La vera inclusione scolastica è garantire buoni livelli di apprendimento per tutti

apprendimento

Le informazioni che si possono ricavare dal Secondo rapporto dell’Eurispes sulla Scuola e l’Università sono molto importanti, ma lo sono altrettanto le valutazioni che ciascuno può fare, e ciò anche in merito alla percezione che gli insegnanti hanno o non hanno della scuola nella quale essi sono immersi. Quando parlo di scuola, intendo lo spazio dedicato ai bambini e ragazzi da 0 a 18-19 anni. Innanzitutto, c’è bisogno di affrontare il mondo della scuola con serietà, come campo di studio scientifico: la scuola merita un approfondimento e un’analisi che vanno al di là delle nostre singole esperienze personali come studenti, genitori o altro. Questo errore di prospettiva è un grande problema del quale soffre il nostro Paese quando si parla di Scuola. La scuola è un fenomeno estremamente complesso, contraddittorio, da studiare con grande umiltà e il dovere di proporre delle soluzioni costruttive. È molto facile limitarsi alla pars destruens del discorso, ma  la vera sfida diventa invece la parte costruttiva.

La scuola merita un approfondimento e un’analisi che vanno al di là delle singole esperienze personali

Uno dei temi che emerge nel Rapporto Eurispes dalle risposte dei docenti riguarda la dimensione media delle classi, un tema estremamente impopolare se affrontato con lucidità. La dimensione delle classi chiama immediatamente in causa un tema organizzativo, eppure tra i paesi Ocse l’Italia è uno dei paesi dove gli insegnanti hanno il minor numero di studenti per singolo insegnante. Il vero tema è, dunque, il modo in cui  vengono utilizzate le risorse. A questo proposito va precisato, in aggiunta, che solo nei paesi occidentali dell’Ocse – tra i quali l’Italia – i livelli medi di apprendimento risultano essere in calo: i paesi orientali dell’Ocse, insieme a Australia e Nuova Zelanda, non sono allineati col trend negativo dei paesi occidentali, e ciò in quanto hanno fatto delle scelte educative molto precise sui loro ordinamenti chiamando in causa il tema dei contenuti ampiamente inteso e dei livelli di apprendimento. Questi dati dimostrano che bisogna, con grande umiltà, affrontare questi temi estremamente scomodi, certi che non esistono soluzioni ottimali in quanto ogni scelta ha anche dei potenziali effetti negativi. Qualcuno dice che la peggiore scelta che si possa fare è non scegliere, e credo che questo sia il tema. Non farsi carico di queste scelte è sicuramente peggio.

Il nostro Paese investe nella scuola meno degli altri paesi Ocse, ma la mano pubblica italiana spende di più in percentuale sul Pil

La dispersione scolastica è un altro grande tema emerso nel corso dell’Indagine, ma un paese moderno deve affrontare il tema della dispersione scolastica a tutto tondo. È fondamentale avere il minor numero di allievi che abbandonano la scuola – potenzialmente nessuno – e su questo credo che non ci sia nulla da dire. Ma il passo successivo è chiedersi che cosa gli allievi apprendano, a maggior ragione in un sistema come quello italiano ed europeo che attribuisce un valore legale al titolo di studio. Non si risolve il problema solo portando tutti al titolo di studio, ma bisogna porsi il problema di quale sia il contenuto all’interno di quel titolo di studio. Oggi disponiamo, come Paese, di una prima misura provvisoria ma c’è una forma più sottile e più grave di dispersione che è chiamata “dispersione scolastica implicita”, cioè di coloro che pur studiando non raggiungono determinati obiettivi. Secondo molti docenti universitari, qualche tempo fa era inimmaginabile trovare problemi ortografici e problemi di comprensione del testo negli studenti universitari. Ma forse basterebbe anche accendere la televisione talvolta per capire che il problema non riguarda solo l’università, ma tutte le articolazioni della società. Noi abbiamo percentuali piuttosto alte di studenti – intorno all’8,7% a livello nazionale, ma nelle regioni le percentuali cambiano enormemente – di studenti che conseguono il diploma e sono in grado di rispondere a domande che ci aspetteremmo che gli studenti fossero in grado di affrontare dopo 8 anni di scuola, non dopo 13 anni di scuola. È dunque l’Invalsi ad aver posto il livello troppo in alto? Forse l’Invalsi ha sbagliato, ma in quanto ha posto l’obiettivo troppo in basso e non il contrario.

