Mercato del lavoro, non solo Covid. La crisi è strutturale

Lavoro: persistono difficoltà strutturali pre-Covid

Secondo il XXII Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro e della contrattazione collettiva, reso noto nella giornata di ieri, la situazione italiana presenta un chiaroscuro allarmante, considerando alcune problematiche non originate dal Covid-19 ma da una persistente fragilità del Paese. Se i dati più drammatici riguardano, secondo il CNEL, l’occupazione giovanile (con 2 milioni di NEET) e quella femminile (con quasi una donna su due inoccupata già nella fase pre-Covid), non destano minore preoccupazione il mancato rinnovo dei contratti per oltre 10 milioni di lavoratori (77,5% del totale), l’inadeguatezza del sistema scolastico nella formazione delle competenze, l’aumento della povertà e delle disuguaglianze in un Paese che, proprio sulle disuguaglianze, pare fondato. Una situazione sociale e lavorativa destinata ad acuirsi con la possibile e prossima interruzione della cassa integrazione e la fine del blocco dei licenziamenti.

Aumenta il rischio di ritrovarsi in una condizione di povertà

La crisi pandemica ha colpito circa 12 milioni di lavoratori tra dipendenti e autonomi, la cui attività lavorativa è stata sospesa, o ridotta, in seguito al lockdown deciso dal Governo per limitare l’aumento esponenziale dei contagi. Sono donne, uomini e famiglie che rischiano di precipitare nella povertà o nel lavoro nero. Si potrebbe verificare, infatti, il loro assorbimento nell’economia sommersa, andando ad aumentare quella quota di lavoro nero strutturale. Il funzionamento del mercato del lavoro e dell’economia risultano, inoltre, modificati dalla crisi pandemica e dai provvedimenti adottati per contrastarla, con impatti diversificati per settori, territori e gruppi sociali, allargando divergenze e diseguaglianze storiche. Si tratta di fratture non correlate con gli usuali parametri economici, ma da connotazioni strutturali e organizzative che determinano la maggiore o minore esposizione di ciascuna realtà al rischio di contagio. Gli impatti economici e sociali più gravi si sono verificati non nelle attività manifatturiere, ma in settori ad alta intensità di relazioni personali come il turismo, la ristorazione, le attività di cura e i servizi in genere.

Lavoro a distanza mette in luce falle del sistema

La pandemia ha, inoltre, evidenziato non poche falle nel sistema italiano di protezione sociale, sia negli ammortizzatori (CIG e Naspi) – nonostante la riforma del 2015 avesse provveduto a una loro estensione –, sia nel più recente Reddito di Cittadinanza, che doveva aiutare i poveri e quelli abili al lavoro a trovare occupazione. L’esplosione del lavoro digitale a distanza, ad esempio, ha modificato i luoghi e il tempo delle attività umane. È cresciuta l’interdipendenza fra lavoro, salute e contesto ambientale, rendendo necessario integrare politiche del lavoro, istituti della salute e cambiamenti del contesto socioeconomico. Insieme a questi processi, è indispensabile mettere in atto politiche e interventi coordinati in due settori storicamente divisi come sanità e lavoro. Gli ambiziosi obiettivi di carattere economico indicati dalla transizione digitale e ambientale devono essere, infatti, accompagnati da misure altrettanto ambiziose per l’innovazione sociale e del modo del lavoro.

