Il punto

(Lotta al) Terrorismo: l’esperienza italiana

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L’attentato dell’11 dicembre a Strasburgo ha fatto di nuovo salire il termometro dell’allarme terrorismo, un allarme che l’assenza di gravi attentati jihadisti in Europa negli ultimi mesi aveva fatto scendere sui mezzi di informazione, nei discorsi dei politici e nella vita della gente, in qualche modo rassicurati anche dalle notizie delle sconfitte subite sul campo dai radicali islamisti in Siria e in Iraq, oltreché in Libia.
Calo dell’allarme e calo d’attenzione, che forse ha riguardato anche i responsabili della sicurezza pubblica a Strasburgo, data l’apparente carenza di servizi preventivi e di capacità di intervento immediato per la cattura dell’autore della strage, in una città che è sede del Parlamento europeo e non è nuova a fatti di terrorismo, in uno dei giorni in cui, in centro e a pochi passi dalla sede parlamentare, si tenevano i tradizionali mercatini di Natale, noto polo d’attrazione per tanta gente e, quindi, obiettivo privilegiato di attacco per folli assassini interessati a conseguire il massimo effetto mediatico.
Un vantaggio al terrorismo che gli addetti ai lavori italiani sanno bene che non può essere concesso: nessun calo di tensione, nessuna distrazione sono consentiti, perché l’insidia rimane e permarrà fino a quando non sarà stato completamente eliminato il pericolo di nuovi attentati. Finché, quindi, non saranno state definitivamente sconfitte le formazioni jihadiste, comunque denominate, che ancora si annidano in Medio Oriente, in Africa e in Asia. Finché non saranno stati individuati e perseguiti, resi inoffensivi, lì e in ogni Paese in cui possano andare o ritornare, i disperati superstiti o altrove “dormienti” e, soprattutto, i loro maestri, funesti “predicatori di morte” che, nei luoghi di culto, nelle carceri, nelle periferie del mondo e in quelle incontrollate delle città – attraverso il web – continuano a lavorare per la radicalizzazione e l’avvio alla jihad di giovani alla ricerca di una identità e di una ragione di vita. Finché le politiche e le misure per l’integrazione e lo sviluppo economico e sociale, le ragioni del rispetto dei diritti umani, non prevarranno su quelle isolazioniste, divisive, dello sfruttamento, della violenza, delle paure, dei rancori e dell’ignoranza settaria.
Perciò, in una situazione che rimane potenzialmente pericolosa, in evoluzione e dipendente soprattutto da variabili esterne, occorre che le Forze di sicurezza tengano alta la guardia e lavorino ogni giorno, come sanno fare, per continuare a preservare l’Italia da attentati jihadisti sul proprio territorio.

Un territorio, il nostro, preservato benché ospiti anch’esso tanti stranieri di fede islamica tra i quali più d’uno propenso al terrorismo, benché l’Italia abbia, seppur meno numerosi di altri Paesi, i suoi foreign fighters, benché Roma e la S. Sede siano state indicate dalle organizzazioni jihadiste, il Daesh in particolare, come obiettivi primari, benché come e più di altre Nazioni partecipi alle missioni internazionali.
Un territorio, quello italiano, preservato non per un qualche “Lodo” o patto segreto, come fu per gli attentati palestinesi tra la metà degli anni Settanta e Ottanta, non solo perché mancante di residenti musulmani di seconda o terza generazione non sufficientemente integrati, ma anzitutto per l’efficacia e l’efficienza di un sistema di contrasto – informativo, preventivo, d’intervento e investigativo – attivo da tempo e tuttora pienamente funzionante.
Un sistema – esemplare per gli altri Paesi – che si avvale di strutture specializzate e territoriali di primo ordine, di mezzi e procedure d’avanguardia, di un pieno e proficuo coordinamento tra le Forze di Polizia, di una consolidata sinergia operativa tra esse (la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e le Direzioni Distrettuali), di una cooperazione ininterrotta con i Servizi di Informazione, di una ricercata collaborazione internazionale a livello informativo e operativo.
Un sistema messo a punto con le esperienze maturate nel vittorioso contrasto dell’attacco portato allo Stato dal terrorismo politico di destra e di sinistra e dallo stragismo mafioso, dopo quello irredentista sudtirolese, nell’ultimo quarantennio del secolo scorso.
Un’esperienza che non tutti – salvo i tanti parenti delle vittime e i protagonisti, da una parte e dall’altra – oggi ricordano o conoscono, costata centinaia di morti e migliaia di feriti; una realtà e una storia da non dimenticare.

