La sfida della complessità negli anni difficili

di redazione
23 febbraio 2015

La competitività d’impresa passa per l’innovazione e nell’era della conoscenza investire nelle proprie professionalità è la vera assicurazione per mantenere un valore aggiunto duraturo oltre che una dinamica positiva in tema di lavoro.

E’ questo uno dei meccanismi a cui mira la sostanza intima del “pacchetto per il rilancio del mercato del lavoro” in elaborazione da parte del governo. Qui sono state pensate misure di sistema per le imprese, previsione di azioni nei settori strategici e all’avanguardia della nostra economia e gli interventi di regolamentazione giuridica del lavoro con la semplificazione delle regole, riduzione delle figure contrattuali e potenziamento delle organizzazioni che favoriscono l’accesso al lavoro .

D’altro canto neanche più a descriverla, la ferita aperta nel tessuto economico italiano dove intensità e durata della crisi sono oggetto del continuo monitoraggio istituzionale e finanziario che certificano, tra l’altro, come ancora oggi la nostra struttura occupazionale vecchia, abbia effetti negativi su produttività, l’innovazione, e sulla posizione competitiva delle imprese. Una situazione che non poteva essere contrastata efficacemente solo attraverso misure di stimolo sostanzialmente di natura fiscale

Così, andando un po’ più dietro alla questione, è interessante chiedersi se le misure, i progetti, le azioni, ma anche gli errori fatti abbiano preso in considerazione pienamente l’obbiettivo dello stimolo all’imprenditorialità nel nostro sistema produttivo; cioè quella capacità di poter fare e competere al meglio delle proprie possibilità.
L’imprenditore conosce perfettamente le caratteristiche ottimali di un ambiente che favorisca la crescita ma nelle sue continue “lamentele” emerge il tema su come possano essere dispiegate le potenzialità delle proprie capacità previsionali e decisionali se le “condizioni di contesto” poggiano spesso su schemi e concetti oramai andati in pensione?

Il recupero dell’economia mondiale è anche il frutto dello sforzo intrapreso da tutti gli organismi di coordinamento internazionale per favorire una spinta in avanti dei mercati e dei sistemi; così ad esempio la riduzione delle barriere tariffarie per la liberalizzazione dei “beni verdi” contenuta nel “Joint statement regarding trade in environmental goods” dei paesi del WTO vale circa 1.400 miliardi di dollari per le bilance commerciali mondiali, mentre l’impatto atteso dalla chiusura dell’accordo in via di negoziazione tra USA e Ue. , il Transatlantic Trade and Investment Partnership è di un incremento della ricchezza di circa 100 mld di euro. Sotto questi grandi cappelli le nostre organizzazioni vanno a confrontarsi con realtà produttive settoriali estremamente avanzate dove le dinamiche del lavoro e della produzione subiscono effetti rivoluzionari da parte dell’innovazione. Questo può essere un bene o un male. Dobbiamo perciò domandarci quanto e come possiamo prepararci a “cogliere” e a trasformare in opportunità di crescita le tendenze in atto a livello globale.

A livello di impresa oggi le produzioni ad elevato valore aggiunto convergono sull’“advanced manufacturing” che ha poco in comune con il manifatturiero tradizionale. Questo invece è un nuovo modo di progettare, produrre e soprattutto di lavorare che combinando le moderne tecnologie “chiave” stravolge i tradizionali parametri della produzione. Così sarà fisiologico il rimpatrio della manifattura nei paesi industrializzati perché solo con infrastrutture tecnologicamente avanzate sarà possibile realizzare una produzione di questo tipo ma le competenze necessarie per gestirne i processi sono completamente nuove e diverse da quelle di ieri.
Per quanto riguarda il prodotto le estensioni delle tecnologie digitali e “l’additive manufacturing”, rendono potenzialmente concreta la possibilità di realizzare un bene di qualsiasi livello di complessità e con prestazioni ancora tutte da immaginare. Ma questa innovatività cambia anche i punti di riferimento per la creazione del valore d’impresa. Pertanto il “design” di prodotto, ritenuto la fonte di valore privata di una impresa, oggi, diventa in molti settori ” open design”, che non esiste se non in forma condivisa e che ha effetti moltiplicativi sulla velocità di evoluzione innovativa.
A livello organizzativo, con gli strumenti del Web 2.0, le imprese esternalizzano e organizzano in “crowdsourcing” i propri moduli di produzione da un lato e dall’altro competono creando reti oloniche a livello globale . Ciò comporta la continua ridefinizione dei processi produttivi d’impesa e l’evoluzione delle competenze necessarie in nuovi mercati fortemente segmentati. La “Gig Economy” geneticamente americana ne è un esempio. Essa si sviluppa oggi principalmente on-line in piattaforme di collaborazione di lavoro “freelance” permettendo alle imprese di pescare e combinare tra loro tutti i livelli di professionalità necessari in un confronto di risorse a livello globale che appiattisce i costi.
Si creano così nuovi, potenti modelli di business: “social, mobility, analytics and Cloud” che sempre meno si conciliano con quello, tradizionalmente noto negli insegnamenti di strategia d’impresa, delle forze competitive di Porter.
In questa rivoluzione industriale e produttiva il lavoro c’è ma non è più quello di prima. Le “competenze” sono ovviamente lo strumento che permette all’organizzazione di affrontare la complessità ma è vitale e prioritario individuare i paradigmi su cui ci si debba basare per il loro sviluppo in modo da far fronte ai principali fattori di cambiamento.
Alcune cose però non cambiano : prima tra tutte la regola che lo sforzo dell’impresa e della sua organizzazione per evolvere è tanto più intenso quanto maggiore è la portata dell’innovazione. Quindi più che una preoccupazione legislativa ci si aspetta un adeguato cambio di mentalità.
Se si crede ancora che sia “l’investimento” ciò che poi “restituisce”, la crescita, la produttività e più in generale il benessere, allora dobbiamo necessariamente chiederci quanto ci resta in termini di disponibilità di risorse da iniettare nei fattori abilitanti che spingano e facciano crescere un portafoglio dinamico di nuove competenze per affrontare questo “gap della complessità”.