Mafie: dall’italian laundering al money dirtying

di Gian Maria Fara
23 aprile 2018

Un tempo premevano soltanto il grilletto, adesso digitano con maestria i tasti del computer. Un tempo taglieggiavano il proprietario del supermercato o dell’autosalone, adesso ne diventano soci. Un tempo si limitavano a riciclare il denaro sporco, adesso offrono condizioni superconvenienti per il percorso opposto, tanto che, secondo una stima dell’Eurispes, almeno 1 miliardo e mezzo di euro transitano ogni anno sotto forma di investimento dall’economia sana a quella illegale, ovvero 120 milioni al mese, 4 milioni al giorno. Capita infatti sempre più di frequente che chi dispone di liquidità all’interno dei settori economici che risultano attivi, nonostante la crisi, si affidi a soggetti borderline per ottenere il massimo vantaggio dagli investimenti, in Italia e all’estero.

Le Mafie permeano e condizionano sempre di più le diverse attività economiche, attraverso forme raffinate come la finanza, gli incroci e gli intrecci societari, la conquista di marchi prestigiosi, il condizionamento del mercato, l’imposizione degli stessi modelli di consumo, l’orientamento delle attività di ricerca scientifica e persino alcune scelte legislative. Non vi sono  zone “franche”: la malavita organizzata continua ad agire sulle terre d’origine, perché è attraverso il controllo del territorio che si producono ricchezza, alleanze, consenso: specialmente nel Mezzogiorno. Ma poi i capitali accumulati hanno bisogno di sbocchi, devono essere messi a frutto e perciò raggiungono le città   – in Italia e all’estero – dove è più facile renderne anonima la presenza e dove possono confondersi infettando pezzi interi di buona economia.

In passato avevamo segnalato questa evoluzione concentrando la nostra attenzione sull’italian laundering, ovvero sui percorsi del riciclaggio del denaro sporco che cerca di rendersi rispettabile e di moltiplicarsi nello stesso tempo. Oggi osserviamo, come ho anticipato, questa ulteriore e ancora più pericolosa evoluzione del fenomeno criminale, almeno per ciò che riguarda questo settore: il money dirtying, fenomeno esattamente speculare a quello del riciclaggio, nel quale i capitali sporchi affluiscono nell’economia sana; per contro, nel money dirtying sono i capitali puliti ad indirizzarsi verso l’economia sporca.

I proventi del traffico di droga e di ogni altra attività criminale hanno bisogno di canali efficaci e apparentemente insospettabili per la trasformazione in denaro pulito. Operazioni condotte “estero su estero” dalle organizzazioni criminali, gli investimenti vengono effettuati in diverse parti del mondo, le attività speculative decollano attraverso la creazione di fondi di investimento operanti nelle diverse piazze finanziarie, il trasferimento dei fondi avviene in modo formalmente legale, attraverso i money transfer in collaborazione con fiduciarie anonime e la cosiddetta banca di “tramitazione”, che veicola il denaro verso la sua destinazione finale.

L’ultima frontiera, già agevolmente abbattuta, è il cyberlaundering, ossia il riciclaggio di denaro sporco online, che rappresenta solo un’evoluzione di un fenomeno antico, per la realizzazione del quale Internet costituisce una sorta di “acceleratore”. Attraverso il web, in sostanza, viene ampliata la distanza tra il riciclatore ed il capitale, rendendo più difficoltosa l’indagine sui soggetti sospettati. Basta un’unica operazione virtuale e dematerializzata, in cui il fenomeno del riciclaggio di capitali illeciti può trovare le condizioni ideali per svilupparsi. La telematica incrementa la circolazione della ricchezza: l’e-commerce consente, per esempio, attività di “consulenze” dall’estero con società italiane nonché lo spostamento di somme all’estero per operazioni apparenti o sottofatturate.  E il tutto in tempo reale.

L’online banking, poi, consente di aprire conti anonimi, con possibilità di far seguire al denaro rotte infinite, con passaggi – anche molteplici – relativi a conti dello stesso soggetto. Le investigazioni in campo nazionale ed internazionale mostrano l’esistenza di apposite strutture, complesse ed articolate, che hanno l’esclusivo scopo di riciclare i proventi delle organizzazioni mafiose, eversive e del narcotraffico.

La criminalità organizzata si è dunque adattata velocemente al mondo della tecnologia, passando dai kalashnikov ad armi più sofisticate, come le botnet, reti che controllano anche decine di migliaia di computer e che possono essere utilizzate per aggredire aziende ed organizzazioni in Rete. Dobbiamo perciò adeguare i nostri stessi modelli di lettura dei fenomeni, se vogliamo migliorare in chiave preventiva e repressiva le modalità di contrasto, interpretando con maggiore perspicacia la normativa esistente o suggerendone gli aggiornamenti necessari.