Le mafie all’altare

Le mafie sono ben note per la capacità d’infiltrazione nelle maglie dell’economia, delle Amministrazioni pubbliche a qualsiasi livello, e anche nel potere giudiziario e nelle Forze di Polizia. Una tra le azioni predatorie mafiose meno discusse, ma in realtà la più grave e perniciosa, è l’infiltrazione del sentimento religioso e dei suoi riti. La criminalità organizzata con i suoi riti d’iniziazione, la sua opaca obbedienza ad una distorta interpretazione della fede religiosa, ha comportato la presa in ostaggio della figura della Madonna.

Troppe volte si è frettolosamente declassato a stravagante, distorto folclore, l’inchino di Santi e madonne sotto i balconi dei boss mafiosi, durante le processioni patronali. Eppure, proprio in quel sentimento popolare, le mafie stavano cooptando con la brutalità un consenso sociale e instillando una violenta intimidazione. La Pontifica Accademia Mariana Internazionale ha quindi deciso di liberare la figura mariana dall’influenza delle mafie, costituendo un Dipartimento di analisi, studio e monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi, ossia una vera e propria rivoluzione di pensiero e di azione che pone la fede in prima linea contro la criminalità organizzata.

Padre Gian Matteo Roggio – Direttore del Dipartimento di analisi, studi e monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi inserito all’interno della Pontificia Accademia Mariana Internazionale presso la Santa Sede – e Fabio Iadeluca – Coordinatore del Dipartimento – dialogano su questa innovativa “Teologia della Liberazione”, offrendo un altro contributo alla rubrica Cosa vuol dire Mafia?

Cosa vuol dire Mafia? Dialogo con Marisa Manzini, procuratore aggiunto di Cosenza

Il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II pronuncia uno storico discorso contro la mafia che, ancora oggi, risuona nella memoria collettiva. Il 15 settembre 1993 viene ucciso Don Pino Puglisi a Palermo e il 19 marzo 1994 viene ucciso Don Peppe Diana a Casal di Principe. Sembra un tempo antico, eppure passato prossimo. Nel 2020 Papa Francesco, scrivendo alla Pontificia Accademia in merito l’istituzione di un Dipartimento di analisi e di studio dei fenomeni criminali e mafiosi, esprime l’apprezzamento «per liberare la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose». Che cosa è accaduto in questo lasso di tempo? Sono state poste le basi o c’è stata una sottovalutazione del fenomeno? 

In questo lasso di tempo c’è stata una progressiva presa di coscienza:

  • della falsità della propaganda mafiosa che presentava se stessa come “protettrice della capacità ecclesiastica di influire sulle coscienze”; ci si è resi conto che non è vero che la mafia non tocca la Chiesa, gli ecclesiastici, coloro che, in un modo o nell’altro, ruotano attorno alla Chiesa stessa perché credenti (si veda l’omicidio del giudice Rosario Livatino, di cui è in corso il processo di beatificazione);
  • della falsità della propaganda mafiosa, per cui essa si trova, alla fine, costretta ad uccidere qualcuno suo malgrado, perché è questo qualcuno che non le ha dato scelta – il che equivale a dire che se qualcuno muore è perché “se l’è cercata” e, di conseguenza, è colpa sua e non di chi lo ha ucciso; ci si è resi conto che questo modo di pensare altro non è che un victim blaming (incolpare la vittima) di cui le mafie si servono per presentarsi come strutture in cui la violenza non è la regola. La violenza, invece, è la regola delle mafie: violenza fisica, violenza morale, violenza culturale, violenza economica, violenza politica;
  • della falsità della propaganda mafiosa per cui persone come Don Ciotti, o associazioni che perseguono il bene comune, sono degli outsider rispetto al mainstream cristiano e cattolico in particolare; ci si è resi conto che queste persone ed esperienze sono di diritto e di fatto interne alla Chiesa, interne alla fede, interne al modo di essere cristiani, e che non si può lasciare l’essere cristiani in balìa della mediocrità;
  • della falsità della propaganda mafiosa per cui essa assicura quel che lo Stato non può o non vuole assicurare: denaro e benessere per tutti. Le mafie non portano denaro e benessere a tutti, ma solo a loro stesse, bloccando ogni forma di cambiamento, di impegno, di creatività, di cooperazione; esse, per prime, generano solitudine, paura, insicurezza, disperazione, per poi presentarsi come la loro soluzione. Lo dice con chiarezza Papa Francesco nel n. 28 della sua ultima enciclica, la Fratelli tutti, del 3 ottobre 2020: «La solitudine, le paure e l’insicurezza di tante persone, che si sentono abbandonate dal sistema, fanno sì che si vada creando un terreno fertile per le mafie. Queste, infatti, si impongono presentandosi come “protettrici” dei dimenticati, spesso mediante vari tipi di aiuto, mentre perseguono i loro interessi criminali. C’è una pedagogia tipicamente mafiosa che, con un falso spirito comunitario, crea legami di dipendenza e di subordinazione dai quali è molto difficile liberarsi».

Le mafie hanno un distorto, ma radicato, senso della fede. Che cosa può mai spiegare il sentimento religioso di una “civiltà di morte”, come l’ha definita Giovanni Paolo II? È solo un’apparenza, la ricerca di un consenso sociale e popolare, oppure ha una sua qualche validità, di qualsivoglia genere?

