Europa

Laboratorio Eurispes, “Il sovrano sia una nuova Europa”

di Corrado Giustiniani
14 maggio 2018

«Sembravamo i musulmani quando vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Partivamo per Bruxelles e per Strasburgo, per visitare la sede del Parlamento europeo. Agli inizi degli anni Settanta era l’Europa il sogno della mia generazione». Un sogno che oggi pare svanito, quello che Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, ha evocato nella sala convegni di via Lucullo della Uil, piena in ogni ordine di posti. Su come rilanciarlo, hanno discusso in diciotto tra politici, docenti universitari, sindacalisti, per ben quattro ore, convocati da “Laboratorio Europa” dell’Eurispes.

Gli Stati Uniti d’Europa

«Abbiamo bisogno di costruire il nuovo sovrano europeo, altrimenti non riusciremo a proteggere i più deboli –  incalza un federalista storico come Enrico Morando, ancora per pochi giorni Viceministro per l’Economia –. La sovranità non abita più negli Stati, come sta cercando di dire Macron ai francesi, e la sua idea di sostituire gli 80 parlamentari lasciati dal Regno Unito, con altrettanti eletti su liste europee, è un primo passo che andrebbe assolutamente appoggiato». E Pier Paolo Baretta, che del Ministero dell’Economia e Finanza è sottosegretario: «Dobbiamo creare una proposta politica: quella degli Stati Uniti d’Europa. Non è un termine logoro, e non vuol dire Europa unica: dobbiamo andarci sapendo che siamo differenti».  Ma, a ricondurci all’amara realtà è l’onorevole Marco Maggioni della Lega Nord: «Il voto del popolo ci porta a dire “no” a questa Europa. E non si può sostenere che sia un voto momentaneo, di passaggio. Ci sono agricoltori, imprenditori, disoccupati e giovani a pagare le conseguenze del modo di funzionare dell’Ue e dell’unione monetaria. Diverso sarebbe se i partner accettassero l’idea di un debito pubblico comune».

Le proposte dell’Eurispes

A incanalare i lavori, lanciando la proposta di trasformare l’Unione europea attraverso l’Eurozona, ovvero a partire dai Paesi che hanno la moneta unica, è stato Carmelo Cedrone, coordinatore del Laboratorio Europa dell’Eurispes: «Siamo un gruppo di persone libere – ha affermato – che vogliono ragionare e presentare delle proposte sull’Unione europea, con la sua debolezza istituzionale, i limiti del processo decisionale, i guasti creati dalla crisi economica e il cambiamento di percezione dei cittadini, che ancora una dozzina d’anni fa credevano nell’Europa nata nel 1957 con il Trattato di Roma e ridefinita nel 1992 dal Trattato di Maastricht, ma adesso non più».

Per avviare la discussione, l’Eurispes aveva presentato un pacchetto di dodici proposte, nelle quali spiccano due diverse ipotesi: quella di “democratizzare l’Eurozona”, partendo cioè dal nucleo di Paesi che sono più strettamente collegati, per arrivare a un’Unione sociale, economica, di bilancio e dei valori, o, in alternativa, uscire da questa situazione di stallo, realizzando un’“Unione politica”, un passo più radicale e ardito. Tra i singoli provvedimenti, un Parlamento su liste europee, un Presidente unico, responsabile del governo dell’Unione, puntare verso la convergenza economica, sociale, fiscale e finanziaria, scrivere un nuovo Trattato, mettere in piedi un’Unione dei valori, un’Unione federale, “leggera” e “democratica”.

Un allargamento precipitoso e sconsiderato

Sergio Fabbrini, docente di Scienze Politiche alla Luiss, ha ricordato come Maastricht abbia deciso una “Costituzione intergovernativa” che domina quella sovranazionale. E se sono i governi ad avere la meglio, è il più forte a dettare legge: «La Costituzione intergovernativa ci ha obbligato a fare i conti con le nostre debolezze storiche e la scarsa reputazione di cui godiamo. Solo risolvendo i nostri problemi, potremo contare di più». Il professore della Luiss è uno dei maggiori propugnatori di un’Europa che sia a due geometrie, una politica e una economica, e a due velocità, perché la costruzione di una nuova Sovranità politica deve avere la precedenza sulla seconda.

Antonio Armellini, abile coordinatore del dibattito, ha poi dato la parola a Saverio Romano, già Ministro dell’Agricoltura nel governo Berlusconi IV e oggi responsabile del Dipartimento Mezzogiorno dell’Eurispes, che ha iniziato col dire che l’Unione va difesa foss’anche per il solo fatto di aver assicurato settant’anni senza che scoppiasse una guerra. Ma ha la debolezza di un progetto «costruito a pezzi e bocconi». In particolare: «C’è stato un allargamento precipitoso, e non si è tenuto conto che i Paesi che entravano erano allo sbando». Una critica, questa, rivolta anche da Gian Maria Fara, che aveva parlato di «allargamento sconsiderato». Basti pensare che a Maastricht i Paesi firmatari erano 12, più che raddoppiati fino a 28 prima della Brexit.       

Un Parlamento su liste europee

Romano ha ricordato poi che, senza i Trattati, non ci saremmo potuti difendere dall’invasione dei prodotti esteri, e ha insistito per la creazione di «un Parlamento europeo, su liste europee, non nazionali, e di un governo europeo». Ancora: «500 milioni di persone si devono sentire come un’unica realtà, e bisogna esercitare la democrazia diretta». Enzo Cannizzaro, docente di Diritto dell’Unione europea alla Sapienza, ha ricordato come la vicenda Iran-Trump di questi giorni, abbia molte affinità con quella Bush-Iraq del 2003, che portò all’invasione di quel Paese, ma che «le risposte dell’Europa sono state molto timide». Ha definito poi “un mostro giuridico” il Consiglio europeo: «C’è un presidente che non è un capo di Stato, e si trova a dover coordinare capi di Stato e di governo». Ancora: «Ci vuole un principio di equilibrio fra le Istituzioni, senza metterle in una stanza di compensazione che risponde a logiche intergovernative».

