Intervista

Luciano Violante, università e impresa alleate per generare ricchezza e sviluppo

di Massimiliano Cannata
19 giugno 2017

Il Rapporto Italiadecide 2017 (www.italiadecide.it) si è focalizzato su un trinomio complesso, che riveste una rilevanza strategica per lo sviluppo: Ricerca, Università e crescita. Si tratta di fattori interdipendenti che stanno trovando un punto oggettivo di convergenza nella “società della conoscenza”. Il sapere, nell’ambito di questo variegato orizzonte, è il “primo motore” di progresso e di produttività, in assenza del quale risulta di fatto impossibile progettare il futuro. Solo riaffermando la centralità dell’Università come istituzione e della ricerca, quale attività qualificante, potremo sperare di ridare slancio al nostro sistema – Paese, fiaccato da una crisi grave e interminabile. Partendo da questa consapevolezza abbiamo chiesto a Luciano Violante, presidente di Italiadecide, di ripercorrere i tratti salienti dello studio di quest’anno e di riassumere le proposte di intervento che potranno ridare slancio innovativo alle politiche pubbliche di un mondo della ricerca che per incidere sul PIL deve impegnarsi sempre più a individuare degli efficaci scambi di comunicazione e di know-how con il fitto tessuto delle nostre PMI, che rimane il “cuore pulsante” dell’industria e dunque la fonte essenziale da cui proviene occupazione e ricchezza.

Presidente, Università, ricerca, crescita il Rapporto 2017 di Italiadecide ha deciso di orientare la sua indagine su un orizzonte incrociato di problematiche. Quali sono state le ragioni di questa scelta e quale messaggio di fondo l’Associazione intende lanciare alle istituzioni e all’opinione pubblica?

Una delle parole d’ordine di Italiadecide è “sinergia”. Non c’è oggi sinergia tra ricerca e impresa e bisogna favorirla. Spesso i centri di ricerca, universitari e non, ignorano quello che serve alle imprese e le imprese non conoscono i prodotti della ricerca scientifica che possono esser utili per la loro produzione. Fare sinergia è dunque il primo messaggio.

Globalizzazione e digitalizzazione sono le componenti che stanno mutando il profilo del capitalismo. Siamo di fronte a un “passaggio d’epoca”, per usare una definizione del filosofo Salvatore Natoli, che non ha precedenti. Questo profondo salto di paradigma di fatto sta modificando il ruolo dell’Università e la funzione stessa della ricerca.  Quali sono le conseguenze?

L’intelligenza artificiale e l’interdipendenza frutto della globalizzazione delle merci e della finanza sono i grandi fattori che stanno determinando, non da soli, ma in modo prevalente, il cambiamento d’epoca. Oggi il paese più competitivo, quello che favorisce meglio la vita dei propri cittadini, è quello che punta sulla ricerca di nuovi materiali, sulla più razionale utilizzazione dell’esistente, su nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale. Questo vale soprattutto per l’Italia che, come sappiamo, è povera di materie prime, ma ricchissima di intelligenze creative come dimostrano le migliaia e migliaia di giovani che vengono chiamati da università e centri di ricerca stranieri e da grandi imprese multinazionali in misura assai superiore alla media dei colleghi europei. Naturalmente tutto va fatto in sintonia con il sistema produttivo non per farsi condizionare, ma per moltiplicare l’utilità della ricerca e potenziare lo sviluppo produttivo della nazione.

 

Un modello di Governance aperto alle imprese

Il mondo dell’impresa deve vivere oggi di innovazione e di conoscenza. Malgrado questo è difficile creare un ponte di comunicazione tra questi due universi tradizionalmente distanti. Quali sono le proposte di Italiadecide per abbattere questo grave gap che rischia di compromettere il percorso della crescita?

Ne cito alcune: riformare le lauree professionali; innovare sui requisiti della docenza, definire un modello di governance aperto a imprese, professioni e pubblica amministrazione; riordinare e concentrare il sistema dei finanziamenti, oggi troppo polverizzato; definire lo stato giuridico dei ricercatori e dei tecnologi che superi l’attuale incompatibilità tra la docenza, la ricerca e l’attività d’impresa; individuare un sistema di governo della ricerca più unitario, nel quale siano identificate sedi di indirizzo strategico delle attività di ricerca e di coordinamento per lo sviluppo di grandi infrastrutture di ricerca.