Assistiamo poi a un’altra forma di dispersione, quella scolastica digitale, in merito alla quale c’è da chiedersi se sia stato letto con profondità e umiltà quello che l’Europa ci chiede come quadro europeo delle competenze digitali. Ebbene le competenze di base richieste per accedere ai livelli europei sono decisamente più alte di quelle che noi abbiamo proposto come livello di accettabilità. Non si può pensare di risolvere il problema del raggiungimento delle competenze digitali abbassandone il target: sarebbe come risolvere il problema dell’inquinamento atmosferico innalzando il livello degli inquinanti accettati.

Anziché accettare la banalità che più si va a scuola meglio è, si può fare la differenza lavorando su competenze specifiche

Nel quadro della gestione strategica delle problematiche e delle contraddizioni della Scuola, emerge anche il tema di una riflessione pedagogica su ciò che vogliamo proporre per la nostra scuola in un’ottica di sostenibilità. Siamo un paese vecchio e indebitato fino al collo, e dunque credo che anche la pedagogia si debba far carico della sostenibilità delle soluzioni proposte. Se si propongono soluzioni che determinano un ampliamento della spesa, c’è da capire dove andare a prendere quelle risorse. Il nostro Paese non investe nella scuola, in termini di Pil, quanto investono gli altri paesi Ocse, ma guardando la media Ocse si osserva che la mano pubblica italiana spende nel proprio Pil di più, per esempio, di quanto faccia la Germania. Ciò significa che in Italia viene speso molto meno in termini di contributo dei privati (rette a parte), e quindi quando si parla di risorse destinate alla scuola vanno chiamati in causa tutti, non solo la mano pubblica, se in altri paesi dove la spesa su Pil è più alta c’è un contributo più alto dei privati. Ciò dimostra che i dati per loro natura non sono mai una buona idea, ma la buona idea va cercata interpretandoli quei dati. Io credo che la scuola abbia bisogno di quello che il nostro paese è già stato in grado di fare per il passato, ovvero trovare delle soluzioni che vadano oltre il singolo schieramento o il singolo governo. Il tema emerso sulla durata del percorso di studi è un tema posto in una prospettiva parziale perché diamo per scontato che la durata si misuri solo in termini di età di termine della scuola (cioè 18 o 19 anni). Bisognerebbe allargare il dibattito rispetto alla durata del percorso scolastico, e valutare che se in un Paese come l’Italia – che ha investito nella scuola più del 4% del proprio Pil e messo in gioco milioni di dipendenti – alla fine conta di più in quale regione sei nato e il titolo di studio dei tuoi genitori, siamo di fronte a un problema di ritorno di tutte le risorse spese. Anziché accettare la banalità che più si va a scuola meglio è, si può fare la differenza andando a lavorare su competenze specifiche – ad esempio nello spazio 06, dove si sviluppano competenze non strettamente cognitive, che non sono alternative ai contenuti ma che costituiscono un presupposto fortissimo per l’acquisizione di quelle competenze.

La vera inclusione si realizza nel momento in cui a tutti e a ciascuno garantiamo buoni livelli di apprendimento

Si parla molto, inoltre, delle differenze dell’equità del sistema scolastico. Guardando i dati Eurispes a partire dalla scuola primaria, l’equità si gioca sia in termini di opportunità che in termini di qualità degli esiti raggiunti. La vera inclusione si realizza nel momento in cui a tutti e a ciascuno garantiamo buoni livelli di apprendimento,dove per apprendimento si intende l’uso di questo sostantivo in senso estremamente ampio. Serve quindi una riflessione che usi i dati, ma non deleghi ai dati l’individuazione delle soluzioni, pur tenendo presente che non possiamo giudicare la scuola o avere delle ipotesi di scuola senza farci guidare strettamente dal dato, anche come controprova dell’efficacia delle soluzioni assunte.

*Prof. Roberto Ricci, presidente Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione www.invalsi.it).

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