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Migranti, crisi, clima. La comunicazione strategica di Stato – II Parte

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I grandi temi europei e internazionali e la comunicazione. Il professor Evgeny Pashentsev, autentico guru della Comunicazione strategica, coordinatore della Rete russo-europea sulla gestione della comunicazione EU-RU-CM, fondata insieme ad Eurispes nel 2011, spiega che cos’è la comunicazione strategica “di Stato”. Seconda parte delll’intervista.

In Italia i crimini sono diminuiti negli ultimi cinque anni. Le denunce si sono ridotte infatti da 2 milioni 892mila del 2013 a 2 milioni 360mila nel 2017. Ma il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio, non considera questi dati, che provengono dal suo stesso dicastero, e continua a ripetere che l’Italia non è un Paese sicuro. Chi dovrebbe essere allora responsabile della Comunicazione strategica in Italia in questa situazione?

Conosco le statistiche ufficiali. Ma per essere obiettivi, l’Italia (come molti altri Paesi) ha tendenze contraddittorie nei tassi di criminalità. Le stesse statistiche ufficiali hanno mostrato un picco nel tasso di criminalità nel 2007 con 2 milioni e 933mila reati, per poi scendere negli anni successivi, fino a un nuovo incremento pari 2 milioni 892mila reati nel 2013. Ma domandiamoci: la tendenza al calo del tasso di criminalità può essere stabilizzata per sempre? Una nuova possibile crisi economica globale, l’aumento della disoccupazione, la robotizzazione in corso nel mondo del lavoro, i problemi dello sviluppo nella Ue, i sanguinosi conflitti sociali e politici irrisolti in Libia e in alcuni altri Paesi dell’Africa, sono tutti fattori che potrebbero stimolare l’aumento della criminalità. E che dire della criminalità organizzata in Italia: è scomparsa? Non voglio essere troppo pessimista, ma il futuro prossimo sembra portare più problemi che soluzioni a livello globale e comunitario, una situazione destinata ad alimentare logicamente la criminalità e viceversa. Da aggiungere che i 2 milioni e 360 mila crimini registrati nel 2017 indicano che l’Italia non è un Paese sicuro almeno per milioni di vittime di quei crimini.

Dunque, fa bene Salvini a diffondere l’allarme?
Se ha avuto il coraggio di dire la verità, questo, a mio avviso, non è affatto un cattivo approccio al problema. Come Ministro dell’Interno si è assunto la responsabilità personale di cambiare questa situazione, non tatticamente ma strategicamente. È chiaro che si tratta di un problema risolvibile nel lungo termine e, dal mio punto di vista, per mezzo di un coordinamento efficace di azioni, parole e immagini, dove le azioni qui sono molto più importanti delle parole. Senza una reale partecipazione democratica non si otterranno grandi risultati. L’augurio è che l’Italia riesca a farcela. Certo, io vedo le cose dall’esterno, dalla Russia, e tra i russi è piuttosto difficile trovare una persona a cui non piaccia l’Italia.

In Italia, i musulmani sono solo un terzo degli immigrati, ma il 70% dei cittadini li vede raddoppiati, triplicati, persino quadruplicati, secondo un’indagine dell’Eurispes. Ancora una volta, chi dovrebbe essere responsabile della comunicazione strategica?
La quota musulmana della popolazione totale dell’Europa è aumentata costantemente e continuerà a crescere nei prossimi decenni. Da metà 2010 a metà 2016 è salita di oltre 1 punto percentuale, dal 3,8% al 4,9% (da 19,5 milioni a 25,8 milioni). Secondo il Pew Research Center (2017), la percentuale di musulmani nella popolazione italiana è del 4,8% (il dato comprende, oltre agli immigrati, anche i nuovi cittadini italiani, n.d.r). D’altro canto, sappiamo bene che la gente di solito crede nelle cifre collegate a minacce alla propria vita, e tende a sovrastimare alcuni rischi, specialmente quando su di essi si concentrano polemiche piuttosto accese. Il problema, in ogni caso, non è nel musulmano in sé, ma nel carattere delle migrazioni, se legali o illegali. In base a dati forniti nel 2007 dal Ministero dell’Interno italiano, tra gli stranieri segnalati per diversi tipi di reati contro la proprietà, la quota di illegali è pari circa all’80%, e fra quelli denunciati per aggressioni e stupri, gli illegali erano circa il 60%. Non ho gli ultimi dati sulla criminalità dei migranti illegali in Italia, ma posso pensare che il loro numero sia aumentato negli ultimi dieci anni. Queste persone fuggono da paesi con condizioni di vita estremamente negative, con grandi disuguaglianze sociali, alti livelli di corruzione e di criminalità locale. Una situazione diffusa non tanto nei paesi musulmani quanto in tutti i paesi poveri, sui quali gravano le contraddizioni dell’attuale ordine globale. Un altro problema riguarda la disoccupazione giovanile.