Le alternative per i giovani

Per quanto riguarda i giovani, emerge l’urgenza di scegliere tra due strade alternative. La prima riguarda il sentiero in salita che porta ad una nuova fase di sviluppo economico e sociale. L’altra strada, invece, assai più comoda, conduce l’Italia verso un inesorabile declino. Il peso del debito pubblico, assieme a quello degli squilibri demografici, in combinazione con quello dei NEET (i disoccupati più gli inattivi non in formazione), sbilancia il Paese verso la seconda strada. Ovviamente, sono proprio le nuove generazioni che pagherebbero il prezzo più alto di questo declino. Nuove generazioni che, invece, meriterebbero maggiore attenzione, a partire da adeguati investimenti pubblici in formazione e in un inserimento solido nel mondo del lavoro. Si tratta di un cambio di rotta necessario per non pregiudicare le prospettive economiche del Paese e per non rompere il patto fra le generazioni quale elemento costitutivo dell’assetto sociale, della sua equità e stabilità. Non si tratta, dunque, solo di contenere il peggioramento prodotto dalla pandemia sulle condizioni dei giovani italiani ma, compreso cosa non funzionava in Italia prima della pandemia, della capacità di preparare adeguatamente le nuove generazioni, per consentire loro di essere all’altezza delle sfide attuali e future, di inserirle in modo efficace nel mondo del lavoro e di valorizzare il loro capitale umano nel sistema produttivo. Ciò significa riflettere meglio sui giovani italiani, prendendo in considerazione chi si scoraggia e non cerca più attivamente lavoro o chi, in ogni caso, decide di sospendere la propria attività di ricerca di un lavoro dipendente o è in attesa delle condizioni di avvio di una attività autonoma. Si tratta dei NEET (Neither in Employment nor in Education or Training) il cui tasso indicatore nella fascia tra i 25 e i 34 anni – fase della vita cruciale per la costruzione dei progetti di vita – era pari al 23,1% nel 2008, all’inizio della Grande recessione, mentre risulta pari al 28,9% nel 2019 (a fronte di una media europea pari al 17,3%). Questa condizione si sposa con quanto rilevato dall’Eurostat con riferimento ai giovanissimi italiani e alla loro formazione. L’Italia, infatti, presenta una delle più basse percentuali diin Europa di 15enni con competenze considerate indispensabili per costruire percorsi solidi di vita e lavoro nel XXI Secolo. Bassa è anche l’incidenza di laureati (27,6% nella fascia 30-34 anni, rispetto all’obiettivo europeo di salire, sempre entro il 2020, ad oltre il 40%). Inoltre, la quota di ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non hanno completato la scuola Secondaria Superiore è scesa nella prima parte del decennio scorso da oltre il 18% a valori attorno al 14%.

Didattica a distanza: meno qualità e rischio maggiore di dispersione

La necessità di chiudere le scuole nel corso del 2020 ha costretto a garantire l’istruzione attraverso strumenti nuovi, coerenti con la didattica a distanza. Questo passaggio è stato condotto in condizione di emergenza e ha dovuto confrontarsi con l’impreparazione del sistema educativo (scuole, insegnanti, genitori, alunni) sia rispetto a strutture e strumenti (dispositivi e connessione), sia rispetto a competenze tecniche, sia rispetto a come reimpostare il processo di apprendimento con nuove modalità di interazione e di trasmissione di contenuti – oltre che con una rivoluzione delle coordinate spazio-temporali. Si è trattato, secondo il Rapporto, di una tattica difensiva della didattica tradizionale – attraverso modalità a distanza – che ha consentito di non bloccare la frequenza delle lezioni riducendo, complessivamente, la qualità, con una crescita del rischio di dispersione scolastica e l’inasprimento delle diseguaglianze generazionali e sociali.

La pandemia pesa sulle spalle delle donne

Le donne pagano il prezzo più alto della crisi, perché impegnate a ricoprire ruoli e a svolgere lavori più precari, soprattutto nei servizi. Le donne lavoratrici risultano particolarmente penalizzate soprattutto per la difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, concorrendo a mantenere la quota della loro occupazione (meno del 50%) al di sotto delle medie europee. Tale dato si è aggravato nel corso della pandemia, senza che il ricorso allo smart working abbia giovato a correggerlo, perché limitato dall’aggravio di compiti familiari, specie sulle donne con figli che non potevano frequentare la scuola. Questo spiegherebbe anche il crollo dell’occupazione femminile e la crescita del tasso di disoccupazione in occasione della maternità per le donne indotte a lasciare il lavoro per prendersi cura dei figli. Su questa base il CNEL ritiene che per promuovere l’occupazione femminile non bastino politiche di incentivazione economica alle assunzioni, ma serva allargare l’offerta di servizi, come asili nido, scuola a tempo pieno e servizi per gli anziani, nonché promuovere forme organizzative del lavoro più favorevoli alla conciliazione.

