Finanza

La nuova frontiera delle criptovalute: rischio corto circuito tra aziende e autorità di controllo

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Sono tempi di grande frenesia nel mondo delle criptovalute dopo gli annunci degli ultimi mesi, secondo i quali i principali colossi dell’economia sarebbero in procinto di entrare prepotentemente nel mercato delle monete digitali, con inevitabili polemiche e interventi da parte delle istituzioni economiche e monetarie.
Come spesso accade nelle occasioni in cui le criptovalute salgono alla ribalta della cronaca, assistiamo ad una recrudescenza della notevole diffidenza da parte delle Istituzioni, soprattutto quelle bancarie e finanziarie, nei confronti di questi strumenti di pagamento.
E, proprio in questa qualificazione di strumenti di pagamento, risiede la vexata quaestio che le suddette Istituzioni faticano a digerire.
L’idea di fondo di una vera e propria valuta alternativa, fondata esclusivamente sulla fiducia dei mercati e dei consumatori, anziché sul valore cogente imposto da leggi statali o sovranazionali, ancora non viene accettata dalle autorità bancarie e finanziarie e, dunque, la legittima intenzione di disciplinare la materia e di porre limiti normativi alla diffusione e all’utilizzo di questi strumenti viene sovente confusa con una tendenza – a nostro parere errata – alla proibizione di una libera circolazione dello strumento di pagamento in questione.
A rendere più complicata la situazione, sono intervenuti alcuni Stati nazionali che – in evidente controtendenza rispetto alle grandi potenze economiche e agli stessi creatori delle criptovalute – hanno deciso di lanciare sul mercato delle valute digitali nazionali, controllate quindi dalle istituzioni statali e dal valore vincolato alle risorse dello Stato stesso: è quanto accaduto, ad esempio, in Venezuela con il petro (La criptovaluta diventa “moneta di Stato”. Il caso del “petro”: https://www.leurispes.it/la-criptovaluta-diventa-moneta-di-stato-il-caso-del-petro/) tramite il quale il Governo sudamericano ha cercato e sta cercando di aggirare le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, con Cuba che probabilmente, a breve, deciderà di muoversi sulla stessa strada per le medesime ragioni.
Comunque, la notizia più clamorosa degli ultimi mesi, è stata quella del giugno scorso, quando Facebook ha annunciato il lancio, entro la fine del 2020, di una propria criptovaluta di nome Libra, il cui ingresso sul mercato dovrebbe essere sostenuto anche da numerosi partner commerciali di altissimo livello – ad oggi poco meno di una trentina, del calibro di Visa, Mastercard e Paypal.
L’utilizzabilità della moneta virtuale di Facebook sarebbe garantita non soltanto dall’utilizzo della stessa tramite i social del gruppo, ma anche con applicazioni ed e-wallets (portafogli digitali utilizzabili alla stregua di conti bancari ma senza spese accessorie analoghe a quelle bancarie) dedicati.
È importante notare che il controllo della criptovaluta da parte di una così grande azienda distinguerebbe Libra dalle criptovalute esistenti, normalmente scollegate da qualsivoglia controllo centralizzato e, anche per questo, spesso avversate dalle istituzioni bancarie e finanziarie.
Una caratteristica importantissima di Libra dovrebbe essere, stando alle intenzione dei suoi creatori, il collegamento della criptovaluta ad una serie di assets reali – in parole povere, riserve costituite da depositi bancari e titoli a breve termine – capaci di evitare alla valuta virtuale di Facebook le eccessive oscillazioni di valore tipiche del Bitcoin in particolare, e delle criptovalute in generale, che troppo spesso ne hanno fatto semplici mezzi speculativi sottraendo loro l’intima natura di strumenti di pagamento.
Nonostante questa importante novità che distinguerebbe ancor di più Libra dalle altre criptovalute ad oggi presenti sul mercato – fatta eccezione per quelle di emanazione statale come nel noto caso del petro venezuelano – e malgrado il fatto che il colosso di Zuckerberg abbia chiarito che intende ottenere il via libera da parte del governo statunitense, gli ostacoli frapposti dalle Istituzioni – negli Usa e non solo – all’ingresso sul mercato di Libra sono state notevolissime.
In Europa la Commissione europea ha avviato delle verifiche sulla sostenibilità dell’operazione da parte di Facebook e l’Autorità Antitrust di Bruxelles sta monitorando la vicenda per capire se Libra possa avere l’effetto di ostacolare la concorrenza.
Da ultimo anche un alto funzionario della Banca Centrale Europea, Yves Mersch, membro del comitato esecutivo della Bce, ha definito «accattivanti ma insidiosi» i piani dell’azienda sulla valuta virtuale1, precisando che la solidità e la sicurezza dei canali di pagamento ufficiali non possono essere abbandonati a favore di promesse non verificabili fatte da aziende private che intendano lanciare canali di pagamento diversi da quelli tradizionali.