In che senso?
È molto più alta in Italia e in altri Paesi dell’Unione europea rispetto alla media internazionale. E i giovani dominano tra gli immigrati musulmani, legali e illegali. Questo fatto può in parte spiegare l’aumento della criminalità tra i giovani musulmani, come la percezione errata del fenomeno migratorio da parte dei cittadini residenti. Ripeto: non è un problema religioso o di identità nazionale, ma innanzitutto è un problema sociale. Il fatto grave è che su questa distorta percezione l’estrema destra in Europa cerchi di organizzare una crociata razzista contro tutti gli immigrati fino a ristabilire un’agenda nazista nel continente. Per questa ragione richiamo l’importanza che lo Stato organizzi una vera e adeguata comunicazione strategica, anche per fronteggiare quella comunicazione latente che è all’origine di tali fenomeni negativi.

Lei pensa che lo Stato dovrebbe avere una sola comunicazione strategica, senza articolarla tra i diversi livelli dell’Amministrazione e senza affidarla a soggetti esterni?
Sono assolutamente convinto di ciò. Dobbiamo tutti essere nelle condizioni di poter far riferimento alla sola comunicazione strategica ufficialmente proclamata dallo Stato e che sia facilmente leggibile. Nello stesso tempo, dobbiamo poter rilevare e valutare se esista o meno anche una comunicazione strategica latente e reale promossa dallo Stato stesso o da soggetti non statali per gli stessi obiettivi. La storia ci offre numerosi esempi negativi di quando lo Stato ha organizzato una duplice comunicazione strategica, una ufficiale e una latente, per giustificare le proprie iniziative, come nel caso dell’invasione nazista della Russia o della guerra americana nel Vietnam.

Perché non limitarci a usare in modo migliore le conoscenze che abbiamo già?
Perché dovremo affrontare cambiamenti globali di più vasta portata che mai. I terroristi del nostro tempo, se in possesso di armi di distruzione di massa, potrebbero seguire l’esempio di Hitler. L’incuria delle élite globali rende concreta la minaccia di un disastro ecologico. Non possiamo pensare di continuare a vivere a lungo senza cambiamenti radicali progressivi, quando si è di fronte a crescenti problemi ambientali, a sempre più profonde differenze nella distribuzione del reddito, a crescenti tensioni internazionali. Tecnologie rivoluzionarie porteranno inevitabilmente a cambiamenti qualitativi nella società. In situazioni come queste, la storia ci ha insegnato che le forze della rivoluzione e della controrivoluzione crescono sempre insieme, sebbene non in modo uniforme e simultaneo. Si sta formando poi un nuovo gruppo sociale industriale.

Quale?
I modificatori della produzione, cioè coloro che controlleranno e modificheranno creativamente il sistema produttivo, privato e pubblico. Nel corso del tempo, tutte le società future saranno condizionate dall’opera dei modificatori. Sarà allora necessario sincronizzare le diverse rivoluzioni, in particolare quelle sociali, tecnologiche (intelligenza artificiale, robotizzazione e cyborgizzazione), genetiche, formative, educative. Rivoluzioni da guidare con adeguati meccanismi decisionali e una comunicazione strategica efficiente. Questa comunicazione, anche con il supporto di intelligenza artificiale e Big data, ci aiuterà ad avere una percezione corretta quantomeno della importanza delle azioni da intraprendere.

