Non può esistere legalità senza condivisione. Intervista al giudice Antonio Salvati

legalità

Per la rubrica “Il punto a Mezzogiorno” dialoghiamo di legalità e letteratura con il dottor Antonio Salvati, giudice del lavoro presso il Tribunale di Reggio Calabria, ideatore e curatore del Festival del diritto della letteratura che si tiene ogni anno a Palmi. Antonio Salvati è anche scrittore, dal momento che è uscito da qualche settimana il suo primo romanzo dal titolo Pentcho.

Dottor Salvati, lei è promotore di un progetto intitolato “La legalità conviene”. Al di là del precetto, come si può far maturare una coscienza critica dell’individuo che gli consenta di rispettare la norma non solo per la paura della sanzione?

La questione è molto complessa e soprattutto per noi meridionali affonda le radici in un territorio che domina dall’alto secoli di lontananza dal centro del potere. In estrema sintesi, la sanzione in sé non basta, in quanto produce un effetto di allontanamento, di separazione, di estraneità dal nucleo del precetto, che invece dovrebbe essere la condivisione. In altre parole, si rispetta la legge non perché si viene puniti, si rispetta perché è necessario farlo per la convivenza civile. Si può fare un passaggio ulteriore e dire che questa convivenza civile può anche essere conveniente dal punto di vista economico e chi più di noi meridionali sa quanto sia forte il potere di deterrenza degli investimenti legato alla presenza sul nostro territorio di organizzazioni criminali. Quindi, come si fa? Si spiega, a partire dalle scuole, che la legalità conviene ed è l’unico modo per convivere civilmente. Si cerca di puntare sull’effetto della condivisione e non soltanto sull’aspetto sanzionatorio che, se considerato da solo, va ad acuire la sensazione di lontananza e quindi anche di disinteresse che troppo spesso è un freno per noi meridionali rispetto al bene comune, ad esempio. Non è facile, non sto dicendo che sia facile, ma vedo che la strada possa essere soltanto questa.


 

Specificatamente sul tema del lavoro, la convenienza è reciproca: tanto per il datore quanto per l’operaio o il lavoratore stesso. Vogliamo dire anche questo?

Mi piace moltissimo questo approccio pratico e lo condivido appieno. Io spiego spesso, quando ho la possibilità di farlo, che le irregolarità nel rapporto di lavoro – penso alla retribuzione pagata in parte o in gran parte in nero – determinano un vantaggio apparente per l’imprenditore in danno dell’erario, in danno del fisco, in danno dello stesso lavoratore. Però poi quando arriva il contenzioso, quello stesso vantaggio apparente, frutto dell’illegalità, si ritorce contro l’imprenditore o il datore di lavoro che non di rado è costretto, nel pieno rispetto delle regole del gioco e non per altri motivi, anche a pagare due volte le somme, perché poi in giudizio, mi faccia essere estremamente pratico e brutale, non ha in suo possesso le prove adeguate del pagamento. Quindi è proprio un esempio perfetto quello che lei ha fatto di come legalità e rispetto della legge possano in un primo momento comportare dei costi aggiuntivi in termini di tempo e anche di costi economici. La fase immediatamente successiva al non aver voluto sopportare quei costi, si traduce in un danno, in un costo maggiore. È la quotidianità, mi creda, della mia attività lavorativa.

Tornando al principio della “legalità conviene”. Quale può essere il ruolo in quest’ottica di una giustizia efficiente?

Il ruolo è duplice ed opera sia sul piano sociale che sul piano economico. Sul piano economico è evidente che uno degli indicatori di affidabilità di un territorio, di un sistema, ai fini di un investimento, è una giustizia rapida ed efficiente. Questo è un dato assodato. Quando si dice che l’Europa richiede determinate modifiche, si dice in pratica questo, che è finalizzato a rendere più immediato, sicuro e certo un investimento, specie in territori complicati come il nostro. Ma io non sottovaluterei anche l’altro profilo, quello sociale. Se bisogna convincere, come ho detto prima, che la legalità conviene, ebbene le risposte della legalità e quindi della giustizia devono essere il più possibile rapide, immediate, sul certe poi discutiamo. Dico questo perché la giustizia non è data da sillogismo o da algoritmi, c’è sempre un quid di discrezionalità lasciata all’interpretazione dei giudici, aggiungo io per fortuna. Cosa è importante dire, cosa è importante evidenziare:è che però ognuno di noi deve fare la propria parte. Se le cause durano tanto è anche perché i nostri Tribunali specie al Sud, specie in Calabria, sono sovraffollati di una quantità di cause che sono frutto di comportamenti individuali non accettabili. Fare domande sapendo di non avere ragione soltanto per allungare i tempi del pagamento di un debito o addirittura sperando di riuscire poi a trovare una soluzione nel corso della causa, in modo a volte non commendevole, non voglio accusare nessuno, ma credo sia chiaro quello che sto dicendo. Insomma il ricorso massivo, eccessivo, a volte ingiustificato, alla tutela giudiziaria è un problema perchè rallenta. Quindi anche in  questo dobbiamo fare tutti quanti la nostra parte, ogni singolo cittadino.

Il titolo del Festival del Diritto della Letteratura di quest’anno, che lei ha ideato e ne è anche il curatore, è “il lavoro mobilita l’uomo”. Al Sud dove la disoccupazione giovanile supera il 48% l’unica speranza sembra appunto quella di intraprendere il viaggio e andar via, oppure, lei vede qualche prospettiva positiva per il futuro dei giovani del Mezzogiorno?

