Nel mondo interconnesso la fraternità può rifondare la geopolitica: a colloquio con Mauro Ceruti

mauro ceruti

«Per la prima volta, nella storia umana l’ecumene terrestre è divenuta realtà concreta. Ed è in questa prospettiva che si delinea l’orizzonte di un nuovo umanesimo planetario. Un futuro sostenibile e creativo potrà essere prodotto solo dalla coscienza della comunità di destino che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta, e che lega l’umanità intera all’ecosistema globale e alla Terra. L’umanità dei nostri giorni deve imparare a pensarsi come umanità proprio a partire dal pericolo. Dal pericolo comune che lega tutti i popoli allo stesso destino, di vita o di morte. Tutti gli esseri umani condividono gli stessi problemi fondamentali. Poiché una morte di tipo nuovo, la possibilità di auto-annientamento dell’intera specie, si è introdotta nella sfera di vita dell’umanità, l’umanità può sperare di risolvere i suoi problemi vitali solo riconoscendosi come una comunità di destino».

Prof. Ceruti, Il secolo della fraternità (ed. Castelvecchi), il saggio che ha appena pubblicato con Francesco Bellusci, si inserisce in unampia riflessione, testimoniata da numerose pubblicazioni tutte di grande successo basti ricordare Il tempo della complessità (ed. Raffaello Cortina), e i più recenti Sulla stessa barca (ed. Qiqajon Comunità di Bose) e con lo stesso Bellusci Abitare la complessità (ed. Mimesis), tutte opere in cui viene tematizzata la crisi del paradigma tecnocratico. La civiltà umana deve ricucire il suo rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi, per recuperare un equilibrio sostenibile, questa la tesi di fondo. Verrebbe da dire: “più nessuno è incolpevole per usare i celebri versi pronunciati da Eugenio Montale in La primavera Hitleriana, lirica ispirata dal dramma delle “leggi razziali” nell’Italia del 1938. Oggi siamo ripiombati nel “buio” e il dramma ha dimensioni e ragioni diverse. La fraternità è il valore essenziale che può cavarci fuori da questa notte che sembra interminabile?

 Riconoscere la fragilità e la vulnerabilità significa riconoscere la dimensione relazionale del soggetto e le sue interdipendenze biologiche, sociali, affettive. Questa è la via che conduce al sentimento di fraternità, che corregge quella concezione semplicista e individualistica della libertà che confonde l’autodeterminazione con l’autosufficienza. Mettere nell’agenda politica la vulnerabilità del pianeta, che influisce, in caso di catastrofi ambientali o sanitarie, sull’economia e sulla vita quotidiana delle persone, costringe a ridimensionare interessi nazionali o interessi di classe, comportando coscienza e gesti “fraterni”, senza i quali non possiamo intraprendere progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune. Come ha scritto Papa Francesco: «vediamo solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace». Solo la fraternità ci potrà riportare sui binari di una adeguata preoccupazione per l’avvenire, per l’umanità, per il pianeta.

Nei suoi scritti è percepibile una forte sintonia tra filosofia e religione, tra la carità concetto prettamente cristiano e la solidarietà termine che ha le sue radici nel laicato più maturo e nel volontariato. Il magistero di Papa Francesco e la teoria della complessità hanno dei punti di convergenza, ma con quali esiti sul terreno concreto della prassi storica?

Bisogna partire dalla distinzione tra solidarietà e fraternità, per comprendere la radicalità politica e storica della seconda. La solidarietà è il principio di organizzazione sociale che tende a rendere uguali i diseguali. La fraternità è il principio di organizzazione sociale che consente agli eguali in dignità e in diritti di essere diversi, che consente agli individui di essere, contemporaneamente, solidali e sempre differenti, di esprimere diversamente il proprio progetto di vita. E, oggi, nell’età del vivente che associa cura di sé, del mondo e degli altri viventi, il principio di fraternità deve ispirare sia la protezione delle antropo-diversità sia la protezione delle biodiversità. La solidarietà è stata ed è il motore delle politiche di welfare a livello nazionale, mentre la fraternità è il motore della costruzione di politiche di una co-immunizzazione globale che ci costringe anche al rispetto degli equilibri della biosfera, perché “nessuno si salva da solo”.