Chi deve dettare il “menu” della comunicazione strategica? È necessaria una programmazione a tema, di medio periodo, all’inizio di ogni anno?
La comunicazione strategica riguarda le azioni più importanti e a lungo termine che gli Stati programmano nell’interesse della società che rappresentano. Programmare a medio termine la comunicazione strategica all’inizio di ogni anno significherebbe che quella promossa fino allora non ha funzionato, non ha previsto i cambiamenti in atto. Il mondo della ricerca può aiutare lo Stato a modificare i parametri di riferimento. Ma una ri-programmazione di fondo significa che l’impianto iniziale era sbagliato.

Robot e intelligenza artificiale fanno paura, perché sottraggono lavoro nel mondo produttivo e nei servizi.
In questo caso è estremamente importante promuovere una comunicazione strategica adeguata ad orientare le scelte future delle persone. Una comunicazione, ripeto, con una chiara sincronizzazione delle azioni più giuste da compiere, delle parole-chiave e delle immagini. Lo stesso vale per affrontare le sfide dell’ecologia, dei cambiamenti climatici, dei flussi migratori, la salvaguardia della democrazia nel mondo, le condizioni per una pace diffusa e duratura. Una comunicazione strategica orientata su queste tematiche aiuta le persone a correggere quell’atteggiamento mentale miope ed egoistico che guarda solo all’immediato senza preoccuparsi del futuro.

Ci sono Paesi nei quali la comunicazione strategica già funziona?
Il termine comunicazione strategica e il suo acronimo (SC) hanno origine negli Stati Uniti. Il concetto è stato elevato al massimo livello della politica statale sotto l’amministrazione di Barack Obama, come ho già accennato. Ma anche Trump sta usando questo strumento, per richiamare continuamente il bisogno di riforme radicali che evitino agli Usa un collasso nazionale e un ridimensionamento internazionale. Siamo comunque ancora in una fase iniziale di sviluppo e ciò nonostante i numerosi studi e ricerche accademiche. Altre Istituzioni che hanno recepito tale concetto sono, ad esempio, la Nato e numerose organizzazioni intergovernative. Il termine “comunicazione strategica” si trova nel lessico politico dei leader statali cinesi. Nel 2011 è stato pubblicato il primo libro cinese sul tema, intitolato Essentials of Strategic Communication, per iniziativa della Chinese Academy of Governance e della Central Compilation and Translation Press. La Cina, grazie alla SC, si è potuta accreditare come grande potenza mondiale, pur avendo seri problemi interni. Sul sito web del governo del Sudafrica sono disponibili anche rapporti sulla “comunicazione strategica del governo”. La comunicazione strategica è di fatto presente nelle Istituzioni governative di altri paesi Brics, inclusa la Russia. Anche se il termine stesso non è ancora adottato nei nostri documenti ufficiali, è spesso usato nella sfera degli affari e della politica, nonché nella letteratura accademica e nei corsi di formazione. Ma, prima ancora che la comunicazione strategica fosse oggetto di analisi specifiche, aveva prodotto grandi risultati, pensiamo al primo volo nello spazio di Juri Gagarin o al primo passo sulla luna di Neil Armostrong, che appartengono a tutta l’umanità.

Non sarebbe meglio se la comunicazione strategica fosse promossa e gestita da un organismo sopranazionale?
Non posso dare una risposta definitiva. Tutto è basato sulla questione: quali sono gli interessi reali perseguiti dagli Stati o da una organizzazione sovranazionale, il cui ruolo è sempre condizionato dagli Stati-nazione? Come combinare in un processo decisionale sovra-statuale gli interessi di Stati reazionari con quelli di Stati democratici e progressisti? Io non posso immaginare, ad esempio, che la Nato costringa i membri dell’Alleanza a fare qualcosa di serio contro la volontà degli Stati principali. Anche la Ue opera nelle stesse condizioni. Certo, abbiamo sempre più problemi globali che possiamo risolvere meglio soltanto con sforzi congiunti; e per questo serve un’azione efficace di entità sovranazionali. Ma se gli Stati che le compongono non esprimono obiettivi, impegni, valori di carattere positivo e di reale sviluppo equilibrato condiviso, ma sono influenzati da gruppi di interesse che seguono approcci limitati e negativi, dubito che si possa promuovere realmente a livello sovranazionale una comunicazione strategica valida a servizio della pace e del progresso.

 

La prima parte dell’intervista

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