A lezione dalle urne: l’astensionismo è distanza tra cittadini e politica

astensionismo

L’affluenza alle urne è un punto critico nelle democrazie occidentali. Non sempre si registrano medie elevate, anzi l’Italia è uno dei paesi messi meglio, o meno toccati dal fenomeno. In Gran Bretagna, per dire, paese di solida democrazia, va al voto un terzo dell’elettorato. Da noi, nella tornata del 2018, che ha eletto l’attuale parlamento, ha votato il 73% del corpo elettorale, non proprio male.

Astensionismo, un fenomeno diffuso e crescente

Tuttavia da tempo si registra un declino nella partecipazione al voto, un fenomeno diffuso e crescente sia nelle elezioni politiche che, da almeno un decennio, in quelle locali. È quanto in particolare avvenuto nelle recenti elezioni dei Sindaci, e ancor più nei ballottaggi, in cui pure la posta in gioco era alta: tra l’altro la poltrona di Sindaco della Capitale. Al voto è andata una percentuale vicina al 50% degli aventi diritto, un segnale di crisi della democrazia, un avvertimento pesante sullo stato di salute delle Istituzioni. Hanno dunque perso tutti se alla fine i Sindaci hanno saputo conquistare l’appoggio solo di un quarto o un quinto del corpo elettorale? Comunque siano andate le cose, la preoccupazione per questi risultati sconsolanti investe sia vincitori che perdenti?

L’astensionismo è un argomento che, come ovvio, attira la massima attenzione proprio a margine delle votazioni. Poi è spesso trascurato nelle fasi successive, ci si occupa d’altro e non si ha cura di studiarne cause e rimedi. È anche inevitabile che nell’immediatezza sia usato in modo strumentale. Per esempio, per delegittimare quanti hanno ottenuto più voti conquistando il governo di città o regioni. Costoro hanno vinto, ma in fondo a votarli sono stati in pochi, dunque la vittoria vale poco e non c’è ragione di esaltarsi. L’astensionismo offre alibi politici di fronte alle sconfitte. Serve a mascherare inadeguatezze e scelte sbagliate rispetto ai grandi problemi. Insomma un certo fallimento. Abbiamo perso sì, ma a credere in noi sono molti di più e se fossero venuti a votare – accadrà di sicuro la prossima volta – avremmo vinto noi. Insomma la sconfitta è meno bruciante, se ci si può consolare con la mitica riserva dei voti che non ci sono.

L’astensionismo incrina l’idea delle Istituzioni locali vicine al cittadino

A prescindere delle polemiche del momento, l’astensionismo nelle elezioni locali ha un significato particolare, che lo distingue dalle altre forme. Considerare di second’ordine le elezioni di Sindaci e consiglieri è comprensibile rispetto al momento in cui si decidono le sorti del Paese, ma certo incrina pesantemente l’idea che le istituzioni locali siano quelle più vicine al cittadino e quindi più partecipate. Infondo la sensibilità civile parte dal basso, deve misurarsi dal più piccolo o modesto dei livelli. Il rischio è che l’idea di una maggiore partecipazione alla vita delle singole comunità, in sé veritiera e fondata, si trasformi in una retorica. Le cose dimostrano che i cittadini non si sentono (più) rappresentati da queste istituzioni (comuni, municipi, circoscrizioni) rispetto alla politica nazionale. Finiscono per accomunare il grande e il piccolo, nello scetticismo verso la capacità di governare bene. Per questo il segnale di crisi è più allarmante.

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La lezione da trarre riguarda sia il funzionamento delle Istituzioni in sede locale che le modalità della partecipazione attiva dei cittadini. Le riforme delle strutture locali (nel 1976, nel 1990, poi ancora nel 2000) sono rimaste largamente incompiute. Nelle grandi città, le dimensioni moltiplicano e aggravano i problemi, creano ostacoli per l’accesso spedito ai servizi. La moltiplicazione delle strutture (ad esempio municipi, circoscrizioni) non si è tradotta in un miglioramento sostanziale delle funzioni esercitate, piuttosto ha comportato una frantumazione degli interventi, con conseguente difetto di coordinamento. In questo contesto, non è maturata una maggiore integrazione tra Istituzioni e popolazione. Ancora: i cittadini non sono stati coinvolti nella cosa pubblica.

Partiti inadeguati, manca il dialogo con la popolazione

Anche su questo piano è palese l’inadeguatezza dei partiti, in genere delle strutture intermedie, nonostante tutti gli sforzi del volontariato e del terzo settore tutto. Semplicemente non hanno saputo produrre classi dirigenti di livello: spesso ad amministrare sono persone di seconda categoria. Ma il difetto sta nell’approccio ai problemi, nel modo di operare, nell’ispirazione. Anche a livello locale manca il dialogo con la popolazione, la costruzione di un rapporto dal basso, che possa poi tradursi in consenso e rappresentanza. I partiti si rinchiudono in sé stessi, gruppi sempre più elitari e distaccati, operanti in un altrove inaccessibile, ma esaltato da social e tribune televisive, incapaci di generare idee nuove, e dunque di formare amministratori di qualità.

Un elettorato va conquistato e convinto

Misurare la partecipazione al momento del voto è corretto e inevitabile, ma se si vuole andare oltre il contingente è bene rendersi conto che un elettorato va conquistato e convinto, e che ciò non può avvenire senza che la politica (a tutti i livelli: Istituzioni, partiti, strutture intermedie di ogni tipo) ritrovi – ogni giorno – credibilità e affidabilità. L’astensione non è affatto un mondo incomprensibile e silenzioso: è richiesta disperata di dialogo e serietà.

 

*Angelo Perrone, è giurista e scrittore. È stato pubblico ministero e giudice. Si interessa di diritto penale, politiche per la giustizia, tematiche di democrazia liberale. È autore di pubblicazioni, monografie, articoli.

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