Il punto

L’Italia che fugge, l’Italia che si nasconde

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Era sorridente e rilassato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle telecamere dei giornalisti che lo hanno intervistato lo scorso 18 ottobre al termine della sua visita alle imprese promosse da giovani italiani nella Silicon Valley, in Usa. Ma poi ha formulato con calma una riflessione che è sembrata quasi come un pugno allo stomaco in chi lo ascoltava: «Quello che mi colpisce nella vostra storia – ha dichiarato ai giovani presenti – è la dissociazione tra l’inventiva, il talento delle giovani generazioni e l’incapacità del sistema di cogliere queste potenzialità e sostenerle»; parole che hanno avuto una notevole eco in Italia e che hanno centrato il problema.
I giovani che erano lì, nella Silicon Valley, avevano provato per due anni a installare la loro start-up innovativa “Kong” a Milano, ma senza riscontri positivi; da qui la decisione di trasferirsi negli Stati Uniti dove invece sono stati ascoltati e sostenuti nella loro iniziativa.
La loro emigrazione all’estero, in una realtà tra le più stimolanti e innovative del mondo, non è che un esempio tra i tantissimi che contraddistinguono quella che viene comunemente definita come la fuga dei cervelli. Un dato divenuto negli ultimi anni un vero e proprio fenomeno di massa, che secondo una valutazione della Confindustria, già elaborata nel 2017, fa perdere all’Italia circa 14 miliardi di euro all’anno, pari a 1 punto percentuale di Pil. «È il vero tallone di Achille del sistema economico e sociale italiano» aveva specificato il documento, «che si traduce in un abbassamento del potenziale di crescita».
A distanza di due anni, la riflessione del Presidente Mattarella conferma l’incapacità del sistema di creare condizioni favorevoli per l’inserimento e l’impiego dei giovani nelle attività più innovative. Si aggiunga che, con i possibili vantaggi economici, si perdono anche gli investimenti che le famiglie e lo Stato fanno nell’istruzione e nella formazione del capitale umano. Le statistiche ci dicono che dal 2008 a oggi, per dare delle cifre di riferimento, circa 600 mila italiani si siano trasferiti all’estero. Nel 2017, su 115 mila italiani emigrati, il 52,6% era in possesso di un titolo di studio medio alto (Istat). Un processo di emigrazione notevole che riguarda sia persone qualificate da un elevato bagaglio conoscitivo e professionale, sia persone con bassa qualificazione. È l’Italia in fuga, forze attive in cerca di migliori condizioni di vita e di lavoro, che politiche di intervento troppo parziali e limitate non riescono ad arginare; ben altri interventi di carattere strutturale, al di là di incentivi fiscali e agevolazioni varie, sarebbero necessari per invertire tale tendenza.
 
Una conferma di quanto sia grave l’incapacità del sistema viene dalla continua crescita, in parallelo, del fenomeno dell’economia sommersa, il cui valore economico e sociale è stato ampiamente considerato nelle analisi di Eurispes, dell’Istat, di numerosi centri di analisi pubblici e privati. Accanto a un’Italia che fugge c’è, in sostanza, un’Italia che continua a nascondersi. Il tema è stato oggetto di una recente iniziativa internazionale, il X incontro annuale della Rete Europea sul Mercato del Lavoro EN-RLMM, coordinata dall’istituto tedesco IWAK dell’Università di Francoforte, che il 3-4 ottobre 2019 ha riunito a Mosca, presso l’Accademia delle Scienze di Russia, circa duecento esperti europei – rappresentanti delle istituzioni comunitarie, accademici, operatori dei servizi pubblici, imprese, sindacalisti – per valutare l’entità, la diffusione, le caratteristiche dell’economia e del lavoro “informale” nel sistema eurasiatico (così viene definito in sede internazionale) e prospettare possibili rimedi. Come punto di partenza, il dibattito tra gli esperti ha fatto riferimento alle principali teorie che attualmente si confrontano su questo fenomeno. Ad esempio, la “teoria della modernizzazione” lo attribuisce alla insufficienza dello sviluppo economico di un sistema; la “teoria della politica economica” alla debolezza dell’intervento pubblico, la “teoria neo-liberista” all’eccessiva regolazione delle attività economiche, la “teoria istituzionale” al debole rapporto tra lo Stato e le organizzazioni della società civile.
Sta di fatto che il fenomeno dell’economia e del lavoro sommerso, come ha indicato il Rapporto 2018 dell’International Labour Organization (ILO), è in crescita e diffuso in tutto il mondo, anche se con dimensioni e conseguenze diverse nelle principali aree geografiche, negli stati e nelle regioni. Nella realtà europea l’Italia detiene in questo ambito un indubbio primato che è stato ben illustrato dal prof. Renato Fontana, dell’Università La Sapienza di Roma, e dai suoi collaboratori Ernesto Dario Calo’ e Milena Cassella. «Uno dei più importanti istituti di ricerca italiani, l’Eurispes, – ha spiegato ai colleghi stranieri il prof. Fontana – ha analizzato a fondo il problema dell’economia sommersa nel 31° Rapporto sull’Italia (2019), arrivando a calcolare che, mentre il Pil è pari a circa 1.600 miliardi di euro, il valore dell’economia sommersa è pari ad un terzo del Pil, circa 530 miliardi di euro, e l’economia criminale pari a circa 250 miliardi di euro».
Assieme all’entità del fenomeno, il prof. Fontana ha poi sottolineato che, sempre secondo Eurispes, la crescita del lavoro nero ha costituito per molti «una vera via di salvezza sociale negli anni più gravi della crisi recente». Nella valutazione conclusiva, gli esperti della Sapienza hanno messo in risalto che l’analisi del Modello di Economia Informale (IEM) e del sistema di convenienze, che tale economia garantisce comunque alle imprese e ai lavoratori, è tale da richiedere all’operatore pubblico degli interventi di carattere “strutturale e culturale”, articolati per settori e territori, adatti a fronteggiare le situazioni tradizionali e quelle decisamente nuove legate alla rivoluzione digitale.
Sono proprio gli ambiti nei quali continua a manifestarsi quella “incapacità del sistema”, denunciata dal presidente Mattarella, una incapacità che finora ha solo favorito sia l’Italia che fugge, sia l’Italia che si nasconde.

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