Tra le proposte enucleate nel Rapporto si parla di “politiche industriali più integrate alla ricerca” Che cosa vuol dire in concreto? L’Università potrà dare un effettivo contributo all’esecutivo nella definizione di politiche industriali efficaci e realmente innovative?

Certamente si. Nelle Università italiane, che nella media sono superiori per la qualità dell’insegnamento a quelle di molti altri importanti paesi, si pensa, si elabora, si studiano i problemi concreti, si scelgono soluzioni, si é in perenne contatto con tutto il mondo scientifico, dal Giappone agli Stati Uniti. Esse perciò detengono saperi essenziali per il Governo. Se poi il Governo decidesse di non interloquire, ma va detto che ora lo sta facendo bene e con continuità, i guai sarebbero gravi per tutto il Paese.

 

Verso una nuova antropologia

Il piano Industria 4.0 è un asset strategico su cui l’Esecutivo sta puntando molto.  Che cosa occorre perché tutto il sistema delle PMI, che rappresentano la spina dorsale del nostro capitalismo, possa incamminarsi sui nuovi linguaggi del digitale?

Lei tocca uno dei problemi più gravi. Nelle piccole imprese, accanto a fenomeni di straordinaria innovazione, c’è un largo bacino di indifferenza o di timore per l’innovazione. Occorre insistere, mostrando soprattutto quello che di positivo piccole imprese hanno fatto, per stimolare tutte le altre.

Ruggero Gramatica nella Lectio Magistralis che si è tenuta alla Camera in occasione della presentazione del vostro Rapporto ha toccato un punto critico che caratterizza la società dei Big Data: il complesso rapporto che deve intercorrere tra informazione e conoscenza, dietro cui si profila il territorio spesso accidentato dei nuovi saperi e della formazione. La nostra scuola e l’Università sono attrezzate per affrontare i livelli di complessità crescenti che la digital society impone?

La piattaforma Yewno, creata da Ruggero Gramatica, mette in connessione non parole ma concetti; se per esempio io scrivo la parola jaguar, la piattaforma è in grado di comprendere, sulla base del concetto di cui fa parte la parola, se intendo riferirmi all’animale o alla casa automobilistica. Gramatica, inoltre, ci ha letto una poesia alla “Montale”, scritta da un algoritmo al quale è stato chiesto di scrivere una poesia sull’amore come l’avrebbe scritta il grande poeta usando cioè la sua metrica, i suoi concetti, le sue parole. Una macchina che pensa e costruisce concetti. Come fa ciascuno di noi quando studia e scrive. Si impone, dunque, una grande riflessione sui rapporti tra il pensante umano e il pensante non umano. Credo stia nascendo una nuova antropologia, cui tutti devono partecipare, a partire, naturalmente dalle Università

Nel corso della presentazione Lei ha anticipato una iniziativa legata alla realizzazione di una “show room“. Si tratta di una originale vetrina aperta all’innovazione. Quali attori coinvolgerà?

Ci siano già incontrati con il vicepresidente di Confindustria che cura le risorse umane, Giovanni Brugnoli, insieme al presidente della conferenza di Rettori, Gaetano Manfredi, al presidente del CNR, Massimo Inguscio e al vice presidente Riccardo Pietrabissa, per discutere della realizzazione di questo progetto. Confindustria tiene ogni anno una importante conferenza sulla ricerca. In quella sede potrebbero essere invitati ad esporre i loro risultati università e centri di ricerca che abbiano in corso o abbiano effettuato ricerche particolarmente significative per le imprese. Dall’altra parte le imprese potrebbero sollecitare la ricerca ad impegnarsi su temi che riguardano più da vicino le produzioni in corso per renderle più competitive e più soddisfacenti per i cittadini. Il percorso dell’innovazione che porta al domani, è dunque già tracciato.