Falcone e Borsellino, l’eredità dei giusti

falcone e borsellino

Conta il talento, d’accordo. E orizzonti imprevisti possono essere dischiusi dalla tenacia del lavoro, quell’atteggiamento che intreccia l’umiltà dell’impegno alla forza della volontà. Non arrendersi mai, insistere nonostante gli ostacoli. Le storie di valore – come quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ‒ possono essere raccontate in molti modi. Gli anniversari (ricorre il trentennale delle stragi di mafia compiute nel 1992) tengono viva la memoria dei fatti, il ricordo dei protagonisti, ma è centrale la domanda: cosa rende attuale la forza del mito?

Viviamo momenti molto complicati, mai come ora avremmo bisogno di squarci di verità, luci non effimere in un mondo – la giustizia – offuscato da scandali, influenzato dalla partigianeria politica, sovrastato dal clamore mediatico, impoverito dall’assenza di visione. Ci lascia disorientati la disillusione dell’opinione pubblica, ci allarma il crollo della fiducia nella magistratura, nonostante tanti sforzi e buoni comportamenti, a cominciare dalle stagioni giudiziarie importanti, la guerra alla mafia, condotta da Falcone e Borsellino, e quella alla corruzione politica, con “Mani pulite”.
Il bisogno dei cittadini a vedere migliorata la sicurezza, tutelati i diritti, riparati i torti, puniti i responsabili, non può rimanere inappagato. Le riforme non devono essere condizionate dal perseguimento di scopi che nulla hanno a che fare con il bene comune, da cambiamenti mal strutturati, dal ricorso a strumenti inadeguati come i referendum. La qualità scadente della legislazione non può scaricare le responsabilità del perseguimento dei fini sociali né sui magistrati né tanto meno sui cittadini.

I passi compiuti da Falcone e Borsellino mostrano che è possibile aver cura dell’anima della giustizia

È questa l’occasione decisiva per rendere la macchina efficiente, in sintonia con i tempi, e per adeguare le prassi a modelli di rigore e correttezza. I passi compiuti da Falcone e Borsellino, vite così intrecciate nella professione e nel destino, mostrano che è possibile aver cura dell’anima della giustizia, farne ragione di vita e di servizio. Falcone e Borsellino sono state persone per bene prima che eroi, non vorremmo che lo fossero solo per questo. Il maxiprocesso, tenutosi a Palermo tra il 1986 e il 1987, fu il traguardo più importante del lavoro del pool antimafia, una sorta di spartiacque nella lotta alle cosche. Quando iniziò in febbraio, c’era un’atmosfera surreale, non solo per il cielo grigio e il silenzio carico di tensione. Tutto sottolineava la singolarità – non l’eccezionalità ‒ della situazione, determinata dalle dimensioni del processo, dallo spessore delle accuse, dalla gravità dei fatti e dalla rilevanza criminosa dei personaggi alla sbarra. 475 imputati, in gran parte poi condannati a pene pesantissime, 900 testimoni, 200 avvocati, un’aula bunker (denominata “l’astronave verde”) costruita per la circostanza: lo Stato era in grado di combattere la mafia.

Il maxiprocesso fu una sorta di spartiacque nella lotta alle cosche

Ma ricordare quel processo significa anche sottolineare che lo Stato sconfisse il crimine “facendo bene lo Stato”, applicando cioè la legge con coscienza e correttezza, nel rispetto dei diritti di tutti, imputati e vittime, e con efficacia, cioè in tempi straordinariamente brevi (la pronuncia definitiva arrivò nel 1992) senza concessioni a manovre dilatorie o a suggestioni mediatiche, ma tutti ascoltando e dando voce ad ogni istanza. 
Studiare oggi quel maxiprocesso equivale ad indicarlo come esempio – per fortuna non il primo né l’unico, ci mancherebbe – di civiltà giuridica, di tecnica processuale, e di etica professionale. Essere magistrati alla fine è applicare le regole con scrupolo e saggezza, senza protagonismi e con un alto senso delle Istituzioni. La «forma dell’operare sociale è stabilita dalle norme» e «la legge è appunto garanzia di giustizia», osservava Hans Kelsen.

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Uno scrigno di tesori, a cui ciascuno di noi oggi può attingere per trarne suggerimenti, si rinviene in quel processo, ma anche in tutto il percorso professionale di Falcone, Borsellino e di tanti altri giudici. Falcone in particolare curò molto, oltre la quotidianità del lavoro, l’approfondimento di innumerevoli tematiche riguardanti la giurisdizione: come il “sapere giuridico” si forma e si aggiorna, tiene conto dell’attualità delle forme criminose, si accredita nell’opinione pubblica, è capace di promuovere il cambiamento.

Nel lavoro al Ministero della Giustizia, spesso misconosciuto, e nei contributi teorici resi in tante relazioni al Consiglio superiore della magistratura, non c’è solo la testimonianza di chi agisce sul campo, ha escogitato metodi, messo a frutto esperienze, e nemmeno solo quella di chi vive un particolare momento e ne è inevitabilmente influenzato quanto a visione e soluzioni (pressione delle cosche mafiose, recrudescenza dei fatti di sangue, attacco alle Istituzioni). Lo sguardo è ampio e profondo, oltre l’attualità. La riflessione verte sulle “tecniche d’indagine in materia di mafia”, sui “rapporti con le Forze di polizia su poteri di indagine e banche dati”, sui “problemi di assunzione e valutazione della prova”. L’attenzione è rivolta ai problemi di tecnica penale (la tenuta garantista degli istituti di maggiore incisività oltre l’emergenza) e a quelli di tecnica criminale (decodifica del fenomeno mafioso, e della sua invasività sociale, elaborazione di strumenti di interpretazione e valorizzazione della prova).

La svolta nella lotta alla mafia è data dalla constatazione della natura del crimine come fenomeno organizzato

La svolta nella lotta alla mafia, ma non solo quella, è data dalla constatazione della natura del crimine come fenomeno organizzato rispetto al quale la risposta dello Stato richiede altrettanta organizzazione. Dunque, piattaforme di indagine incentrate sui reati-fine per rendere più solida e credibile la dimostrazione dell’esistenza delle associazioni criminose; sviluppo della condivisione dati a livello internazionale, e attraverso il coordinamento tra tutti i magistrati incaricati delle indagini.

La trama che unisce questi insegnamenti è riconducibile ad un pensiero unitario: la consapevolezza del ruolo del magistrato a livello istituzionale e nella società in cui opera. Il “sapere giuridico” ha un ruolo fondamentale, ma va integrato con il “sapere fare” e soprattutto con il “sapere essere”. La lucidità di immaginare il futuro e il modo di farvi fronte è la più preziosa delle eredità di quell’insegnamento. Quando ci si affanna a cercare una via per uscire dall’oscurità del presente, e si è confusi e magari si mettono in cantiere riforme inadeguate o inefficaci, non occorre andare troppo lontano.

Falcone e Borsellino: Istituzioni come la giustizia rendono possibile la convivenza, cioè la vita stessa

Soccorre il pensiero che se qualcuno è morto per un’idea e per un’istituzione, non tutto è perduto. Il riscatto dell’idea di giustizia e il recupero della fiducia collettiva sono ancora immaginabili, se diamo spazio a un nuovo pensiero delle Istituzioni e del ruolo di chi vi opera. E impariamo ad averne cura, perché Istituzioni come la giustizia rendono possibile la convivenza, cioè la vita stessa.

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