I 360 attentati, le 21 vittime (di cui 15 delle Forze dell’ordine), i 57 feriti, i 157 terroristi e complici condannati, dei quali 103 italiani e il resto austriaci e tedeschi, sono il lascito di sofferenze del terrorismo altoatesino, di poco anticipatore e coevo di quello politico.
Al terrorismo nero, in segnalati rapporti con frange deviate dei servizi segreti di allora, vanno ascritte soprattutto stragi per attentati dinamitardi: quella del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano – considerata all’origine della “Strategia della tensione”, degli “Anni di piombo”, della “Notte della Repubblica”, come vennero chiamati gli anni successivi – e quelle: del 22 luglio 1970 a Gioia Tauro, sulla linea ferroviaria per Reggio Calabria durante la rivolta seguita allo spostamento del capoluogo regionale a Catanzaro; del 31 maggio 1972 contro i Carabinieri a Peteano (UD); del 17 maggio 1973 avanti alla Questura di Milano durante la cerimonia per il primo anniversario dell’uccisione del Commissario Luigi Calabresi; del 28 maggio 1974 in Piazza della Loggia, a Brescia durante una manifestazione sindacale; del 4 agosto 1974 al treno Italicus; del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, la più terribile e funesta con gli 85 morti e i 200 feriti provocati dall’esplosione di una valigia nella sala di attesa di seconda classe.
Stragi che punteggiarono una miriade di attentati minori o falliti, di scontri e uccisioni tra opposti militanti, di assassinii di appartenenti alle Istituzioni dello Stato e alla società civile.
Stragi non rivendicate e uccisioni, altri attentati, quasi sempre rivendicati, invece, con tante sigle, identificative di formazioni eversive di estrema destra: Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Ordine Nero, Movimento d’Azione Rivoluzionaria, Fronte Nazionale Rivoluzionario, Squadre d’Azione Mussolini, La Fenice, Terza Posizione, e, infine, la Falange Armata che nei primi anni Novanta rivendicò anche una serie di omicidi commessi dalla Banda della Uno Bianca. Il gruppo più tristemente noto fu quello dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), che, tra il 1977 e il 1981 si rese responsabile di attentati a organi di informazione, furti e rapine di armi militari e civili, rapine di autofinanziamento e 33 omicidi. Tre di loro sono stati condannati all’ergastolo per la strage della stazione di Bologna, sulla quale sono ancora in corso un processo su un quarto presunto autore, anch’esso appartenuto ai NAR, e un altro per individuare i mandanti.
E non fu certo meno impegnativo il contrasto del terrorismo brigatista e delle altre sigle della sinistra extraparlamentare, sviluppatosi a partire dai primi anni Settanta, dopo un triennio difficile e confuso. Il 1967, l’anno dell’occupazione della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e delle prime violente contestazioni di piazza con il primo morto, dello scandalo SIFAR (denominazione di allora del servizio segreto), della nascita di Potere Operaio, delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, del colpo di stato dei Colonnelli in Grecia, delle rivelazioni del settimanale L’Espresso sul c.d. Piano Solo. E poi il 1968, l’anno dell’ondata delle occupazioni e degli sgomberi delle Università, dei violentissimi scontri di piazza tra manifestanti e polizia, degli assassinii di Martin Luther King e di Robert Kennedy negli Stati Uniti, dell’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche. Infine il 1969, l’anno dei primi attentati di matrice neofascista sui treni, dell’ “autunno caldo” degli scioperi e delle manifestazioni che unirono operai e studenti, della costituzione a Genova del Gruppo XXII Ottobre, il primo a praticare la lotta armata a sinistra; un anno che si chiuse con il terribile attentato di Piazza Fontana, la precipitazione dell’anarchico Giuseppe Pinelli dal quarto piano della Questura di Milano mentre veniva interrogato in merito a quell’attentato e dell’arresto dell’anarchico Pietro Valpreda, poi prosciolto, per quella stessa strage.

