La plastica nella placenta? È solo l’ultimo tassello della deriva inarrestabile dell’inquinamento ambientale

L’Eurispes.it incontra il Dottor Antonio Ragusa – Direttore del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma, una delle eccellenze italiane e, con 3.300 nuovi nati all’attivo, un punto di riferimento nella Capitale – recentemente alla ribalta di quotidiani nazionali ed esteri per aver realizzato una ricerca che ha scoperto tracce di plastica nella placenta delle donne in gravidanza.

 

Dottor Ragusa, si aspettava così tanto interesse per questo studio?

Si, lo speravo. Ma devo dire che siamo andati oltre le più rosee aspettative. La ricerca dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, in collaborazione con il Politecnico delle Marche, è stata pubblicata a gennaio 2021 su Environment International, ma già dall’anteprima si era capito il potenziale comunicativo e l’interesse che avrebbe suscitato.

Come ha avuto l’intuizione di percorrere questa via?

Credo che le cose accadano se devono accadere, ma bisogna essere aperti e disposti in ogni momento della nostra vita per poterle cogliere. In questo caso, tutto nasce in un momento di assoluto relax, una vacanza estiva a Piscinas, in Sardegna, un luogo bellissimo, incontaminato e lontano da tutto.

Eppure?

Eppure, un luccichio colorato nella sabbia bianca. Un dubbio e la scoperta di minuscoli pezzettini di plastica in un luogo apparentemente al di fuori dal mondo. Da lì il collegamento inevitabile col mio lavoro. Se la plastica può arrivare qui, portata dal mare e proveniente da chissà dove, perché non potrebbe arrivare nel luogo più iconicamente puro e protetto, la placenta? La ricerca, purtroppo, mi ha dato ragione.

Cosa avete trovato esattamente?

Abbiamo isolato e visualizzato 12 particelle di microplastiche colorate in quattro placente umane su sei analizzate complessivamente. Cinque microplastiche sono state trovate nel lato fetale delle placente, quattro nel lato materno e tre nelle membrane amniocoriali, indicando che le microplastiche, una volta all’interno del corpo materno, possono raggiungere i tessuti placentari a tutti i livelli.  Sono state analizzate piccole porzioni delle placente donate (circa 23 grammi rispetto ad un peso totale di circa 600 grammi della placenta), quindi ipotizziamo che il numero di microplastiche all’interno dell’intera placenta sia molto più elevato.

Cosa si intende per microplastiche?

Piccolissimi pezzetti di plastica, inferiori ai 5 micron, grandi come alcune cellule del corpo umano.

Le microplastiche sono di origine primaria quando vengono prodotte per l’industria e aggiunte ai prodotti, come nel caso dei prodotti per l’igiene personale e i cosmetici, oppure possono originarsi nell’uso o nel mantenimento di altri prodotti come nel caso degli pneumatici o dal lavaggio dei tessuti sintetici.

Le microplastiche secondarie, che sono la maggioranza, provengono dalla degradazione di oggetti di plastica più̀ grandi in frammenti sempre più̀ piccoli una volta che questi sono esposti all’ambiente.

Lei in molte occasioni ha parlato di bambini cyborg…

Si parla di bambini, di figli, da sempre elemento indifeso e puro nell’immaginario collettivo. Si è scoperto che potrebbe non essere così. Che già nel feto potrebbero nascere “inquinati”, ovvero composti anche da materiale inorganico, inesistente fino a 60-70 anni fa, che il sistema immunitario potrebbe riconoscere come proprio. E questa è una ipotesi inquietante per tutta una serie di conseguenze che dovranno essere studiate. Perché la prima vera domanda che nasce un minuto dopo la scoperta della presenza della plastica nella placenta, è cosa comporterà per lo sviluppo del feto e del bambino.

Cosa comporterà?

Attualmente non ci sono evidenze certe a tal riguardo. Non abbiamo potuto determinare neppure se le microplastiche dalla placenta siano entrate nei bambini che poi sono nati. Ci sono studi pregressi che hanno messo in evidenza una interferenza nella risposta immunitaria, come pure correlazioni tra l’aumento diffuso delle microplastiche e l’incidenza di alcune malattie, come ad esempio l’endometriosi, una malattia ginecologica, o l’obesità, dove studi hanno dimostrato come il contatto con determinate materie plastiche alteri il metabolismo delle cellule dell’adipe.

Ma bisognerà dimostrare una effettiva relazione causa effetto. Nei casi esaminati, i bambini sono nati sani, nati da parti normali. Non bisogna allarmarsi, ma essere consapevoli che è praticamente impossibile non entrare in contatto con elementi inquinanti ed in particolare con la plastica. Però si possono avere comportamenti preventivi per abbassare di molto la quantità di particelle assimilate dal nostro organismo.

Ad esempio?

