Società

Se la classe diventa flessibile, nuovi spazi e modelli didattici

di Roberta Tufanari
12 novembre 2015

Ripensare oggi la didattica non significa unicamente prevedere un piano di investimenti mirati alla digitalizzazione della scuola: il rinnovamento del sistema dell’istruzione non passa esclusivamente attraverso la rivoluzione tecnologica. Il processo di trasformazione può, altresì, essere meno invasivo e procurare quella implosione necessaria a scardinare pratiche ormai reiterate nel tempo e impresse nell’immaginario comune, a partire proprio dalla riorganizzazione degli spazi fisici della classe.

In molte scuole, di vario ordine e grado, si assiste a un progressivo sdoganamento dalla classica disposizione in aula, che vede il docente in cattedra e gli studenti, dalla parte opposta, organizzati in file. Tale distribuzione degli spazi si traduce nel consolidato modello della didattica frontale, che implicitamente oggettiva una situazione di subalternità tra insegnante e alunno, facendo del secondo una sorta di imbuto in cui versare contenuti; si perde, in tal senso, il valore insito nell’etimologia della parola educare, da intendere come un “trarre fuori” e non un “mettere dentro”.

Un ripensamento degli spazi può favorire il recupero di un rapporto educativo proficuo, basato sulla fiducia dello studente nei confronti dell’insegnante. Le soluzioni alternative, che rendono la linea di demarcazione tra i confini più flessibile, sono rappresentate dalla disposizione a ferro di cavallo, ad anfiteatro, fino alla creazione di piccoli agglomerati di banchi, 4 o 6, volti a favorire un approccio collaborativo non solo tra docente e alunni, ma soprattutto tra gli studenti stessi.

Quale che sia la soluzione considerata più idonea dall’insegnante, a seconda anche delle necessità presenti nelle classi, la nuova filosofia del concepimento degli spazi rappresenta una delle chiavi di volta per affrontare alcune criticità presenti nella normale prassi didattica, legate principalmente agli stimoli inibitori che caratterizzano gli alunni più timidi di fronte all’autorevolezza, e non di rado, all’autorità, esercitata dal docente.

Il concetto di filtro affettivo, elaborato da Stephen Krashen in ambito glottodidattico e in particolare nel processo di acquisizione di una L2 (lingua seconda), può essere esteso all’intero panorama didattico, in quanto definisce le «componenti emotive dell’apprendimento»,[1] che determino gli esiti del processo cognitivo. In particolare «questo “filtro” virtuale viene inibito o innalzato da alcuni fattori psico-affettivi, relativi alla motivazione, alla personalità, all’età, all’attenzione, all’empatia con l’interlocutore»[2]. Tenere basso il filtro affettivo, quindi, è fondamentale per permettere all’alunno di esprimere le proprie potenzialità e, contemporaneamente, diventa una strategia utile all’insegnante per attivare i meccanismi di elicitazione della conoscenza.

In questa nuova prospettiva cambia anche il profilo dell’insegante, che passa dall’indossare i panni di “oracolo” per farsi regista di un’azione corale.

In Italia, sebbene più lentamente rispetto ad altri paesi europei ed extraeuroperi, vi sono le prime avvisaglie di cambiamento, introdotte per lo più dagli insegnanti che autonomamente scelgono il tipo di organizzazione degli spazi più congeniale ai bisogni della classe.

Esempi più strutturati di questo nuovo orientamento provengono, invece, dalle scuole a metodo montessoriano e da quelle steineriane, in cui la progettazione del luogo fisico riveste primaria importanza ed è finalizzato allo sviluppo di determinate competenze.

La partita per il futuro della didattica, allora, si gioca sul piano dell’innovazione, che lungi dall’essere esclusivamente digitale, può reinventarsi combinando e sfruttando “le carte” già presenti sul tavolo.

[1] Pierangela Diadori, Insegnare italiano a stranieri, Milano, Le Monnier, 2015.

[2] Idem.