È nel 1970 che nascono i Gruppi d’Azione Partigiana (GAP), fondati a Milano dall’editore Giangiacomo Feltrinelli e attivi fino al 1972, l’anno in cui, il 14 marzo, l’editore morì dilaniato da un ordigno su un traliccio dell’alta tensione a Segrate. Ed è nello stesso anno che, a Pecorile di Reggio Emilia, alcune decine di giovani già aderenti al Collettivo Politico Metropolitano di Milano e poi a Sinistra Proletaria fondano le Brigate Rosse, l’organizzazione terroristica più strutturata, numerosa, longeva, pericolosa e nota degli Anni di piombo. I risultati ottenuti nella fase iniziale della propaganda armata, li convinsero a passare dal 1974 a quella dell’attacco al cuore dello Stato, che si proponevano di disarticolare mediante un crescendo di attacchi alle Istituzioni, ai partiti politici, al mondo accademico e a quello produttivo, cercando di coinvolgere nella lotta un numero sempre crescente di combattenti per passare alla guerra civile e, alla fine, instaurare una dittatura marxista- leninista. Propositi funesti e illusori, impediti dall’efficacia dalla risposta delle forze di difesa dello Stato, dalla capacità di resistenza delle forze politiche e sociali, dal coinvolgimento e dal coraggio della società civile, che li rifiutò decisamente, salvo le esitazioni di qualche intellettuale inizialmente attratto dallo slogan “Né con lo Stato né con le BR” diffuso da Lotta continua e Potere operaio.
Il punto più alto dell’attacco allo Stato arrivò il 16 marzo 1978 con l’agguato di Via Fani, a Roma, in cui furono uccisi i cinque uomini di scorta e fu rapito Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, il politico più influente, fine tessitore della politica nazionale e di nuovi equilibri democratici, sequestrato per quasi due mesi durante i quali, sottoposto al giudizio di un fantomatico “Tribunale del popolo”, scrisse ben 97 lettere al suo e ad altri partiti, alla famiglia, a governanti, personalità politiche e amici tese a sollecitare l’avvio di una trattativa – che non ci fu – per il suo rilascio anche attraverso rivelazioni di fatti e circostanze non note della politica, e un Memoriale, rinvenuto incompleto a Milano, in Via Monte Nevoso, in due soluzioni, nel 1978 e nel 1990.
Cinquantacinque giorni durissimi per lo Stato e le Istituzioni – quelli tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, giorno del ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di un’autovettura parcheggiata a pochi metri dalle sedi nazionali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, i due partiti maggioritari e contrapposti che stavano orientandosi alla “solidarietà nazionale” e al “compromesso storico”. Cinquantacinque giorni iniziati e conclusi tragicamente, cadenzati anche da una “Risoluzione strategica” e comunicati delle BR, che, per converso, avviarono una più decisa reazione di contrasto e rifiuto, una nuova fase di arresti e importanti pentimenti – di cui fu ancora protagonista il generale Dalla Chiesa – che portarono allo smantellamento delle “vecchie” BR negli anni Ottanta. Ma prima ci furono altri omicidi, compreso quello di un sindacalista di sinistra, sequestri, tra i quali quello di un Generale statunitense (un suo collega era stato già ucciso), gambizzazioni, attentati, scontri a fuoco e rivolte carcerarie; un successo strategico delle Forze dell’ordine e della Magistratura che si ripeté con la disarticolazione delle “nuove” BR nel 2002, dopo ulteriori omicidi.
Nel frattempo si erano consumati le storie e i delitti di altre 23 organizzazioni armate di sinistra: dai Nuclei Armati Proletari alle Formazioni Comuniste Combattenti, ai Comitati Comunisti Rivoluzionari, alle Unità Comuniste Combattenti, e a tante altre sigle, fino a Barbagia Rossa e ai Proletari Armati per il Comunismo, cui apparteneva il latitante Cesare Battisti, evaso dal carcere nel 1981 e condannato in contumacia all’ergastolo per quattro omicidi (due agenti, un gioielliere e un macellaio), fino alla più importante, seconda solo alle BR, Prima Linea, nata alla fine del ’76 senza il dogmatismo ideologico e la rigida organizzazione delle BR ma ad essa affine per scopo, obiettivi ed efferatezza criminale, dissolta nei primi anni ’80 dopo una serie di arresti, pentimenti e dissociazioni, dopo centinaia di attentati e decine di omicidi.