Ad esempio, in particolare durante la gravidanza, è importante limitare l’assunzione di acqua in bottiglie di plastica, l’utilizzo di contenitori di plastica e pellicole, evitare di mangiare pesci di grandi dimensioni (che più assorbono inquinanti nel mare) e frutti di mare, dei quali non viene eliminato lo stomaco, come nei pesci. Sappiamo che una bustina di tè può rilasciare in una singola tazza 11,6 miliardi di pezzi di microplastica e 3,1 miliardi di nanoplastiche. Meglio acquistarlo sfuso.

E tornando ai nostri bambini, secondo alcuni studi, i biberon in plastica rilasciano fino a 16 milioni di particelle per ogni litro di fluido e più alta è la temperatura, maggiore è il numero di particelle rilasciate che possono arrivare a 55 milioni per litro a temperature elevate. In pratica questo significa che anche dopo la nascita i bambini fino a 12 mesi alimentati con biberon di plastica (in genere composto da polipropilene) possono essere esposti a milioni di particelle microplastiche al giorno. I genitori dovrebbero prendere in seria considerazione l’adozione di misure per ridurre l’esposizione dei propri figli evitando di usare biberon, contenitori, involucri e giocattoli per bambini composti da PVC e altri tipi di plastica.

E questo ci porta all’altro aspetto che volevamo approfondire. La plastica nella placenta sembra essere solo una parte del problema, una conseguenza, che pur nella sua sorprendente scoperta, ci indica altro.

Il problema non è “solo” la plastica ritrovata nella placenta, poiché è noto che le sostanze chimiche presenti nei prodotti in plastica agiscono come interferenti endocrini, i più diffusi e noti dei quali includono ftalati e bisfenolo A (BPA), presenti in decine di prodotti di uso giornaliero. Gli interferenti endocrini hanno una struttura simile agli ormoni sessuali naturali e interferiscono con il normale funzionamento di quegli ormoni nel corpo. Nel 2010 i ricercatori hanno scoperto che il BPA attraversa la barriera placentare. Il bisfenolo S (BPS) e bisfenolo F (BPF), che stanno sostituendo progressivamente il BPA nei prodotti, hanno il medesimo potenziale di interferenza endocrina. Tutto ciò pone un problema importante per i bambini che stanno ancora crescendo e sviluppandosi, ma è anche un problema di tutti. Attualmente, nel mondo si producono 396 milioni di tonnellate di plastica l’anno, 53 kg per abitante della terra. Solo il 20% è stato incenerito o riciclato. Ognuno di noi ingerisce, in media, cinque grammi di plastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito, e non abbiamo certezza sulle conseguenze.

Ma un grande cambiamento può essere determinato solo da comportamenti individuali consapevoli?

Una ricerca dell’Istituto israeliano Weizmann per le Scienze, poi pubblicata su Nature, ha determinato nel 2020 il sorpasso dei manufatti artificiali su quello degli esseri viventi, la cosiddetta biomassa. 1.100 miliardi di tonnellate contro 1.000 miliardi. La plastica, con i suoi 8 miliardi di tonnellate, è il doppio degli animali. È stata trovata plastica nei ghiacciai dell’Everest e nei fondali più profondi del mare. Gli enormi raggruppamenti di plastica negli oceani, che si creano per le correnti marine, e che impropriamente vengono chiamate isole, sono composti di plastica e microplastiche, e si estendono per migliaia di chilometri quadri e decine di metri in profondità e spesso sono invisibili ai satelliti. Il nostro Mediterraneo, secondo una ricerca del WWF, è tra i più inquinati. Sebbene contenga solo l’1% delle acque del globo, ospita il 7% della plastica marina, e nei suoi fondali sono stati rilevati livelli elevatissimi di microplastiche: fino a 1,9 milioni di frammenti su una superficie di un solo metro quadrato.

I comportamenti virtuosi individuali – quello che gli americani chiamano “Performative environmentalism” – riguarda il nostro potere di mutare e indirizzare i comportamenti personali verso scelte maggiormente sostenibili ed ecocompatibili. Tuttavia, si tratta sempre di azioni individuali, che non fuoriescono dal concetto di mercato globale come comunemente inteso.

Annie Lowrery, giornalista di The Atlantic, scrive in un suo recente saggio: «Una famiglia che vada senza auto, senza voli e sia vegana, cambiamenti poco pratici, se non addirittura impossibili da realizzare per molte famiglie, potrebbe ridurre le emissioni di quattro tonnellate all’anno. Il mondo ha bisogno di ridurre le emissioni di decine di miliardi di tonnellate all’anno, il che richiede categoricamente investimenti governativi e regolamenti governativi». Tuttavia, i comportamenti virtuosi individuali conservano un grande valore e funzionano come moltiplicatori poiché influenzano positivamente le azioni degli altri.

