La sveglia Afghanistan per Usa, Ue e Italia

Afghanistan

È passato un mese da quando i Talebani hanno preso il controllo di Kabul, ripiombando l’Afghanistan indietro di venti anni. Non è passato il disorientamento diffuso fra gli alleati Nato per il tempismo e la strategia con cui gli Stati Uniti hanno gestito il ritiro delle truppe e aperto le porte al ritorno dei miliziani islamisti. Accademici, esperti e leader politici occidentali hanno cercato di spiegare, senza giungere a una conclusione univoca, le responsabilità dell’amministrazione guidata da Joe Biden in un’operazione che ha mostrato carenza di tattica e che avrà un impatto di lungo termine sul corso della politica estera americana. Senza contare il costo umano. La morte di tredici Marines durante l’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto rivendicato dai terroristi del gruppo Isis-K si è aggiunta al conto salato di una missione ventennale: 2448 soldati americani e 3936 contractor deceduti, 2,26 trilioni di dollari spesi, secondo le stime della Brown University.  

Una crisi (esterna) di sfiducia

Il ritiro precipitoso del contingente americano dall’Afghanistan ha innescato una crisi di sfiducia fra gli Stati Uniti e gli alleati della Nato. Tra i paesi europei membri dell’Alleanza, a partire da Francia e Germania, c’è chi ha lamentato la mancanza di un coordinamento preventivo fra alleati per organizzare l’evacuazione e garantire un’uscita ordinata dal paese. Sembrano già lontane le immagini del G7 in Cornovaglia di giugno, quando Ue e Stati Uniti avevano ritrovato una sintonia sui principali dossier di politica estera, dai rapporti con la Cina al contenimento dell’aggressività russa nell’Europa dell’Est. La scelta dell’amministrazione Biden di accelerare la fuoriuscita dall’Afghanistan ha contribuito a diffondere fra gli alleati del Vecchio Continente la percezione di un ritorno alla politica “America First”, bandiera e slogan della presidenza di Donald Trump, che tante volte è stata causa di incomprensioni fra i due blocchi negli ultimi quattro anni. Una frizione certificata dalla riunione del G7 straordinario sull’Afghanistan del 24 agosto, conclusosi con un nulla di fatto. Fatta eccezione per il coordinamento dell’evacuazione, l’appuntamento fra leader occidentali non è infatti riuscito a tracciare una road map comune per il “dopo”, dalla gestione dei flussi di rifugiati al contrasto di un probabile rigoglio del terrorismo jihadista in Asia centrale.

Diverso è l’impatto che le immagini provenienti da Kabul hanno avuto sulla popolarità e la leadership di Biden negli Stati Uniti. A dispetto di una flessione temporanea dei consensi, esperti e sondaggisti sono concordi nel prevedere un ruolo marginale delle vicende afgane nella definizione del futuro corso della presidenza. Una rilevazione del Pew Research Center effettuata fra 23 e il 29 agosto, a evacuazione quasi terminata, dimostra come il 54% degli adulti americani si dichiari favorevole al ritiro dall’Afghanistan, di fronte a un 42% contrario. Sono altri gli ostacoli che possono intralciare il percorso di Biden verso il traguardo del 2024. Fra gli altri, la campagna vaccinale e la lotta alla variante Delta del Coronavirus; il contenimento dell’inflazione e il rilancio della crescita; l’emergenza migranti al confine Sud con il Messico.

Oggi Kabul, domani Taipei?

Oltre a un riassetto dei rapporti interni alla Nato, il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan apre diversi interrogativi sul prossimo corso della strategia americana in Asia. Se l’esercito afgano, addestrato e forgiato per vent’anni con i soldi dei contribuenti americani ed europei, è stato lasciato al suo destino e si è dimostrato incapace di reggere l’urto dei talebani, cosa succederebbe alle forze armate di Taiwan se gli Stati Uniti ritirassero parte della loro flotta dall’Indo-Pacifico? È una domanda che divide gli studiosi di politica internazionale e ha già alimentato una campagna di propaganda dei media del Partito comunista cinese all’insegna di un motto: “L’America ha abbandonato Kabul, è pronta ad abbandonare Taipei”. Per quanto si tratti di due scenari strategici molto diversi, è difficile negare un impatto del ritiro americano da Kabul sulle relazioni con gli alleati del Pacifico, Taiwan in testa. Come ha notato Lorenzo Lamperti dell’Ispi, l’ingente sforzo economico degli Stati Uniti per sostenere militarmente l’isola minacciata da un’eventuale invasione della Cina non comporta necessariamente un intervento a sua difesa. Questo vincolo non è difatti previsto dal Taiwan Relations Act, che si limita a sancire un impegno americano per garantire all’isola i mezzi militari necessari. Altri analisti, come il direttore del think tank Cnas (Center for a New American Security) Richard Fontaine, sostengono invece che l’uscita dall’Afghanistan permetterà agli Stati Uniti di concentrare maggiori risorse sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico.