Ovviamente la mia è una valutazione parziale dall’angolo della mia prospettiva che è una prospettiva particolare perché appunto è legata al contenzioso. Quindi quando già in qualche modo si sono manifestati dei problemi. Io però mi accorgo da questa prospettiva che non tutte le realtà operative nel mercato del lavoro sono realtà costrette a sopravvivere a stento o ricorrendo a margini di irregolarità se non di illegalità. Credo fortemente che un futuro migliore sia possibile. Sono anche pienamente consapevole, vivendo qui da vent’anni, che c’è il mare, un giacimento immenso di energie, di capacità, di voglia di fare che però – è inutile nascondersi dietro un dito – non riesce a tradursi in strumenti di interventi concreti. Come riuscire a collegare questa potenzialità, come riuscire a trasformarla in realtà non sta a me dirlo per un chiaro difetto di competenza. Ripeto, io sono un uomo del contenzioso, sono l’uomo della crisi purtroppo. Posso però dire che secondo me un possibile approccio è quello di non cercare di trovare una soluzione, una ricetta che valga a 360°. Cominciare ognuno a fare bene il proprio lavoro, nel proprio singolo settore, senza differenziazione di sorta, cercando di migliorarsi, cercando di trovare la gioia del lavoro fatto bene quotidianamente, cercando di aggiornarsi e di vivere una sana competizione lavorativa nel senso di volersi migliorare, non accontentarsi del minimo quotidiano potrebbe già essere un buon punto di partenza. Questo dipende da noi! Non può dipendere che da ciascuno di noi senza bisogno di ricorrere ai massimi sistemi.

Nel suo romanzo intitolato Pentcho, il suo primo lavoro da scrittore, racconta l’epopea di 400 profughi ebrei che partono da Bratislava per sfuggire all’imminente invasione nazista. Dopo infinite peripezie e dopo che “l’Europa rideva loro in faccia” – questa è una sua citazione –  trovano la salvezza proprio in Calabria, nel campo di Ferramonti. Nella sua esperienza di magistrato, e di calabrese d’adozione, le chiedo se esiste e se ha incontrato una Calabria che accoglie, una Calabria solidale e ospitale.

 La mia risposta è assolutamente positiva e potrei fare tanti esempi, raccontare tanti aneddoti. Il primo che mi viene in mente è quello di una famiglia di argentini, assurta agli onori della cronaca, come si dice, se non ricordo male l’estate scorsa che vittima di una serie di incidenti, anzi diamo il nome giusto alle cose, di una vera e propria truffa, si sono trovati qui a Palmi dove io vivo, in totale difficoltà, in carenza di mezzi e senza possibilità di spostarsi sono stati letteralmente adottati dalla cittadina di Palmi che li ha aiutati. Io credo da questo punto di vista che la Calabria, il Sud abbia ancora, lasciatemelo credere, un’anima e un cuore diverso!

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Anche questo sta vacillando, in verità, sotto i colpi della narrazione troppe volte non voglio dire unilaterale, ma sicuramente fortemente orientata di questi tempi, e questo determina il rischio che vicende come quelle che ho raccontato in questo mio romanzo possano ripetersi. Lo dice del resto perfettamente anche la bellissima prefazione di Paolo Rumiz, scrittore, giornalista notissimo di Repubblica che avvisa tutti del fatto che non è assolutamente detto che il passato non torni a ripetersi anche nelle sue forme più crude, più cruente. Non siamo al sicuro da nulla. Dipende soltanto da noi continuare ad essere al sicuro ed evitare che si possano ripetere tragedie come quelle che sono accadute in passato e che stanno ancora accadendo oggi sotto i nostri occhi.

Nel suo libro lei si è messo un po’ al timone del Pentcho, di questa barca che chi leggerà il libro poi scoprirà quante caratteristiche e quanta magia stessa racchiude. In quale dei personaggi si rivede, è davvero al timone lei oppure preferisce stare sotto coperta?

Come si dice, io ci metto la faccia. Il timone lo chiamo, lo rivendico, fermo restando che poi tutti quelli che leggeranno questo libro avranno il loro viaggio e decideranno loro da che parte stare, in quale parte del Pentcho, di questo scalcagnato battello che ha avuto una vicenda così incredibile, assurda, che l’ha portato appunto da Bratislava a Ferramonti di Tarsia in Calabria. In tutti i personaggi c’è una parte di me, può sembrare un paradosso; ma io amo i paradossi: aiutano a capire tanto. C’è un personaggio che è un avvocato anzi un’avvocatessa, Julia Kunstlinger Presser, che si chiede, ovvero alla quale chiedo di chiedersi, se valga veramente la pena raccontare. Se basti raccontare, ricordare, salvare un nome, come io cerco di fare con i personaggi di questo libro, per evitare che quello che è accaduto possa ripetersi. E ritorno alla mia considerazione di prima: ho dei dubbi. In certi momenti ho il dubbio che raccontare basti .Ma l’ho già detto. Ognuno di noi ha una piccola quota di dovere da assolvere e senza chiedersi, secondo me, se basterà a salvare il mondo. Intanto deve bastare a salvare noi stessi e la nostra etica della responsabilità individuale. Ognuno  faccia il suo! Quindi io mi prendo felicemente il timone e rispondo ai dubbi che ogni tanto questo personaggio mi fa venire. Raccontare non cambia il mondo, non impedisce a tanti altri Pentcho di partire oggi. Solo che oggi partono dalla Libia, partono dalla Tunisia, partono da altre zone del mondo; non lo impedisce, però non è un buon motivo per non farlo.

 

 

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