Una Costituzione per Internet per un web sicuro e inclusivo

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La Giornata della Privacy, voluta dal Consiglio d’Europa, che si è svolta nella Capitale ha espresso un messaggio molto preciso. «La rete – ha detto il Presidente dell’Autorità Garante Pasquale Stanzione aprendo i lavori – esprime la morfologia sociale dell’oggi. La degenerazione cui assistiamo non può non generare interrogativi sulla drammaticità dei problemi epocali, a partire dagli episodi, susseguitisi la scorsa estate, di diffusione sui social di immagini di stupri commessi da ragazzi, in gruppo, su ragazze, sole. Le interrelazioni tra il web e la violenza sono più profonde e ambivalenti di quanto una drammatica contabilità delle loro aberrazioni possa restituire. Si tratta di un aspetto che Natalino Irti definisce irresistibile normatività della tecnica, a proposito della sua attitudine a modificare struttura, relazioni, dinamiche e culture, incidendo nel profondo nell’antropologia sociale».

Il tema del diritto alla privacy sembra tradire la promessa originaria di Internet come spazio di libertà totale

Il tema, di urgente attualità, ha assunto le sembianze del tradimento della promessa “originaria” che vedeva nello spazio virtuale un’agorà autenticamente libera, in cui, secondo il parere di Guido Scorza membro del Collegio docente di diritto delle nuove tecnologie «tutti potessero entrare senza privilegi o pregiudizi basati sulla razza, sul potere economico, sulla forza militare o per diritto acquisito. La creazione di quel mondo in cui ognuno in ogni luogo possa esprimere le sue idee, senza pregiudizio riguardo al fatto che siano strane, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo sembra essere sfumata». Rodotà aveva tratteggiato, anticipando i tempi, le connotazioni che avrebbero dovuto sostanziare l’agorà telematica: «Internet – scriveva lo studioso nel preambolo della dichiarazione dei diritti richiamato da Scorza nel suo intervento – ha contribuito in maniera decisiva a ridefinire lo spazio pubblico e privato, a strutturare i rapporti tra le persone e tra queste e le Istituzioni. Ha cancellato confini e ha costruito modalità nuove di produzione e utilizzazione della conoscenza. Ha ampliato le possibilità di intervento diretto delle persone nella sfera pubblica. Ha modificato l’organizzazione del lavoro. Ha consentito lo sviluppo di una società più aperta e libera, deve perciò essere considerata come una risorsa globale, rispondente al criterio della universalità. Libertà, eguaglianza, dignità, sono diritti universali che assicurano il funzionamento democratico delle Istituzioni». Se guardiamo alla cronaca più recente ci possiamo accorgere quanto distanti siamo dalla prospettiva tracciata da Rodotà. Provvedimenti liberticidi in molti paesi del mondo premono sugli individui facendo presagire i lineamenti del regime della sorveglianza.

Web a rischio di furti d’identità e camuffamenti dell’io

L’apparizione sul mercato di App sconvolgenti che “ci ruberanno la faccia” come ha commentato Repubblica commentando l’ultimo saggio-inchiesta Kashmir Hill, La tua faccia ci appartiene (ed. Orville Press) apre un terreno delicatissimo che attiene all’identità rubata e al controllo capillare di ogni individuo che non può lasciare indifferenti. “Clearview AI” può diventare un arma di controllo in mano di disturbatori, governi autoritari, stalker, rispetto a cui è difficile definire i contrappesi sul piano della sicurezza e del controllo. La diffusione dell’intelligenza generativa e il progresso della tecnoscienza, non ammette nessuna lentezza. Per recuperare il significato della premessa originaria, accennata in precedenza, bisogna adoperandosi alla creazione di un web inclusivo, capace di tramutarsi in una palestra per la sperimentazione di nuovi linguaggi e momenti di relazione, piuttosto che in un tunnel “oscuro”, catalizzatore di forme criminali di violenza, persecuzione, mortificazioni dell’esistenza, sdoppiamenti dell’io.

