Società

Separati, ma sempre padri

Nella separazione è sempre la moglie il soggetto più debole? Sono ormai in molti i padri che rivendicano il proprio ruolo nei confronti dei figli e chiedono maggiore tutela del proprio diritto a mantenere un legame con la prole
di Pina Terracciano
9 aprile 2015

Merita particolare attenzione sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista sociale, la figura del padre separato che va analizzata sia in riferimento a quei padri che usano la separazione come una scappatoia dai propri doveri genitoriali sia in riferimento a quei padri che invece temono di perdere ogni legame affettivo e intimo con i figli, nel momento in cui sono costretti ad allontanarsi dalla casa coniugale e quindi dalla quotidianità che fino a quel momento li aveva tenuti legati alla prole.

Sono senz’altro due aspetti interessanti del rapporto padre-figlio che emerge dopo una separazione. Tuttavia relativamente a quei padri che smettono di fare i padri solo perché si separano dalle mogli, credo ci sia ben poco da dire se non che, probabilmente, padri non lo sono mai veramente stati.

In questo caso, a seguito della separazione, nei figli si genererà sicuramente una ferita indelebile che però non è molto diversa da quella che si sarebbe comunque generata anche se il rapporto di coppia fosse rimasto in vita.

Pertanto è sul secondo aspetto che mi voglio soffermare, su quei padri che vorrebbero continuare a fare i padri ma che vengono spesso ostacolati da madri che rivendicano il loro ruolo predominate nella cura dei figli, da mogli arrabbiate che usano i figli come strumento per vendicarsi di eventuali torti subiti, da provvedimenti talvolta troppo sbilanciati in favore della madre, da avvocati che permettono ai propri assistiti di usare i figli come “moneta di scambio” per un eventuale accordo.

Dal punto di vista normativo un grande passo lo si è fatto con la legge n. 54 del 2006 che ha introdotto nel nostro ordinamento l’affido condiviso, innovando la disciplina della separazione e del divorzio attraverso principi quali la bigenitorialità, la condivisione, la cooperazione e la corresponsabilità, che hanno aperto la strada ad un nuovo modo di intendere i rapporti tra genitori e figli anche dopo lo sfaldamento della famiglia.

Con questa innovazione normativa si è data la possibilità anche ai padri separati di poter continuare a svolgere la loro funzione da un punto di vista educativo, di crescita e ricreativo, fatto si di collaborazione fra i due coniugi separati ma anche di spazi individuali dove ciascun genitore può continuare ad esercitare il proprio ruolo senza interferenze da parte dell’altro.

Si è così posta maggiore attenzione alla figura paterna e ai problemi di natura psicologica che possono nascere nel momento in cui tale figura risulti completamente o quasi del tutto assente.

La mia personale esperienza in materia mi porta a confrontarmi quotidianamente con un numero sempre più crescente di padri separati o “separandi” che vuole essere presente nella vita dei figli e continuare ad esercitare il ruolo che gli spetta per natura e per legame affettivo.

Azzardandomi in un confronto con la materia contrattuale (in diritto il matrimonio viene definito come “accordo” tra le parti), mi viene spesso da considerare il padre sparato come “contraente debole”, del rapporto “sinallagmatico” nascente dal matrimonio e pertanto come la figura che merita non dico una maggior tutela ma sicuramente una maggiore attenzione nel momento in cui consensualmente o giudizialmente si vanno a definire le condizioni di separazione o divorzio.

Pertanto, è compito di noi “operatori” del diritto cogliere questo aspetto e facilitare un compito reso non sempre agevole da provvedimenti giudiziali che in linea di massima prevedono un allontanamento del padre dalla casa coniugale, sradicandolo così dai propri spazi, dalle proprie abitudini ma soprattutto dai propri figli, limitandosi ad attribuirgli una funzione quasi esclusivamente di “contribuente economico” della sua prole.