Effetto Iran

di
Luciano Maria Teodori

In attesa delle elezioni anticipate di domenica, per essere più tranquillo, il presidente turco Erdogan fa chiudere un paio di giornali della opposizione. Gesto, questo, che si collega sicuramente ad un diffuso nervosismo del presidente e del suo enturage.
Ma che sta succedendo in Turchia? Qual è e da cosa dipende questo innalzamento dei toni sia verso le opposizioni interne sia verso molti paesi stranieri fra cui gli stessi USA e il loro presidente Obama?
Si chiama fattore Iran, cioè l’accordo tra questo paese e l’America dopo tre decenni di ostilità dura e assoluta.
‘Grande satana’ fu un insulto ripetuto noiosamente per anni, come del resto ‘Stati canaglia’. Per la serie molto fumo e poco arrosto.
Il partito di Erdogan è ossessionato dall’atteggiamento che  l’Iran, già all’epoca dello Scià di Persia, aveva ed ha con i curdi.
Addirittura nell’agosto scorso il ministro dell’interno iraniano ha visitato le basi del PKK sui monti Kandil, suscitando nuove apprensioni e di fatto rimettendo il problema curdo al centro della politica turca. Dopo un iniziale successo su questo problema sembra che Erdogan non lo voglia chiudere, forse perché ha capito che non gli porta i voti di cui ha grande bisogno per costruire una Turchia a sua immagine e somiglianza.
Ma la cosa più pericolosa per lui è il progetto americano di riportare l’Iran nel contesto internazionale e fuori dalle
sanzioni economiche che lo hanno fortemente limitato.
Un Iran, fra l’altro, con una popolazione molto giovane.
Da qui la scelta di rapporti più stretti con Israele e l’Arabia Saudita. Ma può permettersi un gioco duro oggi la Turchia?
Economicamente secondo molti esperti no.
Oggi il Pil è sotto il 3 per cento mentre cresce il clima della caccia al curdo cattivo e la macchina della propaganda gira a pieno regime.

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