Alla ricerca dell’intimità perduta

intimità

Il concetto di intimità oggi

Che cosa è oggi l’intimità? Uno spazio abusato o un valore fuori corso? A ben pensarci, può essere sia l’una che l’altra cosa, oltre che, con molta probabilità, anche un’equivocata forma di mondo interiore. Quel che è certo è che l’intimità sembra essere diventata una dimensione perduta, dai contorni sfocati e di scarso interesse. Non di rado, viene vissuta e interpretata come un fardello che tenderebbe a indebolire chi non fosse in grado di liberarsene. Nel suo saggio sui giovani e il nichilismo Umberto Galimberti lascia intendere che l’intimità è qualcosa di cui si è sempre meno capaci, secondo una tendenza, variamente dimostrabile, che coinvolgerebbe soprattutto i più giovani.[1]Omologazione dell’intimo” è l’espressione che impiega per definire il fenomeno che consiste nella facile condivisione della propria intimità, come se questa fosse paragonabile a un errore di gioventù o a una mancanza che possono venire scontati e “perdonati” se resi pubblici e noti a tutti. Un modo per rivelarsi, mettersi integralmente a nudo, che si traduce in una pluralità di atteggiamenti molto diffusi e standardizzati. L’effetto finale, già denunciato da Günther Anders, sarebbe la somma anonima di tante piatte individualità o, in altre parole, quella tendenza al conformismo che opera con lo scopo di «portare alla luce ogni segreto, per rendere percettibile ciascuno a ciascuno, per togliere di mezzo ogni riserva come fosse un impedimento, per condannare ogni privacy come tradimento».[2]

Un’entità erosa, quasi consumata

L’immagine di uno spazio raccolto e profondo e, comunque, limitato aiuta a capire che cosa non debba essere oggi più inteso per intimità. Si è, in effetti, portati a equivocare su quelli che dovrebbero esserne i confini, i quali vengono genericamente fatti coincidere con la sfera e l’esercizio della sessualità, dando l’impressione (ma forse è molto di più di un’innocua e superficiale sensazione) che l’intimità appaia come una “entità” erosa, quasi consumata. Se non si rischiasse di venire accusati di assumere posizioni retrive e antistoriche, ci si potrebbe chiedere se e quanto la cosiddetta “liberazione sessuale” abbia, oltre che liberato i suoi “beneficiari” dal peso di un retaggio culturale ed educativo soffocante, anche liquidato ciò che di residuo rimaneva ancora del vecchio concetto di intimità. Vari possono essere, a questo proposito, i modi di intendere e sperimentare l’intimità. «È intimo ciò che è contenuto nel più profondo di un essere, ciò che è più interiore: così si parla dell’intimo di una persona, della struttura intima delle cose, del senso intimo. È intimo anche ciò che è strettamente legato, ciò che non può essere separato: è così che si parla di una relazione intima. È intimo infine ciò che è privato e di solito tenuto nascosto, ciò di cui in genere non si parla: così si definiscono le parti intime, gli atti intimi».[3] Insomma, l’intimità ha più facce, che vengono spesso contemporaneamente esibite ed esposte, oltrepassando quello che Simmel chiamava “pudore”, altro concetto che rivela solo un aspetto, quasi una sorta di linea di confine, dell’intimità.[4]

Intimità, un bene di rifugio nei tempi di magra esistenziale

Può essere che l’intimità (declinazione fisica e spaziale dell’interiorità) faccia paura perché associabile a quello stato d’animo e vissuto personale conosciuto con il nome di solitudine. Bene sarebbe, allora, come suggerisce Eugenio Borgna, «distinguere la solitudine interiore, la solitudine dell’anima, la solitudine creatrice, e la solitudine dolorosa, la solitudine-isolamento»,[5] per non confondere l’intimità con uno spazio reietto, off limits, in cui può covare e prendere forma la dolorosa separazione dal mondo. Come per la magia, si potrebbe fare distinzione tra una solitudine “bianca” e una solitudine “nera”. Entrando in conflitto con il mondo e con i meccanismi delle relazioni sociali, sarebbe davvero facile perdersi nelle «vertiginose archeologie della solitudine».[6] Ma la solitudine, esperienza irrinunciabile quando la posta in gioco è la scoperta dell’intimità, non è isolamento, abbandono del mondo da cui, nello stesso tempo, ci si sente abbandonati, o almeno non lo sarà sino a quando ciò che chiamiamo intimità non si sarà del tutto esaurito e consumato. E sarà conveniente far sì che non accada perché l’intimità può essere un bene di rifugio nei tempi di magra esistenziale. Una risorsa nascosta, profonda, come, d’altronde, vuole significare la derivazione del termine dal latino “inhumo”, che indica ciò che, non pienamente visibile allo sguardo, vive sotto la superficie della terra.[7] Celata e “sotterranea”, e, tuttavia, ostentata e messa a nudo, l’intimità è sempre più oggetto di facili negoziazioni. È il pane quotidiano delle relazioni che si sviluppano nel mondo dei social, oggetto di scambi, transazioni e superficiali considerazioni. Quanto più ci si espone e rivela, tanto più si crede di guadagnare notorietà e dare valore all’identità pubblica che ci rappresenta e che, per essere sufficientemente ammiccante e attraente, deve dare più di quanto potrà ricevere. È come un gettare la maschera, inconsapevoli del fatto che non ce ne sarà una seconda da indossare.

[1] Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007.
[2] Günther Anders, L’uomo è antiquato II. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 2007, 218.
[3] Jacques Schlanger, Filosofia da camera, Feltrinelli, Milano 2004, 11-12.
[4] Cfr. G. Simmel, Sull’intimità, Armando Editore, Roma 1998.
[5] Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, Faltrinelli, Milano, 2011, 8.
[6] E. Borgna, La solitudine dell’anima, cit., 27.
[7] «L’interiorità esprime aspetti diversi da quelli che evoca la voce a lei affine: intimità (dal latino inhumo = ciò che è più nascosto sotto la terra). Si presenta ormai troppo densa di riferimenti ai nostri segreti più inconfessabili, alle timidezze e ai turbamenti della psiche, della sessualità felice o misera, dell’impotenza, della vergogna e della decenza» (Duccio Demetrio, L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010 ).

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