Niente risveglia il desiderio di libertà quanto l’ingiustizia

ucraina

Occhi terrorizzati. Corpi coperti da protezioni di fortuna e scaldati con quel che c’è. Persone al freddo, senza cibo, senz’acqua. Costrette a strappare la legna dalle staccionate per cucinare le patate rimaste. A cercare negli appartamenti abbandonati qualcosa di commestibile. A rimanere svegli per i bombardamenti che sventrano i palazzi. Questo il panorama della disperazione. Le immagini che vengono dall’Ucraina raccontano la sofferenza, la malattia, la paura. Anche la capacità di aiutarsi l’un l’altro, e la volontà di non cedere. Artisti improvvisati suonano per strada e intrattengono gli sfollati nei sotterranei. Altri recitano versi durante le notti ghiacciate («Non cancelleranno chi siamo», dicono). Il monumento al poeta nazionale Taras Shevchenko («Quando morrò seppellitemi/Sull’alta collina/Nella nostra steppa/Della bella Ucraina») è ricoperto di sacchetti per proteggerlo. È la fascinazione della vita che lampeggia nella sua sottrazione.

L’Ucraina conta già oltre 4 milioni di profughi, il 10% della popolazione

Nei momenti di bisogno, rivive uno spirito vitale che sembrava scomparso e che non immaginavamo potesse essere così forte, specie ai tempi del benessere e del consumismo. Siamo assuefatti ad una condizione di pace senza sforzi e responsabilità; la memoria torna ai tanti episodi tramandati dalle famiglie italiane che nel secondo conflitto mondiale rischiarono spesso la vita per ospitare ebrei e aiutare i partigiani. Quello spirito vitale fu determinante nel passato, per riemergere dalla sconfitta e dare un senso alla rinascita. Ora, oltre il perimetro comodo delle abitudini e delle sicurezze, appare la crudezza della guerra e si moltiplicano gesti di umanità: sono infinite le scene di solidarietà verso chi è sotto le bombe e nei confronti di donne e bambini in fuga, oltre 4 milioni, il 10% della popolazione. Nessuno ha mai riferito che, nelle città assediate e nei rifugi, non si viva un clima di solidarietà, nonostante le condizioni estreme. Lo testimoniano le persone, lo documentano le riprese.

La mancanza di spazio non ha impedito di offrire aiuto, nei rifugi, a nuovi venuti senza casa, di sacrificarsi per fare spazio. Bambini vengono affidati a sconosciuti in cerca di salvezza altrove. Si condivide con i vicini il poco cibo a disposizione, gli anziani impossibilitati a muoversi ricevono aiuti da chi rimane. Se dei buoni sentimenti «si può dire solo per approssimazioni e frammenti», come rilevava Roland Barthes già nel titolo del suo “Frammenti di un discorso amoroso”, riverberi potentissimi ci giungono da un conflitto che ha cambiato profondamente i sentimenti e il modo di rapportarsi alla vita.

 

Nel dramma che si consuma nel cuore dell’Europa non sono le cose a fare la differenza, è lo spirito di umanità. Si è scoperto che non è la ricchezza a salvare, ma la buona disponibilità verso il prossimo, sorretta dal coraggio di resistere. Il desiderio di sopravvivere, di aiutarsi l’un l’altro prevale sugli egoismi, sull’avidità, sull’interesse personale. Alla fine, questo spirito vince sui calcoli di chi ritiene che sia tutto perduto, che non rimanga altro che arrendersi e soggiacere. È la pietas che sorregge i più deboli e anima gli altri, coloro che seppelliscono alla buona i morti, che curano i feriti, che mettono in salvo bambini e donne, accettando che gli uomini rimangano lì, al fronte o nei pressi. Sono piccoli ma essenziali i gesti di una umanità che non vuole morire, che si dà forza in questo modo per non cedere. Costoro sfidano la disperazione e la sfiducia, il pessimismo dei rapporti di forza, il sopruso della prepotenza. Altrimenti nelle città distrutte e sotto assedio, senza prospettive, sarebbe difficile liberarsi dallo sconforto espresso da Martin Heidegger: «ormai, solo un Dio ci potrà salvare».