La morte, il sangue, la violenza, il potere, fanno parte dell’esperienza religiosa umana. Molte volte è stato giustificato, e praticato, il sacrificio umano; il sentire religioso come tale non è, quindi, immune dalla “civiltà di morte” di cui parlava Giovanni Paolo II. Le mafie vivono di questo sentire religioso non immune dalla “civiltà di morte”: morte, sangue, violenza, potere, sono, infatti, le colonne del loro pensare ed agire. Le mafie sono, nella loro essenza, un’esperienza religiosa e, pertanto, entrano in competizione con le altre esperienze religiose, una competizione che porta prima di tutto ad “impossessarsi” dei riti e delle credenze di queste ultime per “svuotarli” del loro significato originario e “riempirle” di ciò che è proprio. Attraverso questi riti e credenze “svuotati” e “riempiti”, le mafie si appropriano del consenso sociale che avvolge tali riti e credenze”.

La Pontificia Accademia Mariana Internazionale si è posta una missione, come avete anche riportato ufficialmente: «liberare Maria dalle mafie e dal potere criminale». Come è avvenuta questa presa d’ostaggio, che cosa ha condotto a questa appropriazione indebita? Inoltre, la parte dolente della domanda: c’è stato chi lo ha favorito dall’interno stesso dell’Istituzione ecclesiastica?

Dobbiamo dire con chiarezza che l’Istituzione ecclesiastica come tale non ha favorito intenzionalmente la presa in ostaggio di Maria come dei Santi e delle Sante. Sono state molto intelligenti le mafie ad “infiltrare” le forme di culto nate in età medievale e poi sviluppatesi soprattutto con la controriforma cattolica e il barocco. Queste forme di culto, infatti, risentono ancora oggi dei periodi e delle culture in cui sono nate, così come del modo di allora di vedere Dio, Gesù Cristo, gli Angeli, la Madonna, i Santi e le Sante. In una civiltà contadina, Dio e Gesù sono il giudice che premia con il raccolto e castiga con la carestia; c’è dunque bisogno di qualcuno che “sostenga” il premio e “impedisca” il castigo: ecco allora la Madonna, i Santi e le Sante; ecco anche gli Angeli, che proteggono “i buoni” e portano il castigo di Dio e di Gesù sui “cattivi”. Le mafie “infiltrano” queste forme di culto per accreditarsi:

  • come i giudici di Dio e del suo castigo (gli Angeli);
  • come i protettori-patroni grazie ai quali non c’è castigo per chi si affida loro (la Madonna, i Santi e le Sante);
  • come gli autentici “conoscitori” di Dio, di Gesù Cristo e del loro potere-modo di governare l’esistente;
  • come coloro che sono in grado di stabilire chi è buono e chi è cattivo.

Una “Teologia della Liberazione” dalle mafie: questo è uno dei concetti più pregnanti mai apparsi nell’antimafia. Forte di un retaggio storico e teologico che vede sempre i poveri, la loro emancipazione e la loro protezione al centro dell’azione stessa. La liberazione, quindi, è azione diretta contro le povertà, terreno di coltura delle mafie?

La povertà di cui le mafie si fanno forti e che esse stesse continuano a far prosperare è il fato: una vita, cioè, fatta di caste familiari, rigidamente divisa in padroni e schiavi, dove nulla cambia e può cambiare. La “Teologia della Liberazione” dalle mafie si misura sulla capacità di educare a tutto ciò che si oppone al fato: Dio, nell’esperienza ebraico-cristiana, è la sorgente della possibilità di cambiare ed è il garante di una fraternità che supera le caste familiari e i legami di sangue; è il promotore di una società di “spiriti liberi” dove non ci sono padroni e schiavi, per riprendere l’espressione di Papa Francesco nel n. 50 della Fratelli tutti.

Qual è il concreto obiettivo che si pone l’Accademia, dopo l’analisi e lo studio? La dichiarazione d’intenti ha comunque scosso le coscienze, perché manifesta una chiara e forte presa di posizione della Chiesa contro la criminalità organizzata. Si risolverà il tutto con la “liberazione” dell’icona mariana o diventerà pratica che investirà tutte le parrocchie del Paese e, quindi, la possibile penetrazione in ogni angolo dell’Italia di una nuova volontà e cultura della legalità?

L’Accademia non si sostituisce a tutti coloro che già stanno lavorando al grande cantiere della libertà, mettendo più di una volta in pericolo la loro vita e quella dei loro cari. Essa vuole dare loro ulteriori possibilità di azione, favorendo il contatto, l’incontro con il mondo ecclesiale “mariano”: il mondo dei santuari, dei pellegrinaggi, dei movimenti che si ispirano alla Madre di Gesù, perché grazie a questi contatti ed incontri anch’essi diventino soggetti attivi di una legalità diffusa e popolare. Non perché ora non lo siano, ma perché abbiano modo di sviluppare ancor più i loro talenti (tanti e diversi) attraverso una devozione mariana che insieme a Maria, donna libera, renda chi la vive cittadino consapevole, difensore dei diritti e doveri di tutti, amante della pace e della mitezza, sollecito di un benessere “integrale” che riguarda non solo la propria persona, ma la famiglia umana come tale e la stessa “casa comune” che è la nostra Terra.

 

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