Nel 2020 il Governo italiano ha approvato definitivamente quattro decreti legislativi di recepimento di altrettante direttive europee: si tratta del cosiddetto “Pacchetto normativo sull’economia circolare” che ha ottenuto il via libera dell’Ue nel 2018. È una grande occasione per un cambio di visione: la plastica può non essere un problema irrisolvibile se inserita in processi di economia circolare, laddove l’impronta ecologica di un materiale polimerico può essere inferiore a quella di molti materiali naturali, che hanno una notevole domanda di terra arabile, acqua pulita, fertilizzanti e tempo di rigenerazione. Il Global Footprint Network ha calcolato che prima della pandemia i nostri modelli di vita necessitavano di 1,75 volte le risorse disponibili del pianeta. Simbolicamente, possiamo dire che un modello di consumo lineare in un pianeta circolare non può essere sostenibile. Individuare nuovi modelli di rigenerazione di rifiuti “non riciclabili”, che prevedano anche l’introduzione di alternative plastiche ai materiali naturali, potrebbe ridurre l’impatto sulle risorse naturali e consentirci di lasciare in eredità alle generazioni future un pianeta più pulito e sostenibile.

Il Covid-19 ha avuto vari risvolti negativi. Oltre a quelli che tutti conosciamo, ci saranno conseguenze sul decorso delle malattie e delle mancate diagnosi precoci. Anche l’inquinamento da materiale plastico ha avuto un incremento?

, proprio quando il movimento contro la plastica monouso stava diffondendosi, il Covid-19 ci ha costretto a un maggior consumo di prodotti monouso in plastica, con un incremento che si aggira fra il 250 e il 300% rispetto ai tempi pre-pandemia. Certamente non sarebbe stato possibile evitare il ricorso ai 129 miliardi di maschere per il viso, ma per altri presidî possiamo affermare che ci sia stato un vero e proprio abuso: ad esempio, solo una parte dei 65 miliardi di guanti utilizzati a livello globale ogni mese è realmente indispensabile. La maggior parte dei dispositivi di protezione individuale (DPI) monouso, come guanti o maschere per il viso, contiene materie plastiche. Secondo Waste Free Oceans, questi tipi di maschere di plastica potrebbero richiedere fino a 450 anni per degradarsi completamente se finiscono in mare. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che gran parte dei DPI vengono considerati rifiuti medici e, anche se smaltiti correttamente, non possono essere riciclati e finiscono in discarica o in inceneritore, generando un relativo forte impatto ambientale. Un effetto collaterale delle ondate pandemiche è dunque la generazione di ondate di nuova plastica immessa nell’ambiente. Più di uno studio ha dimostrato che anche le mascherine di tessuto lavabili, se prodotte con determinati criteri di qualità e sicurezza, possono essere in grado di proteggere come le mascherine chirurgiche. Tuttavia, come suggerisce Altroconsumo, manca ancora uno standard di qualità riconoscibile dal consumatore in etichetta. Se gli organismi pubblici di regolamentazione provvedessero velocemente alla definizione di questo standard, potremmo risparmiare milioni di tonnellate di mascherine di plastica monouso impossibili da riciclare. Un’altra deriva dal fortissimo impatto ecologico è quella prodotta dall’aumento drammatico delle consegne di cibo e altri prodotti a domicilio, con il relativo moltiplicarsi di immissione di packaging nell’ambiente. Per avere un’idea della misura di ciò a cui ci stiamo riferendo, basti considerare che le entrate di Uber Eats sono cresciute del 103% nel secondo trimestre di quest’anno, e gli utili di Amazon hanno registrato un incremento del 40%.

Se è vero che il lockdown globale ha ridotto moltissimo i profitti delle aziende petrolifere, alcune raffinerie stanno largamente scommettendo su un mercato probabilmente più a lungo termine e meno soggetto agli effetti delle ondate pandemiche: la plastica a base di petrolio. Se, come purtroppo si prevede, la pandemia si trasformerà in endemia, la plastica diventerà il principale motore della domanda di petrolio, generando un aumento delle emissioni del settore che potrebbero moltiplicarsi fino a sfiorare la spaventosa cifra di 1,34 giga tonnellate all’anno entro il 2030, un valore pari alle emissioni rilasciate da oltre 295 nuove centrali a carbone da 500 megawatt. Se pensiamo che le centrali a carbone funzionanti oggi in tutta Italia sono 12, possiamo farci un’idea della straordinaria gravità del fenomeno che stiamo descrivendo. Secondo un rapporto del Pew Charitable Trusts e Systemiq, a causa delle modifiche portate dal Covid nelle nostre vite, anche se i governi di tutto il mondo rispettassero i loro impegni pre-pandemici di vietare cannucce e sacchetti di plastica e le principali società internazionali si impegnassero a garantire che tutta la loro plastica sia riciclabile e riutilizzabile o compostabile entro il 2025, questo ridurrebbe solo del 7% il volume della plastica destinata a riversarsi nei nostri mari entro il 2040. Contro questo pericoloso squilibrio l’Ue si sta muovendo per imporre una tassa sugli imballaggi in plastica non riciclata. L’Europa potrebbe incoraggiare così nuove strutture circolari a rifiuti zero con incentivi fiscali, ma anche con regolamenti chiari e politiche di approvvigionamento che supportino le imprese a rifiuti zero.

 

 

 

 

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