«La fraternità, oggi, presenta tutta la forza di un principio politico, non è una idea che può essere ricondotta ad una forma astratto di filantropismo. La pandemia ci ha fatto toccare in maniera tangibile che facciamo parte di una comunità di destino». Il suo rapporto a doppio filo che da sempre lega la sua ricerca con il grande insegnamento di Edgar Morin non potrebbe essere più palese. La teoria della complessità e, più in generale, la filosofia che ruolo deve esercitare in questo difficile momento che stiamo attraversando?

Siamo in un mondo globalizzato, dove i destini di Stati, comunità ed etnie sono inestricabilmente intessuti fra loro. Siamo nell’era dell’antropocene, dove naturale ed umano, antroposfera e biosfera, si intrecciano. La teoria della complessità ci può insegnare che, l’imprevedibilità e l’incertezza saranno ineliminabili. Dopo il crollo delle utopie politiche e delle ideologie palingenetiche, abbiamo confidato nelle “magnifiche sorti e progressive” della tecnoscienza. Ma la pandemia ci ha risvegliato traumaticamente da questo sogno. La filosofia ci può aiutare a comprendere come ripensare, per esempio, i rapporti tra scienza, tecnica, democrazia. Dobbiamo certo metterci alle spalle l’ottimismo delle filosofie del postmoderno, anche se non credo siano nemmeno utili le filosofie nichiliste e catastrofiste.

L’ambivalenza della democrazia dei moderni

In questi due anni la distanzasi è imposta per paura del contagio, mentre il tempo appare ormai come ingoiato dallangoscia e dilatato dallansia. Come si fa a recuperare, in un contesto che Donatella di Cesare ha definito della democrazia immunitariafondata sulla negazione dellaltro visto come potenziale rischio e minaccia, la relazione fraterna di cui con Bellusci parlate nel libro? Perché, insomma, la cultura dellincontrodovrebbe averla vinta sul paradigma tecnocratico?

Come sosteniamo sia nel saggio Abitare la complessità sia in Il secolo della fraternità, bisogna imparare a guardare e valorizzare la complessità e l’ambivalenza storica delle democrazie moderne. Queste democrazie si sono costruite dentro i “confini” degli Stati nazionali, sviluppando una tendenza immunitaria. Perciò non sono solo aperte, ma anche chiuse, generano “fraternità” chiuse ed escludenti. Ma la democrazia riposa su princìpi di tipo universalista. Questo porta l’“homo democraticus” a considerare (almeno potenzialmente) come sua patria non solo i concittadini, ma l’intera umanità. C’è incorporato nella democrazia moderna – il che la rende diversa dalla democrazia antica, anche se in quella trova il suo germe – il principio di una fraternità repubblicana e universale di cui oggi dobbiamo prendere più consapevolezza.

Libertà ed uguaglianza, come ha dichiarato in una recente intervista, sono stati i due termini protagonisti del Secolo scorso, in una dicotomia che Norberto Bobbio ha affrontato cogliendo la catena di molteplici, delicate implicazioni. La contemporaneità ha, però, trascurato, quando non rimosso del tutto, la fraternità, lascito inattuato della Rivoluzione Francese. Come va declinato questo impegnativo concetto che, qualora rapportato alla natura, fa emergere quel dramma della povertàin cui versano, nella generale indifferenza, miliardi di persone?

Liberté ed égalité, come è noto, hanno ispirato le correnti del pensiero politico moderno protagoniste dell’Ottocento, e di quasi tutto il Novecento: il liberalismo e il socialismo. Ma, entrambe, pur nella loro tensione dialettica, guardavano ad un modello che, creando il consenso e il benessere di tutti, ponesse “fine” alla storia. Oggi, le catastrofi ecologiche e sanitarie annunciano pericoli che abbracciano l’umanità in un destino comune e la pongono di fronte alla possibilità della “distruzione” della storia. Qui, si apre lo spazio politico per la fraternità, in chiave universale. Non certo come garanzia per una nuova salvezza, ma come imperativo, morale e biologico insieme, per affrontare l’incertezza del futuro. Ricordiamoci che il tempo della complessità e l’avvento della comunità di destino mondiale impongono di cambiare il paradigma della filosofia politica e di metterci alle spalle il vecchio approccio semplificante di matrice ideologica.  