Lo stallo europeo

Se è indubbio il contraccolpo del caos afgano sulla credibilità della politica estera americana, non è da meno il banco di prova che attende la politica estera dell’Ue. Come la pandemia del Covid-19 ha costretto Bruxelles a una virata strategica sul fronte della politica economica, accantonando sia pur temporaneamente le ricette di austerity, così il dramma dell’Afghanistan costituisce oggi un test cruciale per la solidarietà e la coesione dell’Unione. Il Consiglio straordinario Affari Interni del 31 agosto ha indicato una strategia bipartita. Da un lato le regole di ingaggio per la politica degli aiuti: in assenza di un riconoscimento ufficiale dell’Emirato islamico cui finora nessun Paese europeo ha aperto le porte, i Paesi membri dovranno inviare soldi e rifornimenti esclusivamente alle agenzie dell’Onu per aiutare la popolazione locale. Dall’altra il nodo più intricato: le politiche di accoglienza. Ancora una volta i veti incrociati, soprattutto dei Paesi membri dell’Europa centro-orientale, hanno costretto a un compromesso al ribasso che si potrebbe riassumere con lo slogan: “Aiutiamoli vicino a casa loro”. L’intesa prevede di dare priorità al sostegno dei Paesi limitrofi che più saranno esposti nei prossimi mesi ai flussi dei profughi afgani, dal Pakistan al Tagikistan, dall’Iran all’Uzbekistan. Una soluzione per creare una prima linea d’urto dell’ondata migratoria che tuttavia non definisce una strategia comune per accogliere in Europa i rifugiati politici in fuga dal regime.

Autonomi, come?

L’infelice conclusione della missione in Afghanistan ha altresì riaperto il dibattito sul riposizionamento dell’Europa all’interno della Nato e sull’esigenza di perseguire l’obiettivo di una “autonomia strategica” e di una Difesa comune europea. Vera e propria bandiera della Commissione Ue presieduta da Ursula von der Leyen, l’appello a una maggiore autonomia rilanciato dalle cancellerie europee negli ultimi due anni è stato accolto con scetticismo trasversale dalla politica americana. Al di là della retorica, a fare la differenza è l’applicazione pratica di un concetto largamente abusato dai leader politici europei. Se autonomia significa un maggiore contributo economico alla Nato, è difficile immaginare resistenze da parte degli Stati Uniti: esattamente come l’amministrazione Trump, la Casa Bianca di Joe Biden non ha mai mancato di ricordare agli alleati europei l’impegno a spendere almeno il 2% del Pil per sostenere le casse dell’Alleanza. I numeri non mentono: secondo i dati forniti dalla Nato, nel 2020 solo dieci Paesi Nato hanno raggiunto l’obiettivo. Diverso è il caso di un’autonomia Ue interpretata come “equidistanza” o addirittura “indipendenza” dall’alleato americano. Come ha sottolineato il Segretario di Stato Antony Blinken nel suo primo viaggio in Europa lo scorso marzo, gli Stati Uniti ritengono che l’Ue non sia in grado da sola di tenere testa alla pressione militare ed economica di Russia e Cina.

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Che cosa significa per l’interesse nazionale italiano?

L’Italia ha pagato un prezzo alto per la guerra in Afghanistan: 53 militari deceduti, 700 feriti, e una spesa complessiva di 8,7 miliardi di euro per le missioni “Enduring Freedom” e “Resolute Support”. Ammainata la bandiera l’8 giugno a Herat, dove era stanziata una parte consistente dei 900 militari sul campo, gli italiani sono rimasti in Afghanistan dando un contributo decisivo all’evacuazione dei civili da Kabul: nella seconda metà di agosto più di 5000 persone hanno lasciato il Paese alla volta di Roma. Ora due sono le principali sfide che si pongono di fronte al governo guidato da Mario Draghi. La prima: l’impegno italiano al fianco degli Stati Uniti in Asia centrale non è terminato. Dalla primavera del 2022 l’Italia sarà infatti alla guida della missione Nato in Iraq, dove oggi sono di stanza circa 1100 militari fra le basi di Erbil e Baghdad. Un compito ancora più oneroso alla luce della fine della missione in Afghanistan e del progressivo allentamento della presenza americana in Iraq (entro la fine del 2021 gli Stati Uniti termineranno le operazioni militari in modalità “combat”). La seconda sfida è invece diplomatica e riguarda la presidenza italiana del G20. Le circostanze fanno del forum internazionale il palcoscenico più adatto a trovare una linea d’azione comune sul futuro dell’Afghanistan. Draghi ha già dichiarato di ritenere imprescindibile un dialogo con gli attori che hanno maggiore influenza nella regione, compresi due “rivali sistemici” come Cina e Russia, così come la Turchia e il Pakistan. Il G20 straordinario sarà allora un importante banco di prova dell’“atlantismo pragmatico” che ha finora contraddistinto il Presidente del Consiglio. Le difficoltà sul piano interno del presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca uscente Angela Merkel, entrambi alle prese con insidiosi appuntamenti elettorali, spalancano a Draghi una finestra di opportunità per prendere il timone della politica estera europea. La strada è stretta e non priva di rischi. Ma è anche l’unica percorribile.

*Giornalista

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