Sandro Guerrieri, che alla Sapienza insegna Scienze Politiche, ha ricordato come sia in calo il tasso di partecipazione politica alle elezioni europee. Nel 1979, quando vennero introdotte e c’era una Comunità di 9 Paesi, i votanti furono il 63 per cento, alle ultime elezioni, del 2014, essi sono scesi al 43 per cento. «Di fatto è alle Politiche che ciascun Paese vota su temi europei» ha sostenuto. Anche per lui «è necessaria una modifica dell’impianto istituzionale, per avvicinare i cittadini all’Europa, altrimenti è tutto intergovernativo».

Garibaldi fu il primo europeista

Di notevole interesse l’intervento di Francesco Gui, che insegna Storia moderna alla Sapienza e ha ricordato un evento assai poco noto. Fu Giuseppe Garibaldi, al Congresso internazionale della Lega per la pace e la libertà di Ginevra, nel 1867, a lanciare l’idea di un’Europa unita: “Tutte le nazioni sono sorelle” fu uno dei punti chiave del suo discorso: «Ma la sua idea degli Stati Uniti d’Europa venne cancellata da due guerre». Bisogna rinsaldare nelle scuole quei valori europei di cui l’Italia è stata in passato protagonista, per costruire una generazione che eviti la terza guerra mondiale. «Ma è’ necessario che gli europei tornino a fidarsi di noi – ha continuato il docente – e il guaio è che oggi ci presentiamo con una maggioranza antieuropea: dobbiamo ricominciare da capo». Gui ha poi ricordato la recente sentenza della Corte tedesca, secondo la quale le Istituzioni europee non sono più rappresentative. Il Parlamento europeo, in particolare, vede una iper-rappresentazione degli Stati piccoli»

Proviamoci con…l’Eltif

Mario La Torre, economista dell’Università la Sapienza, ha sostenuto che: «Non c’è più una casa domestica, né europea: c’è una casa dell’altrove». Umberto Triulzi, anche lui economista della stessa Università, ha ricordato come vi sia oggi un gap fra economia reale e finanza: «La finanza non guarda ai bisogni della prima, non investe in progetti di sviluppo, fa spallucce, e si avvale di una tecnologia che le consente di effettuare il 70 per cento di acquisti di titoli sul mercato, in un millesimo di secondo, spingendo un tasto e utilizzando algoritmi ad hoc». Così gli investimenti crollano: l’Italia ne ha persi, fra il 2005 e il 2015, per 90 miliardi di euro. Ci vuole una “finanza per lo sviluppo” che punti sugli investimenti in infrastrutture. «Adesso però il sistema c’è, quello dell’Eltif, il fondo di investimento europeo a lungo termine, approvato due anni fa dall’Unione. L’Inghilterra – spiega ancora Triulzi –impiegò una settimana per recepirlo, noi due anni. Ma finalmente ci siamo, e le infrastrutture sono il sangue del corpo produttivo, quel ponte tra economia e finanza che oggi non esiste».

Enzo Russo, altro economista della Sapienza, ha sottolineato l’assurdo di «una politica monetaria espansiva rintuzzata da una politica fiscale restrittiva» e ha sostenuto che non è stata ben valutata una proposta presentata da 14 economisti franco-tedeschi, di varare un meccanismo basato su una stima del Pil nazionale e la crescita della spesa pubblica: se quest’ultima è peggiore, il governo deve coprire il deficit emettendo dei “junior bond”». L’ambasciatore Rocco Congelosi ha lanciato invece l’idea di una “Schengen sociale”.

Il dumping salariale dei Paesi dell’Est

La parola è passata così ai sindacalisti. Carlo Parietti, del Dipartimento internazionale della Cgil, ha rilanciato l’idea degli Stati Uniti d’Europa, definendola «un’emozione di cui si avverte assolutamente il bisogno». Andrea Mone, responsabile per l’Europa della Cisl, ha definito «fondamentale» questo obiettivo politico, che va costruito «partendo dal nucleo di Paesi che condividono la maggiore integrazione». Da soli, non siamo nulla, e non ce la potremmo mai fare. Persino l’Europa nel corso degli anni vedrà ridurre la sua importanza. Nel 2050 il suo Pil calerà dall’attuale 27 al 21 per cento, e la popolazione si ridurrà al 4 per cento del totale terrestre.

Cinzia Del Rio, responsabile del Dipartimento internazionale della Uil, ha puntato il dito sul «dumping salariale e sociale operato dai Paesi dell’Est europeo» a cui bisogna porre rimedio, e sulla necessità di regole comuni per tutelare i nuovi lavoratori, che spesso non hanno più un imprenditore, davanti, ma una piattaforma.  L’ultimo intervento è venuto dal pubblico: «Abbiamo svenduto la nostra moneta – ha detto un signore – accettando nel 1998 la conversione in euro che recepiva un cambio del marco a 980 lire. Sono stati favoriti assurdamente i tedeschi». Conclusione problematica del moderatore, Antonio Armellini: «Siamo certi che i paesi dell’Eurozona vogliono l’Europa politica? Il rischio è la disgregazione. Attenti, però: nella storia nessuna unione monetaria è durata per più di mezzo secolo». Ma la discussione è partita e l’Eurispes intende portarla avanti. Con tutto l’impegno, affermato dal presidente Gian Maria Fara, a lavorare «ad un’ Europa per i cittadini».

Foto di Maurizio Riccardi vai alla gallery