Mezzogiorno

Parassiti al Sud? In realtà il Mezzogiorno è più operoso ed eroico del Nord

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Perché non tagliare gli sprechi e dare a chi ha veramente voglia di lavorare? I meridionali sono inoperosi. Sono degli indolenti e degli scansafatiche.
Stanno davvero in questi termini le cose? Proviamo a interpellare qualche dato. Dal 2011, con la nascita dell’Osservatorio Unioncamere sull’Imprenditoria Giovanile, è emerso, ad esempio, che il numero di aziende (più precisamente il loro saldo: cioè, la differenza tra il numero di quelle che aprono e quelle che chiudono) condotte da giovani sotto i 35 anni al Sud è allo stesso livello di quello del Nord; tale numero nel 2010 risulta addirittura maggiore al Meridione. Infatti, mentre al Nord di tali aziende ve n’è presente il 39,6%, al Sud esse ammontano al 40,7%. Sempre a tale riguardo, nell’articolo del 9 febbraio 2015 uscito su Il Sole-24 Ore – nel quale vengono riportati i dati per l’anno 2014 elaborati ancora da Unioncamere per il quotidiano – l’autrice Francesca Barbieri scrive: «È al Sud che gli under 35 dimostrano più voglia di fare impresa: il record va alla Calabria (la regione più povera d’Italia), dove le imprese start up nel 42,6% dei casi fanno capo a giovani, seguita da Sicilia (40,7%) e Campania (40,2%)».
Se si da poi un’occhiata ai dati riguardanti il numero d’imprese complessivo (ovvero non esclusivamente quelle gestite da giovani entro i 35 anni), sempre forniti da Unioncamere (https://www.infocamere.it/movimprese), per il periodo che va dal 2010 al 2018, si scopre qualcosa che ha del sorprendente: ovvero, il Sud non solo si caratterizza per il saldo del numero d’imprese mediamente più elevato d’Italia, ma in media presenta addirittura i tassi di crescita più pronunciati del Paese (vedi figura in basso a sinistra). Viceversa, al Nord si riscontrano i valori e i tassi più bassi, con le peggiori performance al Nord-Est, dove per 5 anni su 9 si sono avute più cessazioni che nascite di nuove attività imprenditoriali (saldo negativo).

Come si legge nel comunicato stampa di Unioncamere (relativo all’anno 2013), addirittura: «Il Nord-Est appare l’epicentro della depressione demografica delle imprese nel 2013. Senza il suo saldo negativo (-6.725 unità), il tasso di crescita nazionale sarebbe restato […] invariato rispetto al 2012». Nel 2014, poi, «il tasso di crescita delle due circoscrizioni del Nord resta al di sotto del valore medio nazionale (nel 2013 accadeva solo per il Nord-Est); a fronte di un tasso di crescita nazionale pari allo 0,51% il Nord-Ovest arriva allo 0,44% e il Nord-Est […] resta in campo negativo a -0,08%». Relativamente al Meridione invece, per l’anno 2016, ad esempio, si legge: «In crescita il tessuto imprenditoriale delle regioni del Sud e delle Isole. Con le sue 22.918 imprese in più, il Mezzogiorno ha determinato più della metà dell’intero saldo annuale (nazionale), staccando nettamente anche il Centro (+13.386 il saldo) e il Nord-Ovest (+6.255). In campo negativo, invece, il Nord-Est, che chiude il 2016 con una riduzione di 1.205 imprese (-0,1%)». L’anno successivo, inoltre, Unioncamere scrive: «Gli italiani continuano a credere nell’impresa e, anche nel 2017, le nuove attività economiche hanno superato quelle che hanno chiuso i battenti. Sono infatti 46mila in più le imprese iscritte nei registri delle Camere di commercio, con una crescita dello 0,7% rispetto al 2016. Merito, soprattutto, della spinta che viene dalle regioni del Mezzogiorno, cui si deve quasi il 60% dell’aumento complessivo, una quota record nella storia del saldo nazionale». E tra le vocazioni imprenditoriali più scelte al Sud per tale anno troviamo, in testa, il turismo; a seguire l’agricoltura, poi il commercio e le costruzioni. Infine, sul Comunicato Unioncamere relativo al 2018 si legge: «Le due circoscrizioni del Nord, come già nell’anno precedente, restano al di sotto del valore medio nazionale; a fronte di un tasso di crescita nazionale pari allo 0,52%, il Nord-Ovest arriva allo 0,19% mentre il Nord-Est, unica tra le circoscrizioni, scivola in campo negativo con una riduzione di 769 imprese. Nella altre due macro-ripartizioni, il Centro segna un +0,8% mentre il Mezzogiorno arriva a sfiorare una crescita dell’1%; il 59,2% dell’intero saldo (18.705 imprese su 31.615) è localizzato al Sud. […] È stato il Mezzogiorno a trainare la crescita del tessuto imprenditoriale del Paese nell’anno appena concluso. Quasi il 60% del saldo (nazionale) è dovuto alla performance di Sud e Isole».

