Hikikomori, in Italia cresce il numero di ragazzi che scelgono di isolarsi

hikikomori

In Piemonte uno studente su tre rischia di diventare un hikikomori, ovvero un giovane che si ritira dalla vita sociale. È quanto emerge dal sondaggio somministrato dall’Ufficio Scolastico Regionale, che ha coinvolto 302 scuole del Piemonte. Di queste, 89 hanno segnalato un totale di 149 casi problematici, studenti soprattutto di sesso femminile e appartenenti al terzo anno della scuola media. L’Usr Piemonte ha sottolineato che anche un singolo caso meriterebbe attenzione, e che spesso il ritiro sociale è preceduto da disagi psicologici o episodi di bullismo. Chiamati anche ragazzi “ritirati”, “eremiti dei tempi moderni”, gli hikikomori – termine coniato in Giappone nel 1998 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saitō, una fusione tra i verbi “ritirarsi” e “stare in disparte” – vivono un vero e proprio abbandono della socialità. Si tratta di un ritiro dal mondo, sia per quanto riguarda le attività scolastiche che extra scolastiche, per un periodo di tempo prolungato. I ragazzi hikikomori passano la maggior parte del loro tempo in casa o nella loro stanza, spesso isolandosi anche dalla famiglia. I ritmi di sonno/veglia sono stravolti, così come l’alimentazione e il movimento fisico, limitato agli spazi abitativi. Sebbene l’Oms non classifichi il ritiro sociale grave come un disturbo a sé, vari ricercatori e psicoterapeuti sostengono che possano esserci correlazioni con altre psicopatologie, tra cui agorafobia, dipendenza da Internet e disturbo da ansia sociale. Altri lo ritengono un disturbo vero e proprio, classificabile come una forma nuova di depressione.

Circa 54.000 studenti italiani di scuola superiore si identificano con una situazione di ritiro sociale

Uno studio condotto dall’Ifc (Istituti fisiologia clinica) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Cnr) documenta la presenza di circa 54.000 studenti italiani di scuola superiore che si identificano con una situazione di ritiro sociale. Le proiezioni parlano di circa l’1,7% degli studenti totali (44.000 ragazzi a livello nazionale) che si possono definire hikikomori, mentre il 2,6% (67.000 giovani) sarebbero a rischio grave di diventarlo. L’età che si rivela maggiormente a rischio per la scelta di ritiro è quella che va dai 15 ai 17 anni, con un’incubazione delle cause del comportamento di auto-reclusione già nel periodo della scuola media. Se il fenomeno è stato individuato dapprima in Giappone, dove è diventato una questione sociale di rilievo, in Italia se ne parla sempre di più, benché sia ancora poco studiato. Spesso si tratta il ritiro come una conseguenza di depressione o dipendenza da Internet, psicopatologie alle quali esso è collegato ma che ne rappresentano più spesso l’effetto anziché la causa.

Iss, circa 30.175 studenti delle scuole medie si sono isolati tutti i giorni negli ultimi 6 mesi

Solo in anni recenti la convergenza di dati ed esperienze ha dato inizio a strategie di intervento e aiuto verso i ragazzi hikikomori e le loro famiglie, poiché molti psicologi ancora stentano a inquadrare il fenomeno e a trattarlo nella maniera opportuna. Certo è che esso riguarda le società industriali ad alto tasso di competitività, dove alti sono i livelli di stress e di ansia sociale, e questo ne è sicuramente uno degli effetti più tangibili sui giovani. Gli hikikomori scelgono di ritirarsi da un mondo sempre più frenetico, alieno, troppo distante dalle loro esigenze. Semplificando, si potrebbe dire che gli hikikomori si allontanano da situazioni di sofferenza di vario tipo, trovando sollievo nella solitudine e nell’isolamento. Le motivazioni ambientali possono essere generate dallo specifico contesto sociale di appartenenza. Secondo un sondaggio condotto dal governo giapponese e aggiornato al 2022, in Giappone si contano 1,5 milioni di hikikomori. Una cifra impressionante, soprattutto se confrontiamo i dati con l’ultimo sondaggio governativo del 2016, dove gli hikikomori erano circa 541.000 (1,5% della popolazione), giovani tra i 15 e i 39 anni. Secondo le informazioni emerse dalle indagini condotte, il periodo più critico per i giapponesi “ritirati” è quello in cui devono trovare il proprio posto nella società, scontrarsi o assoggettarsi alle sue logiche, al mondo del lavoro e degli adulti.