Verso un web inclusivo, capace di tramutarsi in una palestra per la sperimentazione di nuovi linguaggi e momenti di relazione

Serve l’esercizio puntuale di una pedagogia che faccia recuperare il pensiero critico di un corpo collettivo smembrato, disorientato, incapace di assumere una corretta distanza dalla strumentazione tecnologica, di cui ormai tutti noi disponiamo. «L’alienazione dal reale che stiamo sperimentando – riprende l’analisi del Garante – è il frutto della virtualizzazione della vita, che rischia di confondere la persona con l’avatar, riducendo anche la percezione del “male”, di cui la rete offre spesso una narrazione pornografica.  Sembra attenuarsi, fin quasi a scomparire, quel “sentimento supremo”, quella “telepatia delle emozioni” che Milan Kundera identificava nella compassione intesa, etimologicamente, come capacità di “sentire” l’altrui sofferenza». Se la nuova dimensione dell’essere si può sinteticamente definire, come ci ha insegnato Luciano Floridi, on life, è proprio questo confine sfumato tra reale e virtuale, che deve essere presidiato con le armi dell’intelligenza e la pratica illuminata del diritto. Significativa l’esperienza, richiamata nel corso del dibattito, di Carolina Picchio, la prima vittima accertata di cyber-bullismo in Italia e alla quale si ispira la relativa legge (L. 71/2007). La vicenda, che nasce da una violenza filmata e diffusa sul web, ben chiarisce la dinamica espansiva che può caratterizzare la violenza in rete. Le parole fanno più male delle delle percosse.

Le discriminazione di genere ha nella rete un teatro di esposizione e nel digitale una potente cassa di risonanza

Come ha spiegato Stanzione, l’etimologia è illuminante in proposito: «il termine “violenza” tiene insieme, paradossalmente, tanto βίος  (vita) che βία (violazione: di un limite, di una regola), come a sottolineare a un tempo l’eccedenza e il meccanismo d’interdizione sottesi alla violenza», che è probabilmente il termometro che manifesta la febbre di una degenerazione che va combattuta e regolata. «Il corpo esibito e celebrato tra narcisismo e voyeurismo, il corpo artefatto da algoritmi e filtri per corrispondere al paradigma ideale, il corpo trasfigurato in “avatar” per esplorare i nuovi mondi dei metaversi, il corpo “deviante” dal suo canone e, per ciò, deriso e umiliato, il corpo affrancato da un’identità che non gli corrisponde ma anche il corpo violato nella sua intimità più profonda, prevaricato al punto da soccombere alla violenza dell’altro». Il ventaglio di emergenze scandito da Ginevra Ferrina Ceroni, vice presidente dell’Autorità Garante, non ha bisogno di commenti, perché preme sulla sensibilità e sulla coscienza di tutti. Reati molto gravi quali il revenge porn, con cui vengono o diffuse immagini intime sulla rete a scopo di ricatto, sono in continua espansione. «Assistiamo a un uso sessista e discriminatorio della rete, in cui significativamente una donna su 4 – secondo una recente ricerca Eurispes – ha, almeno una volta, ricevuto apprezzamenti fisici imbarazzanti sul web; al 24,4% sono state rivolte esplicite avances sessuali e il 18,6% ha subito body shaming». Si sta modificando il legame fondamentale tra corpo, potere e dignità, attorno a cui è maturata la scienza giuridica occidentale. Se si pensa che l’Habeas corpus non è altro che la sottrazione del corpo all’arbitrio altrui, ci possiamo rendere conto del rischio che stiamo correndo alimentando nuove forme di discriminazione di genere (e non solo) che hanno nella rete un teatro di esposizione e nel digitale una potente cassa di risonanza.

«Quando alla violenza agìta si aggiunge, in un crescendo di atrocità, quella filmata – prosegue Cerrina Feroni – quando lo spettatore diviene addirittura regista, preferendo all’inerzia, pur essa colpevole, una nuova e diversa forma di abuso, è evidente che si sta toccando un nervo drammaticamente scoperto della nostra società, con cui dobbiamo fare i conti». Ed è proprio contro questo “disagio della civiltà” che tanti episodi gravemente lesivi della dignità umana ci mettono sotto gli occhi, che bisognerà mettere in campo quell’intelligenza collettiva, auspicata e teorizzata dal filosofo Pierre Levy, che possa aiutarci a vivere e abitare la complessità, senza rimanere vittime inermi di un’evoluzione tecno-scientifica, che non siamo più capaci né di comprendere né di indirizzare verso obiettivi alti di progresso della storia umana.  

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