Inutile dire che trattandosi d’imprese che “sopravvivono”, cioè che resistono alla loro morte (sono il saldo: ossia, la differenza tra quelle che nascono e che muoiono), è impossibile ipotizzare che al Sud esse esistano solo nominalmente, senza esercitare una reale attività e senza guadagnarci, poiché in caso contrario, semplicemente, cesserebbero di esistere (anche solo per le tasse da pagare a fronte di nessun profitto). È, altresì, fuori discussione il fatto che tutte queste aziende al Sud sussistano solo in quanto “lavatrici” di mafie. Infatti, se senz’altro fra di esse una percentuale ricade in tale categoria, non v’è motivo di pensare che altrettanto non accada anche al Nord. Anzi, come ormai ampiamente dimostrato, i maggiori affari e interessi imprenditoriali delle mafie sono oggi rivolti proprio al Nord (vedi, ad esempio: ‘Ndrangheta padana, 2010, Rubbettino, di Enzo Ciconte, professore presso l’Università degli Studi di Pavia e tra i massimi esperti in Italia di criminalità organizzata).
Dunque, il Mezzogiorno – contrariamente a quanto diffuso nell’immaginario collettivo, che lo vorrebbe indolente e parassita di un Nord laborioso e sfruttato – pare addirittura pervaso da una tenacia e un’operosità, a tratti, eroiche. Specialmente se si tiene conto del fatto che i fondi che lo Stato indirizza al Sud per garantire ogni genere di servizi (dalla scuola alle ferrovie, dalla sanità all’assistenza alle famiglie, ecc.), che versa per le infrastrutture (senza le quali, come è noto, l’imprenditoria non sopravvive), per promuovere la produzione, le industrie, il commercio e quindi aumentare il livello di occupazione, sono in media all’anno di oltre 4.500 euro pro capite in meno rispetto a quelli versati al Centro-Nord. Il neo-nominato Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Francesco Boccia, il 4 novembre 2014, intervistato da Giovanni Minoli a Mix 24 su Radio 24 (allora Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati) – parlando dell’uso dei Fondi di Coesione Ue (destinati per l’85% al Sud, al fine di ridurre le differenze di velocità fra le diverse parti del Paese, ma utilizzati invece per il 73% al Centro-Nord) – denunciava: «Se si assume un operaio a Milano, lo si fa con i soldi della Calabria e della Campania». Come emerge dagli ultimi dati Svimez, il gap occupazionale Nord-Sud, solo nel 2018, è stato di quasi 3 milioni di persone e complessivamente il divario tra le due aree continua ad allargarsi. Sempre la Svimez evidenzia poi che il calo della crescita al Sud è dovuto a una diminuzione della domanda interna, per il ridursi della capacità di spesa delle famiglie e proprio per la destinazione a esso di minori fondi pubblici rispetto al Centro-Nord. Solo negli ultimi dieci anni la spesa pubblica è stata ridotta al Sud dell’8,6% mentre è stata accresciuta dell’1,4% al Centro-Nord; e ogni anno sono illegalmente e incostituzionalmente sottratti al Sud 61,5 miliardi di euro per essere trasferiti a Settentrione, nonostante, come visto in un nostro precedente articolo (https://www.leurispes.it/autonomia-differenziata-rischia-di-alimentare-la-fake-news-del-sud-che-campa-alle-spalle-del-nord/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork), ormai sia definitivamente dimostrato (da fonti e organi precedentemente persuasi del contrario) che il Sud usa i fondi pubblici con la stessa efficienza del Centro-Nord (se non meglio; vedi detto articolo). Viene da chiedersi, allora: che cosa accadrebbe se il Sud fosse invece irrorato dei fondi di cui è sistematicamente privato? Che cosa sarebbero capaci di compiere le imprese meridionali? Ancor più, se si tiene conto poi del fatto che la Banca d’Italia ha calcolato che ogni euro investito al Nord produce 10 centesimi, mentre al Sud ne crea 40. E, allora: di quali ricadute positive beneficerebbe l’Italia intera se si tenesse conto di queste cose?