La necessità di un approccio complesso

La diversità di questa crisi e la pervasività delle sue implicazioni incidono sul modo di analizzare le questioni del lavoro, non solo perché esso è al centro della vita sociale ed economica, ma perché sono aumentate le connessioni fra i vari aspetti delle vicende economiche e sociali. Ciò significa che le questioni del lavoro non possono essere affrontate in modo separato dal contesto macroeconomico nazionale e internazionale e da quello sociale, ambientale e in questi mesi sanitario. Una necessità riconosciuta anche da varie organizzazioni internazionali, le quali suggeriscono di considerare i princìpi generali e le pratiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e delle direttive europee sulla salute nei luoghi di lavoro, non come regole isolate, ma come componenti integranti della programmazione del lavoro e della sua organizzazione nei diversi contesti ove si svolge. Questo indirizzo deve ispirare le scelte da fare nel corso della pandemia e la riconfigurazione dei luoghi e delle modalità del lavoro alla luce dei princìpi fondamentali stabiliti per la garanzia della sicurezza e della salute delle persone che lavorano. Una riconfigurazione che inciderebbe anche sull’economia e sulla ricchezza delle famiglie italiane, considerando che circa 5,3 milioni di famiglie dispongono di un ISEE minore di 9.360 euro annui rispetto al passato.

La giungla degli accordi nazionali di settore

Infine, il tema del mondo del lavoro privato, la cui frammentazione è accentuata rispetto a qualche anno fa. Al 30 settembre 2017 risultavano censiti 868 accordi nazionali di settore “vigenti”; al 30 giugno 2020 quelli depositati formalmente nell’Archivio Nazionale Contratti del CNEL sono diventati 935. Gli 856 contratti relativi al settore privato risultano applicati da 1.516.060 imprese a 13.272.629 lavoratori dipendenti. Eppure, un numero molto ridotto di CCNL disciplina la stragrande maggioranza dei rapporti di lavoro: infatti, i 60 CCNL prevalenti nei dodici settori ove sono disponibili i dati sui lavoratori coperti, si applicano all’89% di tutti i lavoratori dipendenti; mentre i restanti 796 contratti nazionali risultano applicati solo all’11% della platea dei dipendenti come ricavabile dalle dichiarazioni allegate ai CCNL depositati. Ad ottobre del 2020 il numero di occupati risultava del 3% inferiore rispetto a gennaio. A fronte di una sostanziale tenuta del numero di dipendenti a tempo indeterminato – per i quali vale il richiamato divieto di licenziamento –, si rileva una diminuzione del 3% dei lavoratori indipendenti e, soprattutto, una marcata contrazione dei lavoratori dipendenti a tempo determinato, pari al 10%. Il numero di occupati è diminuito del 2% sia tra gli uomini sia tra le donne; il numero dei giovani occupati (con meno di 34 anni) diminuisce del 4%; i più giovani rappresentano la classe di età che maggiormente ha subìto i contraccolpi del virus e delle conseguenti misure di contenimento.

Non solo ammortizzatori sociali

Sotto questo aspetto gli ammortizzatori sociali tornano a svolgere un ruolo fondamentale, a partire dalla loro revisione complessiva. Esiste in tal senso una proposta unitaria di CGIL, CISL e UIL, insieme a posizioni parzialmente diverse di Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Confservizi e ABI. Elemento comune alle diverse posizioni è il raggiungimento della garanzia del sostegno al reddito – secondo modalità diversamente espresse dalle parti e dai settori produttivi – per le sospensioni o riduzioni dell’attività lavorativa di tutti i lavoratori dipendenti (compresi quelli delle microimprese).

Si percepisce anche un’attenzione ai lavoratori autonomi, quanto meno alle fasce deboli della categoria, insieme all’esigenza di semplificazione delle procedure per accedere agli ammortizzatori sociali, non solo a quelli espressamente previsti per affrontare la crisi pandemica. Soprattutto si sente l’esigenza di un deciso potenziamento delle politiche attive del lavoro, che devono affiancare le politiche passive al fine della effettiva riqualificazione delle competenze dei lavoratori. La riforma degli ammortizzatori sociali deve essere affiancata a strumenti di sostegno per il ricambio generazionale e l’invecchiamento attivo, soprattutto in vista dei nuovi processi lavorativi, i cui effetti sull’organizzazione della produzione e dei servizi sono destinati a diventare strutturali. Per questa ragione è necessaria l’apertura di un confronto tra Governo e parti sociali, in modo da avere, quando la crisi dovuta al Covid-19 sarà superata, un sistema a copertura universale, solidale e più inclusivo, a garanzia di tutte le lavoratrici e lavoratori (immigrati compresi), sostenuto in maniera graduale da un finanziamento omogeneo e coerente con le specifiche vocazioni produttive, principalmente di tipo contributivo e solo parzialmente sorretto dalla fiscalità generale.

 

*Marco Omizzolo è sociologo e ricercatore dell’Eurispes.

 

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