Non è difficile notare, in tali commenti, la naturale e istintiva diffidenza delle Istituzioni nei confronti delle criptovalute in quanto tali, essendo le stesse scollegate dai circuiti bancari ufficiali e, quindi, dal controllo delle banche centrali e, più in generale, delle autorità monetarie nazionali e internazionali.
Ma, paradossalmente, le difficoltà maggiori per Zuckerberg arrivano dal proprio stesso Paese, dove il Presidente della SEC (Securities and Exchange Commission), Jay Clayton, ha pesantemente attaccato l’iniziativa del colosso dei social networks, dicendosi deciso ad imporre a Libra le stesse stringenti regole valevoli per i titoli sul mercato azionario statunitense.
Ciò significherebbe che, ad avviso della più importante autorità nazionale del mondo nel campo finanziario, le criptovalute sono da considerarsi al pari di qualsiasi strumento finanziario negoziabile sui mercati. La presa di posizione della SEC appare infatti netta in tal senso, e ancor più significativa laddove si pensi che ciò avviene in un momento storico in cui l’attuale governo statunitense è notevolmente impegnato in un’opera di deregulation dei mercati.
Una siffatta impostazione, non nascondiamocelo, rappresenterebbe evidentemente un enorme passo indietro rispetto a risultati già acquisiti dalle valute digitali nella pratica giurisprudenziale italiana ed europea: in tal senso, appare condivisibile quanto sostenuto dal management di Facebook nelle audizioni dello scorso luglio al Congresso statunitense, ovverosia che la criptovaluta altro non è che uno strumento di pagamento assolutamente analogo al contante, che come tale merita di essere trattato (e ovviamente regolamentato).
Come sostenuto infatti dalla Corte di Giustizia in una pioneristica e fondamentale sentenza del 2015, infatti, le criptovalute sono da considerarsi alla stregua del contante per quanto attiene alla loro funzione concreta sul mercato, dal momento che i soggetti attori del mercato stesso accettano liberamente tali strumenti come pagamento per beni o servizi.
Le difficoltà di cui si è detto, tuttavia, mettono a rischio le tempistiche di lancio di Libra da parte di Facebook, che addirittura rischia di essere “bruciata” sul tempo dalla valuta virtuale (chiamata Gram) che vuole lanciare il concorrente Telegram entro la fine del prossimo mese di ottobre.
Tuttavia, anche il Gram rischia a propria volta di trovarsi impastoiato nelle stesse difficoltà che l’azienda di Zuckerberg ha dovuto già affrontare e ancora, come detto, sta affrontando.
Del resto, anche l’azienda di origine russa già all’inizio del 2018 aveva iniziato la raccolta di fondi per il lancio di una propria criptovaluta ma, nonostante una buona partecipazione degli investitori, non era riuscita a concretizzare l’idea e a portarla sul mercato. Tanto è vero che, la scadenza di fine ottobre prossimo, appare essenziale per l’azienda al fine di evitare di dover restituire ai grandi investitori le somme dagli stessi impiegate per consentire il lancio sul mercato di Gram.
La speranza, insomma, è che da parte delle autorità di controllo prevalga il buon senso rispetto alla istintiva diffidenza verso le criptovalute come mezzi di pagamento, e che possa trovarsi il giusto contemperamento tra regolamentazione – indispensabile e per certi versi anche indifferibile – del mercato delle valute virtuali e legittima pretesa del mercato stesso di esistere e di prosperare senza subire anacronistici ostracismi.
A tale proposito, un importante contributo è arrivato lo scorso luglio dalla Relazione Annuale della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, la quale ha individuato i rischi principali correlati all’utilizzo di criptovalute nella carenza di informazioni complete per i consumatori (in assenza di obblighi legali di trasparenza); nell’assenza delle tutele legali e contrattuali che accompagnano tutte le operazioni in valuta fiat; nell’assenza di forme di controllo e vigilanza nell’emissione e gestione delle valute virtuali; nell’assenza di tutela o garanzia delle somme depositate negli e-wallets in caso di cessazione dell’attività della piattaforma di scambio o di attacchi informatici, nonché nei rischi di uso dello strumento per finalità criminali, soprattutto di riciclaggio.
Al legislatore, non solo italiano, il compito di contemperare tali irrinunciabili esigenze di disciplina con la libertà di scelta degli strumenti di pagamento da parte di ciascuno di noi.

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