Inoltre, a tutto ciò va aggiunto che l’attuale modello di sviluppo italiano, come dimostrato da Unicredit e Banca d’Italia, è ancora quello imposto all’indomani dell’Unità (con la violenza), il quale vede il Sud ridotto a piazza di smercio dei prodotti del Nord (il Nord vende al Sud il triplo di quello che riesce a vendere in tutt’Europa). Infatti, i tanto discussi trasferimenti che dal Nord ogni anno raggiungono il Sud – inadeguati per (ri)conferirgli capacità concorrenziale – sono solo funzionali a mettere il Meridione in condizioni di acquistare i prodotti che il Nord gli vende, rendendo possibile in questo modo la risalita a Settentrione di un flusso di denaro pari a oltre una volta e mezzo quello ceduto. La conseguenza è un impoverimento ininterrotto delle regioni del Mezzogiorno (la Calabria, ad esempio, perde ogni anno il 30,8% del proprio Pil; la Campania il 20%; e così via), sia in termini di risorse materiali che di mano d’opera sfruttata. E accade così che tantissimi al Meridione si massacrano di lavoro (non di rado svolgendo pure più lavori) e spesso sono costretti ad accettare le condizioni lavorative più assurde, incluso, talora, quella di lavorare gratis per determinati periodi di tempo; pena: perdere il lavoro. Chi non ci sta, emigra. E, infatti, la Svimez attesta che tra il 2002 e il 2017 gli emigrati dal Sud sono stati più di 2 milioni, di cui la metà sotto i 35 anni, con circa 200mila laureati (al netto dei rientri, il Sud ha perso 852mila persone).
C’è qualcuno ancora persuaso del fatto che i meridionali non si diano abbastanza da fare? O qualcuno ancora convinto che siano dei fannulloni senza voglia di lavorare?
Per capire poi se i fannulloni e i parassiti siano, a questo punto, individuabili nello spropositato numero di dipendenti pubblici presenti al Sud, è sufficiente dare uno sguardo al censimento Istat 2016 (il più aggiornato). Orbene, ciò che da esso emerge è che al Nord vi sono un milione e 471mila dipendenti pubblici, mentre al Sud e nelle Isole un milione e 227mila. Oppure che a fine 2015 al Nord-Est, per esempio, sono presenti 4,9 dipendenti pubblici ogni cento abitanti, mentre al Sud 4,5, a fronte di una media nazionale pari a 4,6. O ancora che tra il 2011 e il 2015 il Centro-Nord ha aumentato il numero di dipendenti pubblici di 26mila unità, mentre il Sud è stato costretto a ridurlo di 14mila.
E, allora, viene da riformulare la domanda iniziale: e se si tagliassero gli sprechi e si cominciasse a dare (ovvero a restituire almeno quanto illegalmente si toglie) a chi ha voglia di lavorare?

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