Mauro Ceruti e lo “spettro” della semplificazione

Restiamo su questo aspetto. In Abitare la complessità proprio lo spettro delluomo semplificatoè il rischio più grave che viene individuato, perché parte costitutiva degli “idola tribus” del nostro tempo. Come si può disinnescare questa pericolosa tendenza?

L’errore tragico che incombe è quello di estendere sulla società e sulle relazioni umane i vincoli e i meccanismi non umani della macchina artificiale, di ridurre l’umano e la percezione di noi stessi a un insieme di “dati”. L’affidarsi agli algoritmi non deve renderci ciechi di fronte alla complessità del reale e far disabituare la nostra mente ad essere complessa! Per questo occorre un nuovo umanesimo, veicolato da rinnovati modelli educativi e insegnamenti.

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«E così la crisi pandemica ha rivelato una più profonda crisi cognitiva: la più profonda crisi del nostro tempo. Si tratta della difficoltà di concepire e abitare la complessità. L’ostacolo alla formulazione stessa dei problemi non sta più solo nella nostra ignoranza. Si annida, anche e soprattutto, nella nostra conoscenza. Meglio: nel modo in cui la conoscenza è prodotta, organizzata e trasmessa». Quali sono le conseguenze di questo delicato paradosso?

 La specializzazione disciplinare ha portato a delle straordinarie conoscenze. Ma queste conoscenze si dimostrano spesso incapaci di cogliere i problemi rilevanti, di riconoscerne la complessità, cioè la molteplicità irriducibile di dimensioni interconnesse. L’Università e, più in generale, la scuola (ma anche la divulgazione), producono, mantengono, amplificano disgiunzioni tra conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. È sulla base di questo paradigma di disgiunzione e riduzione che le soluzioni cercate e proposte non solo sono incapaci di affrontare la complessità dei problemi che affliggono la contemporaneità, ma sono anche, il più delle volte, parte integrante e causa di tali problemi. I modi di pensare semplificanti e separanti che utilizziamo per trovare soluzioni alla crisi, come ai problemi più gravi della nostra età globale, costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che dobbiamo affrontare. Ciò riduce la capacità di problematizzazione e di riflessione, ed elimina anche le possibilità di un giudizio correttivo o di una veduta a lungo termine. Incapace di considerare il “contesto” ed il “complesso”, questi modi di pensare rendono incoscienti e irresponsabili. La sfida è di formulare i problemi come costituiti da una molteplicità di dimensioni intrecciate fra loro. Viviamo in un’ecumene completamente umanizzata, dove ogni evento locale può comportare conseguenze che si amplificano su scala globale. Il messaggio di fondo credo sia molto chiaro: in un mondo sempre più minacciato da problemi comuni e globali, ma ancora diviso e frammentato nei saperi come nelle relazioni politiche, l’intelligenza della complessità diventa una necessità vitale per le persone, per le culture, per le società, per le nazioni, per la cooperazione internazionale.

Non teme che per questa via possa sfociare nell’utopia?

 Al contrario, credo che la coscienza della complessità ci orienti non solo in direzione di una conoscenza più “vera”, ma ci incoraggi verso la ricerca di una politica che sappia concepire l’unità nella diversità e la diversità nell’unità, nell’orizzonte di un nuovo umanesimo planetario, prodotto dalla coscienza del pericolo che lega ormai tutti gli esseri umani e tutti i popoli del pianeta, e che lega l’umanità intera alla Terra. Abitare la complessità è, insomma, la via maestra per avviare una nuova fase della mondializzazione, in cui tutto è connesso, per abitare in un modo nuovo e non (auto)distruttivo il nostro pianeta, e per riconoscersi in quello che è un destino comune. 

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