In Giappone si contano 1,5 milioni di hikikomori

In Italia, in riferimento ai dati prodotti dall’Iss per il 2023, gli studenti di 11-13 anni che hanno indicato di essersi isolati tutti i giorni negli ultimi 6 mesi sono stati l’1,8% (circa 30.175 studenti delle scuole medie). La percentuale degli studenti 14-17 anni che si sono isolati dal mondo è del 1,6% (circa 35.792 studenti delle scuole superiori). Rispetto al genere, sono soprattutto le ragazze ad isolarsi, nell’1,9% dei casi si tratta di studentesse delle scuole medie, fino ad arrivare al 2,4% dei casi delle studentesse delle scuole superiori. Il dato allarma per la precocità del fenomeno e l’età più critica risulta essere i 13 anni. L’Italia è uno dei paesi, al di fuori del Giappone, in cui il fenomeno è più diffuso; numerose sono le testimonianze che hanno dato vita, negli ultimi anni, ad associazioni e spazi di condivisione per supportare gli hikikomori e le loro famiglie. Tra le priorità c’è il ritorno dei ragazzi alla vita di relazione, creare per loro un ambiente sicuro di intercomunicazione, nonché lo scambio di competenze e informazioni tra psicologi e psicoterapeuti che si trovano a gestire tali situazioni. Fino a pochi anni fa il fenomeno era quasi del tutto nuovo anche per gli esperti del settore. La terapia a domicilio e quella online non erano pratiche comuni – soprattutto prima della pandemia –  e mancavano le reti a sostegno del lavoro degli psicoterapeuti che si occupavano di ritiro sociale, reti che in anni recenti sono state attivate. Ma sebbene negli ultimi anni il fenomeno sia stato riconosciuto e approfondito, sono ancora pochi gli studi che aiutano a descriverlo in maniera puntuale.

L’Italia è uno dei paesi, al di fuori del Giappone, in cui il fenomeno hikikomori è più diffuso

Da una indagine Eurispes del 2022 condotta in 97 Istituti della Sardegna, è emerso che un giovane su cinque è stato vittima di cyberbullismo. I ragazzi in età scolare, ovvero tra i 15 e i 19 anni, nel parlare dell’argomento hanno dichiarato di distinguere nettamente tra identità reale e identità virtuale: gli atti persecutori non sono rivolti al compagno di scuola, ma alla sua “identità digitale”, come se non fossero la stessa persona. Anche per genitori e docenti avveniva lo stesso processo di dissociazione tra identità reale e virtuale, come se fossero due mondi che camminano in parallelo e non coinvolgono gli stessi soggetti. Ebbene, se è vero che la scuola può far molto nell’intervenire prima che i ragazzi si ritirino dalla vita sociale, e che molti “ritiri” avvengono in relazione a bullismo in ambito scolastico, le responsabilità e le opportunità da cogliere da parte dell’istituzione scolastica sono evidenti. Con ciò non si vuole necessariamente collegare i due fenomeni – cyberbullismo e ritiro sociale – bensì evidenziare la necessità di avviare nelle scuole una comunicazione seria e strutturata con i ragazzi, e tra ragazzi, docenti e genitori. Sarebbe un modo per agire su fenomeni che possono spingere i ragazzi all’isolamento e alla condizione di hikikomori, agire sui “disagi spia” prima che si manifestino in un ritiro sociale dal quale diviene poi difficile uscire.

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