Caporalato, anche la grande distribuzione va riformata

di Marco Omizzolo
10 luglio 2017

Analizzare i processi che inducono a situazioni diffuse di grave sfruttamento lavorativo nelle campagne italiane aiuta a comprendere le condizioni reali di vita di centinaia di migliaia di persone e le responsabilità di un sistema che non termina con il rapporto di lavoro tra imprenditore agricolo e bracciante.

Spesso migranti, migliaia di persone ogni giorno sono reclutate mediante caporale e condotte a lavorare nelle campagne italiane per pochi euro l’ora. Molti analisti, senza esitazione, parlano di condizioni paraschiavistiche.

Tra le risposte messe sinora concretamente in atto si registra quella repressiva. Non era affatto scontata sino a pochi anni fa ed è questa il frutto di molti studi, ricerche, denunce e inchieste giornalistiche. Una delle operazioni più brillanti in questa direzione è stata messa in campo il 5 luglio. È stata chiamata, e non a caso, operazione “Freedom”. È stata un’importante operazione condotta dalla Polizia di Stato contro il caporalato. Sono state identificate 235 persone (tra datori di lavoro e dipendenti), 26 le aziende controllate e diverse persone arrestate per reati inerenti lo sfruttamento della manodopera.

L’operazione ha visto impegnate le Squadre Mobili di Caserta, Foggia, Latina, Potenza, Ragusa e Reggio Calabria, coordinate dal Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine.

In provincia di Latina due imprenditori del Comune di Sabaudia, attraverso la squadra mobile pontina, sono stati tratti in arresto. L’accusa è di caporalato e sfruttamento del lavoro. Una norma recente (lex 199 dell’ottobre dello scorso anno, sostenuta nel suo iter parlamentare anche dallo sciopero del 18 aprile 2016 organizzato a Latina dai lavoratori e dalle lavoratrici indiane insieme a In Migrazione e CGIL), approvata quasi all’unanimità dal Parlamento italiano e frutto di lunghe battaglie nei territori più esposti al caporalato e allo sfruttamento, ha visto dunque la sua reale applicazione determinando responsabilità penali in capo non solo al caporale, generalmente un migrante, ma anche nei confronti del datore di lavoro, responsabile in primis e beneficiario superiore del sistema di sfruttamento. La morte della bracciante italiana Paola Clemente ad Andria ha indotto ad una presa di coscienza collettiva in tal senso e senza alcun dubbio ha incentivato l’approvazione della nuova norma.

Tornando all’arresto dei due imprenditori pontini si rileva che i lavoratori indiani individuati dalla Polizia sembravano apparentemente in regola, con buste paga da 700 euro e comunicazioni realmente effettuate all’ufficio del Lavoro.

Indagando meglio però è emerso un quadro sconcertante. Il luogo di residenza dei lavoratori indiani infatti era concesso in affitto a 500 euro mensili che venivano decurtati dalla busta paga di uno dei lavoratori, che poi veniva ripagato (cento euro a testa) da ognuno dei coinquilini. I braccianti hanno inoltre confidato che la paga era di quattro euro l’ora e non di nove come appariva dalle buste paga e previsto dal relativo contratto di lavoro. Inoltre la giornata lavorativa era di 11 ore e non 8. Per questo la Polizia ha arrestato i due soggetti ritenuti più attivi nel meccanismo di sfruttamento: il presidente della cooperativa che organizzava il lavoro e il suo socio, proprietario del terreno. Un sistema rodato e organizzato che ambisce ad una apparente legalità sotto la quale si nasconde l’inferno dello sfruttamento, del caporalato e della povertà.

Ma non si può delegare il contrasto allo sfruttamento lavorativo alle sole Forze dell’ordine e alla Magistratura. Serve maggiore impegno da parte delle istituzioni e della politica.

Si consideri ad esempio, tra le altre, le responsabilità della grande distribuzione organizzata. Il prezzo del pomodoro da industria supera di poco gli 80 euro a tonnellata. Poco più di 8 centesimi al kg. Un prezzo che l’industria di trasformazione ha fissato lo scorso marzo. Per gli agricoltori un prezzo estremamente basso, imposto grazie allo strapotere del comparto industriale che concorre così a generare le condizioni dello sfruttamento lavorativo.

I pomodori, ad esempio, si raccolgono retribuendo i lavoratori circa 3 euro al quintale. Una retribuzione assai al di sotto di quanto stabilito dai vari contratti provinciali del lavoro. Una riforma della grande distribuzione non è più rinviabile e soprattutto ormai questione politica ed etica oltre che economica. Insieme alla repressione, pure di fondamentale importanza, è necessario scardinare il sistema di sfruttamento lavorativo che comprende ma non si esaurisce nel solo caporalato, allargando l’azione riformatrice della politica a settori più vasti a partire da quello della GDO e dell’industria della trasformazione. Senza questo percorso, coraggioso, si rischia solo di arrestare persone ma salvare interessi e sistemi che riducono donne e uomini a vivere condizioni paraschiavistiche.

 

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