Le Agromafie

Agromafie e cibi al veleno. Caselli: “Gli agropirati non conoscono crisi”

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Presentazione 6 Rapporto Agromafie

A tavola la criminalità non conosce l’ombra della crisi. Il VI Rapporto Agromafie, curato da Eurispes in collaborazione con Coldiretti, ha alzato, anche quest’anno, il sipario su un business che ha raggiunto i 24,5 miliardi di euro con un incremento annuo del 12%. «Una crescita – spiega in questa intervista il procuratore Gian Carlo Caselli, da sempre impegnato nel contrasto della criminalità nelle sue varie forme e manifestazioni e oggi Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare – che non sembra risentire nella negatività del ciclo economico. L’agroalimentare è ormai un settore portante della nostra economia. È infatti un comparto freddo, che supera anche le peggiori congiunture perché in fin dei conti, può sembrare cinico, ma è un dato di fatto: mangiare si deve. A questo si aggiunge un formidabile fattore di traino: l’appeal del Made in Italy, un eccezionale ambasciatore in tutto il mondo».

Procuratore, quale tipologia criminale ci troviamo a dover contrastare?
Persone colte e senza scrupoli, capaci di sfruttare la globalizzazione a proprio vantaggio. Siamo di fronte a soggetti discutibili, imprenditori borderline, come lo sono i delinquenti e i mafiosi: sono questi i protagonisti che operano nelle agromafie. Presenti in ogni segmento della filiera agroalimentare, dal campo allo scaffale, alla tavola e alla ristorazione.

“Mafia 3.0” è la definizione più calzante di questo nuovo fenomeno. Il consumatore che rischi corre?
Conosciamo già bene i pericoli dell’Italian sounding. A questa forma di imitazione dei prodotti italiani dobbiamo affiancare la contraffazione, con frequenti sovrapposizioni fra le due categorie. La filiera della contraffazione alimentare è strutturata come un sistema imprenditoriale parallelo a quello originale, ma con notevolissimi vantaggi competitivi, che si possono riassumere nel consistente risparmio di costi che l’attività di imitazione garantisce. Il contraffattore può, infatti, sfruttare il risultato degli investimenti onerosi e delle faticose sperimentazioni che ha già effettuato il primo investitore, spesso mettendoci intelligenza, fantasia e denaro. Il contraffattore non ha spese per la pubblicità né per il lancio del prodotto, perché questi impegni li ha già assolti il proprietario del marchio alimentare imitato.

Il modus operandi di questi “colletti bianchi” della criminalità, per che cosa si caratterizza?
Il luogo privilegiato dello smercio del falso food è ancora, prevalentemente, lo scaffale del supermercato, ma sempre di più è il web, per tutta una serie di fattori: facilità di raggiungere consumatori e produttori, smaterializzazione delle distanze, preferenza accordata soprattutto dai giovani agli acquisti on line, tranquillità di restare nell’anonimato dell’offerta o di celarsi dietro identità fittizie e, ancora, facilità di poter reiterare la medesima offerta di prodotti contraffatti servendosi di una diversa identità o di un diverso fornitore. Tirando le fila, si tratta di attività parassitaria (sfrutta il lavoro altrui e i costi che gli altri hanno dovuto sopportare), spesso in regime di anonimato ed extraterritorialità: tutti fattori che possono facilitare in maniera formidabile la presenza organica della mafia in questi settori.

Perché le mafie hanno scelto l’agricoltura e il settore alimentare per rafforzarsi?
In generale, i crimini alimentari si collocano in uno scenario – sempre più allarmante – di criminalità economica, caratterizzato non solo da opacità e scorrettezze commerciali, ma da vera e propria protervia: c’è chi lucra addirittura su alimenti scaduti, totalmente privi di valore commerciale, anzi dannosi per la salute. Basta non avere pudore e si può rigenerare di tutto!

Altro fenomeno di cui molto si parla è l’agropirateria. Di che cosa si tratta?
L’agropirateria si verifica quando i reati di frode sono commessi da soggetti che – pur non facendo parte di vere e proprie associazioni mafiose – agiscono con condotte sistematiche e organizzate. Sono in particolare i “colletti bianchi” dell’industria alimentare, cui lei si riferiva prima, che, subdolamente, senza nuocere ai consumatori, immettono nei cicli trasformativi materie prime di più bassa qualità merceologica, spacciandoli per genuini o per eccellenze full Made in Italy.

Quali sono gli àmbiti maggiormente esposti alle frodi?
Non c’è settore che sia immune dalle frodi sul cibo: olio, vino, formaggi, pasta, pesce, spumanti: tutto ciò che è commestibile ed ha un brand italiano può essere piratato, eludendo, il più delle volte, i controlli ufficiali, anche grazie alle nuove tecnologie. In testa ai sequestri di falsi cibi e bevande disponibili on line ci sono il prosecco (il vino italiano più esportato nel mondo, ma anche il più imitato) e il parmigiano (anch’esso il più conosciuto e il più imitato nel mondo). E poi ci sono i vari kit propagandati su Internet, quali wine kit e cheese kit, per farsi in casa – con inquietanti alambicchi e strane polverine – Barolo, Montalcino, mozzarella, pecorino, miscugli ottenuti senza una goccia d’uva o di latte che soltanto ad accostarvi la parola “vino” o la parola “formaggio” si commette un “sacrilegio”.

