o sopprimibili dal bilancio famigliare e personale. Si tratta di scelte a volte incoerenti perché teleguidate dalla forme di consumo e dagli ‘stili di vita’  prevalenti imposti dalla pubblicità (soprattutto per quanto riguarda il consumo giovanile). D’investimento in senso proprio è difficile parlare per i gruppi deboli di cui ci occupiamo qui se non nel senso che le famiglie percepiscono come sforzo di investimento soprattutto quello fatto per aiutare i figli nello studio e nella creazione di nuovi nuclei famigliari. Si tratta tuttavia più che di forme di risparmio e di investimento di fenomeni di ‘traslazione’ del risparmio e del consumo dei genitori che si va contraendo per consentire forme di investimento per i giovani o disagiati in famiglia. Siamo quindi in presenza di fenomeni a ‘somma zero’ che potrebbero essere potenziati con politiche e forme di credito adeguate.

Ormai è chiaro che con i consumi frenati è impossibile uscire dalla stagnazione e dalla crisi. In molti hanno lanciato proposte o “soluzioni” per porre rimedio all’inesorabile contrazione dei consumi. Esistono in questo senso incentivi più idonei rispetto a quelli messi in campo fino ad oggi per superare la difficile congiuntura economica?

Da parte pubblica iniziative di welfare del tipo di quelle già indicate da parte dei Comuni e che servono ad evitare il peggio per i gruppi più deboli. Ma esiste un secondo livello di “comunità” per gli imprenditori e le persone che possono mantenere e riprendere un certo livello di attività e occupazione. Qui sono necessarie iniziative comunitarie che coinvolgano le istituzioni locali, le forme di credito locale e le associazioni imprenditoriali per trovare forme di credito adatte alle PMI, ai piani di bilancio famigliare, ai servizi locali, alla cooperazione tra produttori e consumatori locali. Al centro ci deve essere un piano di produzione e di consumo che sostenga ad un polo le PMI con rilevanza per le economie locali e per l’occupazione e, all’altro, il sistema della distribuzione al dettaglio indispensabile per evitare la desertificazione dei territori e dei centri abitati. L’iniziativa di sollecitare un piano di sviluppo locale e regionale di questo tipo spetta alle istituzioni locali e regionali, con al centro i sindaci, che debbono essere i facilitatori di un incontro tra gli attori economici e sociali e le istituzioni per la necessaria azione di coordinamento. La concatenazione positiva tra iniziative rivolte a sostenere e incentivare il reddito delle famiglie e gli effetti di stimolo che questo può produrre su una ripresa delle economie locali (imprese, commercio al dettaglio, entrate fiscali dei comuni, ecc.) non è automatica ma nasce solo se esiste uno sforzo di programmazione e di coinvolgimento degli attori presenti sul territorio.

In questo scenario quale ruolo hanno le banche e quali servizi e iniziative dovrebbero offrire per venire incontro alle reali esigenze delle famiglie?

Il ruolo del sistema del credito è cruciale perché il precedente sistema di garanzie patrimoniali e di reddito deve essere sostituito da un sistema di garanzie fornite dal “piano di impresa e di consumi” del quale la banca è compartecipe. Il che significa potenziare il sistema del credito medio piccolo e rivolto al territorio e assumere come elemento guida del sistema del credito il principio che il guadagno della banca non nasce “a priori” e indipendentemente dal risultato d’impresa ma ne è parte integrante. Va cioè ridotta la quota di guadagno passivo che oggi è fornita dall’interesse bancario e accresciuta quella attiva, di compartecipazione all’utile di impresa. Questo ruolo va affidato alle istituzioni del credito esistente che praticano la funzione bancaria (Banche Popolari, BCC, Casse di risparmio artigiano e locali, ecc.) e accrescendo la loro autonomia dal sistema bancario-finanziario con funzioni speculative (Banche di affari). La commisurazione di un interesse ‘equo’, dopo recenti slittamenti di parti del sistema del credito in direzione ‘usuraia’, può essere fissato in varie forme. Ad esempio, nel caso olandese, è stabilito che l’interesse sui prestiti non può superare in  nessun caso una percentuale fissata (10-15%) del tasso di sconto praticato dalla Banca centrale. Questo problema è di particolare rilevanza per i gruppi sociali di cui ci occupiamo qui costretti spesso a ricorrere a forme di piccolo credito e di breve periodo sulle quali si esercita la speculazione finanziaria e bancaria.

A quali tipologie famigliari, in particolare, le banche dovrebbero rivolgersi con nuovi servizi o agevolazioni?

Le tipologie sono dettate da tre gruppi esistenti:

1)    Famiglie/persone con redditi medi stabili ai quali le banche devono fornire attività di consulenza e servizi bancari per stabilizzare le loro situazioni patrimoniali e di consumo esposte al rischio di deterioramento per la volatilità dei mercati. Tra questi vi sono, in particolare, i mercati finanziari e quelli immobiliari di tipo speculativo dai quali le famiglie vanno protette. Questo è stato in gran parte fatto dalle forme di credito cooperativo e locale sin qui richiamate, ma il tutto va rafforzato accrescendo l’informazione tra i cittadini. Si tratta di politiche del credito e di un settore finanziario che deve assumere un suo profilo specifico all’interno dell’Abi, con campagne promozionali che valorizzino la ‘stabilità e la qualità del patrimonio e dei consumi’ rispetto alle campagne di ‘arricchitevi’ delle spericolate operazioni delle banche di affari.

2)    Famiglie/persone con redditi medio bassi e esposte al rischio di declino della loro situazione economica. Qui siamo in presenza di pmi e di famiglie sensibili alle variazioni del ciclo economico (prezzi, situazione occupazionale, problemi famigliari legati al consumo, alla salute, ecc.)  e che spesso fanno ricorso a forme di micro credito e a breve. La ricostruzione di una stabilizzazione del bilancio in questi casi va fatta individuando insieme agli interessati quale è il vero punto di rottura (‘tipping point’) del bilancio esistente, e l’individuazione di forme di integrazione del reddito che a seconda dello status degli interessati (pensionati, lavoratori, studenti, altro) può coinvolgere altri soggetti istituzionali e sociali del territorio per dare stabilità alla situazione attuale di reddito e occupazione. Questo comprende anche la possibilità di favorire la creazione di circuiti commerciali di vendita e di servizi a livello territoriale mediante apposite ‘carte di credito’ che orientino le famiglie su circuiti di consumo favorevoli sia al loro reddito che alla ricostruzione di un circolo virtuoso dell’economia locale.

3)     Famiglie e gruppi svantaggiati in difficoltà di sopravvivenza. In questo caso va stabilita una cooperazione tra banche locali, istituzioni, e movimenti sociali e cooperativi per la creazione di forme di ‘credito’ mediante le quali la banca amministra nell’interesse delle persone coinvolte le somme messe a disposizione (aiuto o reddito sociale, pensioni minime, redditi da lavoro) orientadone l’utilizzo nelle forme descritto al punto. 2.