Oltre tutte le dissertazioni geopolitiche, si impone la irriducibilità dell’io di fronte all’ingiustizia

La società contemporanea aveva cercato di rimuovere il patto con la morte ma prima la pandemia ora la guerra alle porte di casa ce lo hanno ributtato in faccia. Più ancora degli uomini in armi in nome dell’impeto naturale alla autodifesa, c’è dell’altro che si è imposto all’attenzione di tutti. Qualcosa che ha reso inaspettata e così pervicace la resistenza degli ucraini: l’audacia che stanno dimostrando è la testimonianza di un’autocoscienza di fronte al sopruso e alla prepotenza. Ci «lasciano senza parole», e ci riempiono di stupore, – ha scritto Juliàn Carròn – «la fame e sete di giustizia, il desiderio di libertà». Stiamo davvero vedendo che «il cuore non si arrende al potere». Non c’è nulla che risvegli il senso di giustizia quanto la percezione di vederla così brutalmente calpestata. Il dato che si impone e che costringe alla riflessione, oltre tutte le dissertazioni geopolitiche, è la irriducibilità dell’io di fronte all’ingiustizia, alla brutalità.

In Russia raccolte contro la guerra più di un milione di firme di scienziati, star dello spettacolo, semplici cittadini

Il potere sottovaluta questa forza, ben più efficace e risolutiva delle armi; soprattutto non avverte la contagiosità del fattore umano, la capacità di trasmettersi e di risvegliare le coscienze. È ciò che avviene in Ucraina ma anche altrove. In tutto l’Occidente, impegnato in una gara di solidarietà verso i profughi e assistenza all’Ucraina, che non deve affievolirsi con il tempo né con le difficoltà. Nella stessa Russia, attraversata da inquietudini profonde nonostante la repressione della dittatura: con le proteste di piazza, si moltiplicano gli appelli e le petizioni per chiedere la fine del conflitto. Un milione e 200mila firme hanno raccolto svariati appelli di scienziati, attori, star dello spettacolo, semplici cittadini. «Questa guerra non ha giustificazioni» hanno scritto ottomila scienziati, tra cui accademici e premi Nobel, aggiungendo: «scatenare una guerra per le ambizioni della dirigenza, mossa da dubbie fantasie storiche, rappresenta un tradimento della memoria». 
L’origine della reazione ucraina ma anche di tutto il mondo libero è nella constatazione che la provocazione della realtà porta a risvegliare l’umano dal torpore nel quale si era adagiato. L’illusione del potere è quella di riuscire ad addormentare e stordire il cuore dell’uomo, annichilire la sua dignità e il buon diritto a vivere liberamente. La lezione che viene dall’Ucraina è che questo disegno è senza futuro.

La realtà ucraina racconta, insieme alla tragedia, la forza irriducibile del bisogno di libertà

Di fronte alla quantità di informazioni sulla guerra e, soprattutto, alle infinite dissertazioni sulle cause, è possibile evitare di smarrirsi. È necessario non consentire alla ragione di sciogliere il legame con la realtà, di diventare altra, separata, rispetto al suo ascolto, alla percezione del messaggio che esprime. Il rischio altrimenti è che la ragione rimanga in balìa delle ideologie, soccomba a visuali ridotte, si presti a ridimensionare il dolore, rendendo ammissibile l’equidistanza tra l’io e il potere. La realtà nel suo impeto feroce racconta, insieme alla tragedia disumana, la forza irriducibile del bisogno di libertà, il suo carattere non sopprimibile e irrinunciabile. Per questo, quella lotta riguarda tutti, non solo gli ucraini, e ha provocato un moto di autocoscienza in Occidente. Se lì si combatte per lo Stato di diritto, anche noi siamo parte di quel conflitto.

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