Quando le velleità eversive di destra e di sinistra vennero definitivamente sconfitte, sul terreno erano rimasti centinaia di morti e oltre mille feriti: sono stati contati 370 uccisi tra il 1969 e il 1988, tra i quali settanta appartenenti alle Forze di polizia e otto alla Magistratura. Poco meno di 1.500 gli attentati, dei quali 500 nel biennio ’77-’78. Seimila gli inquisiti, dei quali i due terzi delle formazioni terroristiche di sinistra (1.337 delle BR e 923 di Prima Linea).
Un progetto, quello dell’attacco allo Stato, per altre ragioni accarezzato anche dalla mafia corleonese, resasi dapprima responsabile della strage del treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984 – attuata con la complicità di elementi della destra eversiva e lo scopo, non certo conseguito, di distogliere l’attenzione di Magistratura e Forze di polizia dalla decisiva offensiva avviata a Palermo dopo la costituzione del “Pool antimafia”, con Falcone e Borsellino, che consentì il “maxiprocesso” celebrato tra il 1986 e il 1992 con 475 imputati – e, poi, delle stragi del 1992, in cui i due giudici furono uccisi con i loro accompagnatori, e degli attentati stragisti, sempre dinamitardi, a luoghi e città d’arte dell’anno seguente.
Tutto questo mentre altri attentati venivano commessi da terroristi appartenenti a gruppi irredentisti e nazionalisti stranieri: palestinesi, armeni e libici. Basti citare le stragi di Fiumicino del 1973 e del 1985, l’assalto alla Sinagoga ebraica di Roma dell’82, il sequestro della nave da crociera “Achille Lauro” di tre anni dopo, i due missili libici caduti in prossimità delle coste di Lampedusa nell’86, la strage del circolo militare statunitense di Napoli di due anni dopo, le numerose uccisioni di personalità, diplomatici e dissidenti di quei Paesi, senza dimenticare la terribile strage provocata dalla precipitazione dell’aereo di linea della società ITAVIA nel mare di Ustica il 27 giugno 1980.
Il terrorismo di tutti quegli anni ha comportato tanti lutti, letture e dibattiti infiniti, ma anche importanti novità nella legislazione e nell’organizzazione statale, quali le leggi c.d. “Reale” del 1975 e “Cossiga” del 1978, quelle sul pentitismo, sulla riforma dei Servizi segreti del 1977 e del 2007, sul nuovo ordinamento della pubblica sicurezza che, nel 1981, ha ridefinito gli assetti del Ministero dell’Interno e delle Forze di polizia, smilitarizzando nella Polizia di Stato il Corpo di Pubblica Sicurezza dettando cogenti forme e regole di coordinamento tra le Forze di polizia e di collaborazione tra l’Autorità di PS, le altre articolazioni statali sul territorio e le Autorità locali. Risale al 1978 la costituzione delle Forze speciali dei Carabinieri (GIS) e della Polizia di Stato (NOCS) e agli anni compresi tra il 1989 e il 1993 quella dei servizi investigativi centrali delle Forze di polizia (ROS dei Carabinieri, SCO della Polizia di Stato e SCICO della Guardia di Finanza) e della DIA interforze. E’ in quegli anni che iniziano le scorte blindate ai vertici istituzionali e ai magistrati e si diffondono le misure statiche e dinamiche di protezione di siti e obiettivi sensibili, vengono introdotte nuove dotazioni scientifiche, di mezzi ed equipaggiamenti per le Forze di polizia.
E’, soprattutto, in quegli anni che si forma quel prestigioso patrimonio, unico e vincente, di esperienza, fatta di conoscenze, di nuovi organismi, di moderne procedure operative e scientifiche, di informazioni condivise, di rapporti interistituzionali, di flessibilità e prontezza, di motivazione e di valori.

Il Generale Tullio Del Sette è il Presidente dell’Osservatorio permanente sulla Sicurezza dell’Eurispes

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