Se l’Italia sounding, come spiegava lei prima, è la manifestazione più eclatante dei reati che si consumano sulla tavola, quali sono le altre “frontiere” da presidiare? 
Il fronte dei cibi al veleno è uno di questi. Un mondo senza etica, senza regole. Le uniche regole che valgono sono di nascondersi nell’economia legale, sporcare la filiera alimentare creando un prodotto mediocre ma allettante per il consumatore, immettendolo sul mercato, a larga scala, appiccicando etichette posticce che declamano eccellenze italiane o qualità inesistenti. Un brodo di coltura ideale per le mafie.

L’escalation criminale in che cosa trova il punto di innesco?
Sicuramente nel profitto, ricercato non a ogni costo ma secondo precisi criteri di razionalità.

Che cosa intende dire?
Che l’agromafioso o agropirata o agrodelinquente valuta la propria condotta alla luce dei benefici e dei costi prevedibili. E se questo calcolo costi-benefici fa pendere la bilancia in direzione dei secondi, ecco che fisiologicamente sarà portato a non attribuire una qualche forza deterrente alla pena. Nella pena solo minacciata, invece di un argine, finirà inesorabilmente per vedere –senza paradossi – una sorta di incentivo a delinquere. Se la punizione finisce per essere una specie di lotteria, che di fatto garantisce ricchi premi e sostanziale impunità alle malefatte gravi, riservando le poche sanzioni alle bagatelle, ecco che le norme non hanno più una funzione di freno, ma addirittura una funzione – non è esagerato, è così purtroppo – criminogena.

Nello studio vengono enucleati circa 30mila ecoreati. Un numero significativo che impone misure di contrasto all’altezza. A che punto siamo su questo delicato terreno?
Il bisogno di sicurezza alimentare – e di adeguata repressione – va ricercato in una dimensione oggi ormai allargata di filiera, che va oltre i confini nazionali: i problemi non si riducono più all’oste che mescola l’acqua al vino, come ipotizzava il Codice Rocco, perché i reati che vengono commessi sono ben più sofisticati. Invece di un sistema al passo coi tempi, abbiamo una normativa-colabrodo, contraddittoria, da riformare radicalmente con urgenza. Una normativa paragonabile – tanto per restare in tema agroalimentare – ad una groviera, con tutti i suoi buchi (che sono più spesso voragini) e le sue falle di sistema, nelle quali può infilarsi di tutto, rappresentando un terreno fertilissimo per l’insediamento, in vari contesti, di comportamenti criminali seriali.

Il disegno di riforma tra tanti stop and go dovuto all’instabilità politica di questi ultimi anni, che cosa ha portato di nuovo?
L’obiettivo ultimo della riforma è stato quello di definire un’“etichetta narrante”, che potesse accompagnare il prodotto dal campo allo scaffale di vendita, consentendo al consumatore di scegliere consapevolmente, conoscendo tutto quel che gli serve per sapere con certezza quel che mangia o beve: origine del prodotto e passaggi successivi di lavorazione o trasformazione, provenienza di tutti gli ingredienti impiegati e via via fino alla data di scadenza. Una garanzia di cibo buono sano e giusto. Lo strumento è per altro un ottimo antidoto contro il caporalato.

Che cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo Esecutivo?
Nella Legislatura in corso alcuni parlamentari (trasversali ai vari gruppi e schieramenti) hanno ripreso il progetto facendone un proprio disegno di legge, ma per il momento la disciplina è ancora quella vecchia, le fattispecie incriminatrici sono sempre quelle del Codice Rocco, come è noto, distante anni luce dalle moderne esigenze di tutela del Made in. Ora vedremo quel che succederà: se prevarrà chi accetta un modello di sviluppo orientato al benessere della collettività e all’autenticità dei prodotti; oppure chi preferisce le resistenze corporative ad una onesta e trasparente collaborazione per l’interesse generale. Non è certo un caso che a preoccupare di più certi ambienti siano le novità del progetto che riguardano l’ambito processuale dell’accertamento della verità. In particolare: l’estensione dei limiti di ammissibilità delle intercettazioni; una nuova disciplina per le operazioni di prelievo e campionamento a sorpresa; la possibilità di ricorrere ad accertamenti tecnici più incisivi (tipo l’esame del Dna, come nel doping sportivo); la previsione di corsie preferenziali per la trattazione dei processi per violazione delle nuove norme.

Troppi interessi contrapposti, il legislatore ne verrà mai a capo?
La posta in gioco legata alla riforma è molto alta; e se ancora una volta non se ne facesse niente, a perdere sarebbero i cittadini/consumatori. La loro sicurezza alimentare sarebbe sacrificata. Mentre si tratta di una declinazione di sicurezza di fondamentale importanza, persino più importante di altre declinazioni che quotidianamente riempiono le cronache in quanto megafono per la propaganda di alcune forze politiche; basti pensare alla grande questione dei migranti e alla retorica di stampo pedagogico alimentata da alcune forze politiche. Se perdono i cittadini, a vincere sarebbero i “soliti noti”: quelli per cui le regole valgono solo per gli altri; quelli ai quali le regole danno l’orticaria; quelli che vogliono le regole quando ci sono da difendere i propri interessi di “bottega”; quelli che, appunto, troviamo puntualmente schierati contro la riforma.

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